Olivo Matto

Il valore assoluto della libertà

Luigi Caricato

Ci sono volte in cui è bene voltare pagina. Sono le circostanze a richiederlo, perfino con una certa urgenza. Così, da oggi, domenica 29 settembre, ha inizio un nuovo corso: nasce Olio Officina Magazine. Avrà una periodicità settimanale, ma non è un settimanale in senso stretto. Con me d’altra parte nulla può essere uguale a qualcosa di già conosciuto o previsto e vissuto.

Amo inventare sempre qualcosa di nuovo, sperimentare di continuo. Detesto le strade già battute e rassicuranti, replicando facili formule da ripercorrere con la sicurezza pantofolaia di chi si affida a format già a lungo sperimentati e ormai stantii e vetusti.

Occorre guardare sempre avanti ed essere fuori dagli schemi: sono fatto così. Non ho particolari predilezioni per tutto ciò che appare una pura replica. Occorre mettersi in gioco di continuo: rischiare.

La struttura del settimanale-non settimanale Olio Officina Magazine la si comprenderà volta per volta, e non sto qui a spiegarla: la struttura c’è già, ma i contenuti che riempiranno le varie rubriche, come pure le macroaree, sono in fieri, come d’altra parte è ben comprensibile per un giornale al suo esordio.

La fruizione è facile e intuitiva: occorre semplicemente partire dall’home page, tutto qui.

Finora la quasi totalità dei giornali presenti solo su Internet si è basata in via esclusiva sul lancio della newsletter, il che implica in qualche modo una forzatura, con un invio automatico che consegna volta per volta, nelle tante caselle di posta elettronica, le proposte da prendere in visione o da leggere.

Con Olio Officina Magazine, pur non rinunciando al ricorso alla newsletter – giacché si offre comunque un servizio, e implicitamente una comodità ai tanti beneficiari dell’invio – vorrei che si partisse non tanto dalla newsletter, quanto dalla prima pagina, anzi: possibilmente – e solo – dalla prima pagina. Perché è dalla prima pagina che prendono corpo e vita tutte le storie.

Chi sceglie di partire dalla prima pagina, sceglie un prodotto editoriale che sente suo, che gli appartiene. Un giornale non è solo un giornale, ma una comunità d’anime. E’ questo che io vorrei con tutto me stesso, pur essendo consapevole della grande difficoltà nell’avere lettori veri, che credano al progetto che vi sta dietro e non che entrino nel sito del giornale solo per caso, attraverso i motori di ricerca, o in seguito all’invio indiscriminato di una newsletter.

Un giornale vero, per me, nasce da una comunità di lettori vera, non fittizia. Esibire finti lettori – o perfino finti collaboratori – non coincide con la mia idea di giornalismo.

Così, coerentemente con questa logica di pensiero, non mi fermerò alla riproduzione pedissequa delle sole notizie, tanto più che oggi la comunicazione è fatta per lo più di riproduzioni e repliche di qualcosa di già detto, e, peggio ancora, di insulsi rilanci di comunicati stampa, senza nemmeno il coraggio di riscriverli o di verificare l’attendibilità di quanto riportato.

Con Olio Officina Magazine si volta pagina e si entra dentro alla realtà in prima persona, da protagonisti e non da comparse. E’ un osservatorio in presa diretta, con una attenzione mirata al mondo degli oli da olive e alle realtà affini. Ci sarà spazio anche per le voci più inconsuete, con un’attenzione, per nulla marginale, verso i temi fondanti della ruralità, pur non ignorando la variegata complessità con cui si esprime e opera un comparto agroalimentare finora mal raccontato e mal rappresentato nella sua vera anima espressiva.

Lo so, è una grande sfida che si può anche perdere, anche perché non è detto che tutto possa andare in porto con successo, ma è proprio per questo che è una vera sfida, come lo sono state peraltro le tante realtà che ho creato in tutti questi anni.

La sfida deve essere vera. Anche perché chi non ha il coraggio di intraprendere strade nuove – senza assumersi il rischio d’impresa – è un perdente. A poco serve optare per la strada facile ed essere l’attore delle regie altrui.

Nella vita siamo chiamati a rispondere delle proprie azioni e delle scelte fatte. Chi mi conosce e mi segue da tempo lo sa: io sono per le sfide in cui i rischi che si corrono restano alti. La più grande e imponente delle sfide, per chi assume il compito di fare comunicazione, consiste nel garantire con determinazione e tenacia, costi quel che costi, la propria libertà e indipendenza. L’essere integerrimi anche a costo di rimetterci tutto non è una sfida facile perché non prevede scorciatoie.

La libertà e l’indipendenza sono per me valori assoluti e fondanti. Pago costantemente a caro prezzo la mia libertà e ne sono fiero. Me lo hanno insegnato i genitori, sempre con la schiena dritta, con la chiara consapevolezza che rinuciare alla propria libertà equivale a non esistere. Così, prima ancora di essere una scelta etica, l’aspirazione continua e costante alla libertà, all’affrancamento dai poteri esterni, è per me una scelta di sopravvivenza, essenziale come come l’aria che respiro.

