Olivo Matto

La pizza è qualche cosa di vivo e naturale

Luigi Caricato

La pizza è qualche cosa di vivo e naturale

La pizza è per me un solido punto di riferimento. Non posso farne a meno. Motivo per cui a ogni edizione di Olio Officina Food Festival riservo il giusto spazio, anche in funzione dell’importanza e centralità che riveste l’olio extra vergine di oliva, per un prodotto da forno così pregiato e gustoso. E così, seguendo ormai da molti anni il lavoro svolto in maniera egregia dall’Apes, la prima e storica associazione, oltre che dal periodico collegato, “PizzaPress”, mi sento in dovere di dare spazio oggi a una lettera aperta che Maria Teresa Bandera, che di “PizzaPress” ne è il direttore responsabile, rivolge a Paolo Marchi. Non per spirito di polemica da parte di Maria Teresa, la quale interviene soprattutto a difesa del grande e compianto Vincenzo Buonassisi; e nemmeno per alimentar polemiche inutili, ma solo per riflettere seriamente intorno alla pizza.

Lettera aperta in risposta a Paolo Marchi per “Identità di pizza”

Ne ho preso visione solo in questi giorni e non conosco Paolo Marchi, ma da come parla, si è avvicinato da poco alla pizza, però sentenzia.

La memoria in Italia non fa “Storia”, e molto mi è dispiaciuto aver letto alcune sue frasi in merito al libro La Pizza edito nel 1982 da Fabbri, scritto dal giornalista gastronomo Vincenzo Buonassisi, mancato nel 2004. Un personaggio che per molti anni ha seguito da vicino centinaia di pizzaioli, ed è stato Presidente dei Probiviri dell’A.P.E.S., la prima associazione di questa categoria.

Più che il castagnaccio del buon Buonassisi, fanno inorridire queste pizze a vapore e a secco (dalla pizzeria in tintoria) che consentono una “reazione contenuta della reazione di Maillard” (giusto un tocco di saccenza ci sta bene…) o i gel negli impasti con aggiunte di creme, ma per carità poco lavorate (!?).

Ma cosa vuole insegnare, di cosa sta parlando? Di deliri, e nel nostro settore sono proprio questi deliri che fanno perdere la semplicità e il senso di un prodotto nato povero ma ricco come è la pizza.

Paolo Marchi non lo sa, non sembra averlo conosciuto, che Buonassisi non si è mai “venduto”: forse di carattere scostante, provocatore, permaloso, non facile da trattare, ma allo stesso tempo attento e onesto osservatore, lui approfondiva quello che riportava e citava sempre la fonte.

Come non sa, Marchi, nato nel 1955, che nel 1982 sulla pizza non c’era nulla di nulla e di tutto quanto oggi, e solo oggi si scrive, e chi se ne vanta, fa fumo, dannoso, sterile e tossico.

Nulla si sapeva e si diceva della pizza, non era un piatto di cui vantarsi, e nessun baldo giornalista di grido si vantava di sapere di pizza, in realtà ne sapevano poco anche gli stessi pizzaioli.

Si documenti Marchi che cosa scrisse il romagnolo Artusi a proposito di Pizza alla napoletana (e scoprirà che è un dolce, forse la pastiera), si documenti a capire perché la pizza è venuta infine alla ribalta, che cosa si sapeva trent’anni fa di pizza (meglio dire cosa non si sapeva), gli stessi napoletani in quegli anni certo non si identificavano con questa ma piuttosto con Maradona.

E’ venuta alla ribalta perché grandi giornalisti e geniali declamatori di cucinerie d’arte hanno toccato il fondo, e si debbono rigenerare e riproporre, creando una “Nouvelle Pizzà” (ovviamente alla francese) come lo furono la Nouvelle Cuisine e il nostrano Marchesi.

Un gesto di rispetto per natura e benessere… recita sempre Marchi, implica avere conoscenza e coscienza di quanto si sta riportando, e se non si è padroni dell’argomento, meglio tacere.

Lei, signor Marchi, se ha un bel curriculum, non lo danneggi con la pizza e lasci al loro delirio quei roboanti nomi e aziende che ci speculano per arrivare a declamare su prodotti pseudo-naturalistici perché di moda.

Pizza gourmet, lasciate perdere per pietà, per evitate di confondere quelle poche e scarne idee che consumatori e clienti hanno sulla pizza e sul suo consumo.

La pizza non può essere un cibo gourmet, la pizza è qualche cosa di vivo e naturale certo, è l’antico cibo dei poveri, e oggi, se non costasse ormai troppo, potrebbe aiutarci come ha fatto nel tempo della prima Austerity degli anni Settanta.

Il guaio è che in una percentuale troppo alta, e non voglio dire quale perché mi vergogno, la pizza non è fatta come dio comanda, si bada alla forma e non alla sostanza, e la sostanza è molto semplice e poco costosa; farina (e non significa nulla la macinazione a pietra, a meno che non si tratti di “marchette”), acqua lievito e sale. Il miracolo è nel cuore (cervello).

Maria Teresa Bandera

Direttore Responsabile PizzaPress

Acqua, lievito e sale. E olio extra vergine di oliva, aggiungo io.

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