Olivo Matto

Qualcosa non va nella comunicazione relativa agli oli

Luigi Caricato

Non va affatto bene tutta la comunicazione che c’è intorno al succo di olive. Non sono per nulla soddisfatto. L’olio extra vergine di oliva va inquadrato in una chiave di lettura positiva e propulsiva, perché è l’unico modo per onorare una materia prima alimentare che non può assolutamente essere letta e interpretata diversamente.

L’olio è buono in termini di profumi e gusto, in quanto conferisce palatabilità, sapidità e appetibilità, e, nel contempo, si manifesta con profili sensoriali variegati e complessi. Ad assaggiare un olio, e ad abbinarlo alle tante preparazioni gastronomiche, non ci si annoia mai. Sono tante e differenti le peculiarità, in base alle cultivar, ai blend realizzati e ai territori di produzione.

C’è sempre da scoprire qualcosa di nuovo, tra i tanti extra vergini presenti in commercio. Soprattutto oggi, perché in passato non vi era la medesima qualità. Oggi gli oli sono più caratterizzati, e hanno personalità diverse, con tratti distintivi molto più netti.

E oggi l’olio extra vergine di oliva è buono anche in termini di salute, anzi: soprattutto in termini di corretta nutrizione e salute. È buono anche perché il nostro organismo di grassi da assimilare ne ha costantemente bisogno, e se questi grassi sono buoni tanto meglio.

Gli oli da olive meritano grande considerazione non solo per la loro frazione grassa, ma anche per quella parte non grassa (tra l’1 e il 2%) costituita dai cosiddetti componenti minori, ovvero tutte quelle molecole antiossidanti che fanno la grande differenza sul piano dei valori nutrizionali. 

Eppure, nonostante ciò, le insidie non mancano. Si pensi per esempio all’etichetta NutriScore, quella nota a tutti come etichetta a semaforo, che considera l’olio extra vergine di oliva un alimento addirittura non salutare, quando al contrario è universalmente riconosciuto come functional food e perfino come nutraceutico.

Qualcosa in questa semplificazione (e direi pure: banalizzazione) che ne fa il sistema di valutazione e categorizzazione degli alimenti sviluppato dai francesi non va assolutamente. Il NutriScore prende in considerazione il valore nutrizionale dei prodotti alimentari e li classifica in cinque distinte categorie, dove la categoria "A" (verde) è ritenuta la più salutare, mentre la categoria "E" (rossa) presenta i valori nutritivi più bassi. In tutto ciò, pertanto, un alimento naturale di alto valore salutistico come l’olio ricavato dalle olive, il cui valore è peraltro scientificamente provato da tanti studi, rientra nella categoria “C”, quando al contrario altri alimenti trasformati e alcune bevande analcoliche risultano essere più salutari, rientrando addirittura in una categoria superiore (“B”, o in altri casi “A”). Si tratta, questo, di un problema enorme che va necessariamente risolto, ma non è certo l’unico problema.

C’è anche un altro assai atteggiamento diffuso da qualche anno a questa parte - ed è il fuoco amico - che tende a denigrare e a far ritenere il settore oleario italiano truffaldino agli occhi esterni. Questa comunicazione negativa, di taglio scandalistico, è alimentata all’interno della stessa filiera, da parte perlopiù di alcune organizzazioni di categoria, e pure, incredibilmente, in alcuni casi, a opera pure delle stesse istituzioni, con grave danno sia per il prodotto in sé, sia per le aziende che subiscono la perdita di immagine e reputazione, sia, soprattutto, per gli stessi consumatori che a loro volta restano disorientati e perplessi.

Forse, sul tema olio da olive, ci sarebbe da riformare i modi e i contenuti della comunicazione. Il fatto stesso che vi siano claim salutistici che nessuno conosce - che pur si possono riportare in etichetta, ma che nessuna azienda di fatto riporta - è il chiaro sintomo di un sistema quanto mai fragile e maldestro, tale da non essere ancora in grado di gestire al meglio un prodotto che invece, per sua natura, ha il pregio di essere unico, speciale e, almeno per ora, inimitabile.

L'editoriale, che abbiamo riportato qui integralmente, è il medesimo del numero 28 di Oliocentrico, rivista digitale sfogliabile che potete anche sfogliare, scaricare in formato pdf e leggere di seguito. Buona lettura. Leggete e diffondete.

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CINZIA RASCAZZO

CINZIA RASCAZZO

29 giugno 2022 ore 14:28

C'è piu di qualcosa che non va nella comunicazione degli olii. Quello che viene proposto nell'articolo è giustissimo ma presuppone che sia solo l'Italia a produrre degli olii buoni e che altri paesi del mondo non facciano già (e benissimo!) le cose suggerite per promuovere i loro olii pure di qualità. Quindi fare quanto suggerito (educare il consumatore sugli aspetti salutistici, fare chiarezza sulla etichetta nutriscore, difendere l'olio italiano dalla comunicazione scandalistica) ci metterebbe solo alla pari degli altri paesi piu bravi (certo meglio di niente!), ma non permetterebbe di distinguerci in un'ottica di lungo periodo, in cui tutti i paesi fanno le stesse cose. Io mi occupo di marketing digitale e da vari anni ho messo su un brand per portare degli olii sui mercati internazionali. Anche in un periodo di inflazione e prezzi crescenti i miei clienti stranieri non hanno mai smesso di comprare il mio olio e di promuoverlo ai loro amici. Alla base di tutto il successo del mio olio c'è sicuramente la sua qualità....ma c'è soprattutto il fatto che io non ho mai "venduto i miei olii". Invece io ho sempre fornito ai miei clienti delle soluzioni ai loro problemi, perchè ho sempre messo il consumatore al centro di tutto. Sui social io vedo aziende che stressano i loro followers perche parlano sempre e solo del loro prodotto, della loro azienda, della loro storia e di se stessi....non pensano mai al consumatore. Questo vale per il mondo dell'olio, del vino e food in generale. In un periodo di alta inflazione, il consumatore finisce per comprare solo sulla base del prezzo, perche tutti lo stressano con la stessa identica "comunicazione". Da qualche tempo insegno ai produttori di olio come vendere "senza vendere" e come farlo online. Spero di riuscire a dare un contributo al mio paese.

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