E’ un fatto istintivo. In tutti questi anni ho lasciato molte tracce del mio operato, ma ho lasciato anche la viva testimonianza di un ricco nucleo di intelligenze e talenti che altrimenti non avrebbero trovato spazio per manifestare la propria identità ed esprimere un fermento intellettuale di cui il nostro Paese ha tanto bisogno, oggi più che mai. Non nascondo la mia soddisfazione nell’aver lanciato – o, in altri casi, rilanciato – tante persone, da autentico talent scout quale sono. Con Olio Officina Magazine farò altrettanto, anche perché non saprei rinunciare a una mia radicata e tenace vocazione intenta a contribuire alla costruzione di un mondo diverso da quello che ci appare oggi ai nostri occhi, in tutte le sue disperanti brutture.

La vera sfida, per me, è tutta qui: nel mettersi in gioco di continuo. Anche l’informazione specializzata ha bisogno di essere obiettiva, credibile, seria e, nondimeno, creativa, propositiva e ispiratrice di valori.

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Emilio Conti

Emilio Conti

06 gennaio 2016 ore 16:01

Gli argomenti da Lei trattati nei due articoli sono di fondamentale importanza. Olivicoltori e frantoiani parlano di rese e di qualità ma nessuno ha ancora capito che si autodichiarano ignoranti. Lei ha ragione a sostenere che i dati di processo sono fortemente carenti per impostare una seria lavorazione che sia lontana dall'empirismo. L'unico sistema valido, a mio parere, è il soxhlet con tutti i problemi che comporta mentre il semplice NIR è inaffidabile per mancanza di frantoiani disposti ad utilizzarlo. Certamente conoscendo la resa grassa totale, l'umidità dell'oliva, l'acidità e la resa grassa e l'umidità della sansa possiamo effettivamente gestire un frantoio. Questo ahimé succede nel nuovo mondo olivicolo ma non in Italia, dove si discute di frantoio artigiano e/o industriale ma pochi sanno realmente lavorare. I risultati si vedono con gli oli di questa campagna; ottime olive ed oli scadenti.

Emilio Conti

Emilio Conti

19 marzo 2015 ore 12:45

La legge 14 01 2013 n°9 e s.m. è considerata inapplicabile perché sottoposta a procedura di infrazione pilota da parte della Commissione Europea. Quindi tutte le sue modifiche sono da ritenersi tali. Lei concorda? Le criticità espresse nell'articolo mi trovano pienamente d'accordo soprattutto sulla mancata omologazione di un tappo. Penso sia il solito legiferare per il compiacimento di QualCuno e non degli interessi di tutti.

Emilio Conti

Emilio Conti

07 ottobre 2014 ore 21:46

Bene la scelta. Mi sorprende vedere nelle foto che usano ancora i pali, il filo ed il paletto di sostegno. Tutto superato da almeno due anni, oggi si usa un polipropilene quadrato con una canna di bambù e la manichetta dell'acqua. Perchè questa soluzione vetero e costosa?

Emilio Conti

Emilio Conti

13 giugno 2014 ore 23:08

La ringrazio per la sua puntuale analisi. Bisogna svegliarsi dal torpore della grande qualità italiana. Per qualche bottiglia da mezzo o da quarto di litro di alta qualità ecc. ecc.,si vende qualche quintale di buon olio del contadino o puro di frantoio tipico italiano. Quest'ultima tipologia, certamente lampante, sfugge a tutti i controlli, avviluppa le papille gustative, soddisfa i palati più esigenti, consente ancora oggi la provvista. Ha consentito al prof. Keys di sviluppare la sua teoria in un paesino ove il lampante era l'unico olio possibile e tuttora lo è. Il rispetto dell'olio da olive lampante è il rispetto del passato, del presente, certamente del prossimo futuro e dell'olivicoltura italiana.

Emilio Conti

Emilio Conti

16 ottobre 2013 ore 12:51

Leggo commenti che mi lasciano basito. Ma possibile, le Leggi diventano oggetto di interpretazione personale quando non vanno bene ai propri interessi. Vorrei ricordare che l'olivicoltura è drogata e se siamo allo sfascio lo dobbiamo proprio alla pletora di micro produttori che per oltre trenta anni sono stati foraggiati lautamente dallo Stato. Se qualcuno dei familiari raccoglitori cade da una pianta o si infortuna pretendiamo dallo Stato tutto e subito. Ma chi dovrebbe pagare il non rispetto delle regole? La sindrome NIMBI è dura da sconfiggere.

Emilio Conti

Emilio Conti

13 ottobre 2013 ore 15:36

L'azienda agricola è una attività economica a tutti gli effetti e non il passatempo tipo dopolavoro. Chiariamoci le idee, esiste il buono lavoro che consente di essere in regola semplicemente andando al tabacchino. Quando cambieremo mentalità e considereremo la terra non un bene di possesso ma un bene da reddito?

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