Olivo Matto

L’immobilismo, la via più comoda

Luigi Caricato

Leggo, da una nota diffusa dall’ufficio stampa Eurispes, la seguente osservazione: Non è tutto “oro giallo” quello che si utilizza ogni giorno in milioni di case italiane. Anzi. L’olio extra vergine d’oliva, tra i prodotti cardine della dieta mediterranea e uno dei fiori all’occhiello del cosiddetto Made in Italy, purtroppo molto spesso di “oro” non ha quasi nulla.

Ebbene, con tutta la franchezza che mi caratterizza, posso dirvi che non trovo alcunché di saggio nel dispaccio diffuso da Eurispes. Potete leggere QUI la versione integrale. Mi stupisce semmai il finto stupore, da vergini immacolate, di chi ignora, o finge di ignorare del tutto, la realtà dei fatti. Sono decenni che l’Italia accusa un forte deficit produttivo, costretta com’è, suo malgrado, ad approvigionarsi dall’estero, pur di soddisfare la notevole domanda interna, oltre alle necessità dell’export.

Eurispes fa intendere di non sapere nulla di tutto ciò. Si presuppone tuttavia che un istituto di ricerca si documenti un po’, prima di lanciare un dispaccio dai toni inutilmente allarmistici. Eppure le dinamiche del comparto oleario italiano sono note a tutti, ormai da decenni.

Stiamo attraversando una fase di netto declino, sul piano olivicolo. Per non parlare dell’assenza di un Piano olivicolo nazionale, sempre evocato ma mai attuato. Se non si piantano nuovi alberi, come sta accadendo da oltre un decennio, non potrà più esserci un comparto in grado di provvedere a se stesso, e a vantare, di conseguenza, un ruolo da primo piano nel mondo.

E’ grave che emerga – periodicamente, e sempre a inizio di olivagione, così, giusto per turbare le dinamiche del mercato – il solito clamore su truffe perpetuate ai danni dei consumatori. Non è una scelta saggia. Ci sarebbe la necessità di fare il punto della situazione, ma a livello ufficiale, senza dover accogliere per buone le valutazioni fatte da soggetti privati.

Come al solito, il più grave danno lo subiscono i consumatori, oltre che, indirettamente, gli stessi produttori. I consumatori non per le truffe, ma per il fatto di essere costantemente disorientati a fronte di continue comunicazioni dai toni sempre estremi e immotivati, quasi a supporre che non vi sia alcuno spazio, in Italia, per un comparto oleario che sia giudicato sano, senza abusi e, soprattutto, solido sul piano etico – quale effettivamente è.

Oggi sono soltanto comunicati stampa. Urlati, come è ormai consuetudine quando c’è di mezzo Coldiretti – e magari non influenzeranno nemmeno il consumatore, che forse non se ne accorge neppure; ma domani, presto, prima o poi, a furia di continuare a demonizzare il settore, tali rumors saranno destinati a diventare problemi, per l’economia di un comparto che sta già tirando i remi in barca e non ha bisogno di una comunicazione negativa.

E’ un comparto operativamente silenzioso quello dell’olio da olive, senza fermento. Per mancanza di fiducia. Perché non si investe più in innovazione, ormai. Perché non c’è un pensiero positivo che lo percorra dal di dentro. C’è solo fango e discredito, ombre più che luci. Le ombre elevate spesso a simbolo di un sistema che invece riflette un malessere mai affrontato, mai indagato a fondo. E così, per non guardare in faccia la nuda realtà, si preferisce prolungare l’agonia e gettare fango e discredito in maniera indistinta.

Avete mai riflettuto sul perché si stiano perdendo sensibili posizioni di mercato nel mondo, in particolare nelle nuove terre conquistate al consumo di oli da olive? Le aziende sono lasciate a se stesse, totalmente abbandonate al proprio destino. Vince chi ha una buona struttura e una strategia vincente, le altre tentano di sopravvivere, mentre di oliveti nuovi non solo non se ne piantano più, ma si abbandonano quelli preesistenti. Con queste ombre sinistre gettate per togliere luce non c’è più visione di futuro. Ci restano alla fine i soliti comunicati stampa di denuncia che non costruiscono nulla di buono. Si limitano a denunciare, non a trovare sbocchi e vie d’uscita. Ci si rende pur conto, in questa tiritera infinita che non si può più continuare con una politica così disfattista.

Sarebbe il caso di non gettare più fango addosso al comparto oleario italiano. Sarebbe il caso che si intervenga una buona volta per tutte. Che sia lo Stato a intervenire su questioni così delicate, istituendo una commissione specifica composta da personalità prestigiose e integerrime, estranee a politica e associazionismo. Si tratta in fondo di far esaminare la realtà senza che vi siano intromissioni esterne. Così, in attesa di un rapporto definitivo, ufficiale e univoco, che faccia luce sul fenomeno frodi, sarebbe il caso di evitare nel frattempo il dilagare di annunci inquietanti di cui non se ne può più.

Non c’è altra soluzione. Credo sia giunta l’ora di mettere la parola fine a comunicazioni distorte quanto fuorvianti. La pubblicistica negativa esasperata e ininterrotta può solo destabilizzare, senza portare alcun beneficio reale al settore. Ci vuole un cambio di marcia, ma forse non cambierà nulla. L’immobilismo è la via più comoda per chi non ha intenzione di voltare pagina.

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