Olivo Matto

Parole al vento

Luigi Caricato

Tutti sappiamo come la pasta Garofalo non sia più in mano italiana. E’ un peccato, ma è così che funziona il mercato: chi compra, chi acquista. Non poteva mancare, in tutto ciò, la riflessione di Coldiretti, con il suo presidente Roberto Moncalvo. "Con la vendita della Garofalo agli spagnoli supera i 10 miliardi di euro il valore dei marchi storici dell'agroalimentare italiano passati in mani straniere dall'inizio della crisi”. Preoccupazione condivisbile, per carità. Poi Moncalvo chiarisce, secondo lo stile della sua organizzazione: "i grandi gruppi multinazionali – ha affermato – fuggono dall'Italia della chimica e della meccanica ma investono nell'agroalimentare nazionale perché, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all'immagine conquistata con i primati nella sicurezza, nella tipicità e nella qualità". Le sue dichiarazioni sono comprensibili, entrano nella logica comunicativa cui ci ha abituato Coldiretti: "si è iniziato - ha detto - con l'importare materie prime dall'estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all'estero". Ora, chi mi conosce sa che sono tra i pochi che non asseconda il pensiero coldirettiano, non condividendone né i ragionamenti, né l’approccio, né l’animosità e l’arroganza con cui entrano in scena. Così, quando leggo il passo successivo del comunicato stampa diramato da Coldiretti, resto perplesso. In particolare quando leggo che si sta assistendo a "un processo di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi". Che vorrà dire Moncalvo con queste parole? Cos’è che non mi convince? Forse che la filiera unita possa cambiare il volto del Paese? E allora – mi dico – come mai piange da un lato l’ennesima perdita di storici marchi industriali dell’agroalimentare italiano, mentre dall’altro non smette di far guerra agli stessi marchi storici che via via stiamo inesorabilmente perdendo, acccusandoli peraltro ingiustamente del pecato originale di essere “industria alimentare” e perciò come tali nemici dell’agricoltura italiana. C’è qualcosa in Coldiretti che non mi convince. Mi sembrano parole al vento, insignificanti. Come si può aspirare all’unità di filiera se poprio Coldiretti si agita quotidiamente, nel tentativo di ostacolare gli storici marchi dell’agroalimentare italiano, denigrandoli in continuazione, quei pochi che ancora rimangono in Italia? Vedrete, assisteremo presto alla vendita di altri marchi prestigiosi, anche nel campo dell’olio (le trattative sono in corso) come pure assisteremo, nel contempo, alle solite parole al vento pronunciate dal coldirettiano di turno. Parole al vento, o, se preferite: lacrime di coccodrillo.

Commenta la notizia

Per commentare gli articoli è necessario essere registrati.
Se sei un utente registrato puoi accedere al tuo account cliccando qui
oppure puoi creare un nuovo account cliccando qui

Iscriviti alle
newsletter