Olivo Matto

La situazione italiana non è molto felice

Luigi Caricato

Il titolo di questo editoriale è fuorviante, in quanto, così come è formulato, serve solo per attirare il lettore, il quale da una rivista come Olio Officina si aspetta che il tema sia strettamente legato all'olio. Quando però si clicca sul titolo, ci si rende conto subito che si ragiona di libri e di mancati lettori.

Immagino benissimo che la tentazione di molti sia di andare oltre. I libri, la lettura, come temi piacciono poco, non è un argomento che interessa. Eppure il titolo di questo mio editoriale serve per farci riflettere, anche perché proprio di una situazione poco felice si tratta. Essere un Paese di non lettori comporta delle conseguenze, talvolta anche gravi.

Solo per dare una idea dello stato della realtà, riporto alcuni brevi dati, essenziali.

A leggere appena un libro nel corso di un anno solare sono soltanto 29,8 milioni, su un totale di poco più 60 milioni di abitanti. Pertanto, ben 6 italiani su 10 non leggono nemmeno un libro l’anno. 

Sono invece solo 5 milioni quelli che leggono più di un libro al mese. Fin qui, tuttavia, si parla solo di dati quantitativi, non qualitativi. Anche perché, se si guarda con attenzione alle classifiche di vendita dei libri, a vendere molto sono soprattutto libri di ricette, o libri firmati (non sempre, quasi mai scritti) da sportivi, attori, cantanti, o comunque libri di genere, gialli o noir perlopiù. Ora, beninteso, con ciò non intendo assolutamente esprimere un giudizio negativo verso questa tipologia di libri e di autori, per carità.

In ogni caso, se proprio vogliamo metterla sul piano del puro orgoglio patriottico, in questo tempo di populismi e sovranismi imperanti, c'è poco da essere contenti. Siamo il Terzo Mondo dell'Europa, agli ultimi posti per numero di lettori. Dopo di noi ci sono Cipro, Romania, Grecia, Portogallo. Per essere un Paese del G8, c'è poco da rallegrarsi.

Non voglio però soffermarmi su questioni generali, quanto invece su un dato che ritengo allarmante. Sono anche i manager italiani a non leggere. Il dato lascia stupefatti: leggono meno di un libro l'anno, ed esattamente quasi un libro, lo 0,8%. C'è da restare sbalorditi, ma nel medesimo tempo si comprende pure come mai l'Italia abbia una pessima classe dirigente. Non studia, non crede nella formazione. E anche i laureati tra i manager sono molto pochi, solo il 24% dei manager italiani è laureato, quando in Francia la percentuale dei manager laureati è ben superiore: il 69%. Anche la Spagna ci supera: il 60% dei manager ha conseguito il diploma di laurea.

Qualcuno potrà obiettare che i risultati si misurano sul campo, non con i titoli di studio o i libri letti. Lasciamolo pure pensare, diamo per buona questa scusa, ma resta da riflettere il fatto che il nostro Paese per scolarità sia molto in basso nella classifica, nell Unione europea siamo al ventisettesimo posto, ovvero: ultimi in classifica. Possiamo anche esserne orgogliosi, per carità. D'altra parte il livello della nostra classe politica è sotto gli occhi di tutti.

Solo mi chiedo questo: non sorge a qualcuno il dubbio che lo stato di salute di un Paese non sia soltanto da misurare sul fronte di un debito pubblico spaventoso e di uno spread poco rassicurante, ma a partire da altri fattori? Per esempio: dal grado di istruzione, dal numero di libri letti.

Se l'Italia è ferma, non è forse anche per motivi che vanno al di là di ragioni puramente contingenti?

Non è forse una crisi, prima ancora che economica, culturale? 

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