Olivo Matto

Ridare status sociale al lavoro del contadino puntando sui ragazzi

Luigi Caricato

Ridare status sociale al lavoro del contadino puntando sui ragazzi

Quest’oggi io taccio e passo la parola a Flavio Lenardon, il presidente di TreeDream, ospitando la sua lettera aperta a Claudio Burlando, il governatore della Regione Liguria. Lo scorso 26 settembre avete potuto prendere visione, sulle pagine del “Corriere della Sera”, di un articolo dal titolo Soldi ai ragazzi per fare i contadini. Ebbene, da questa idea maturata da un politico, passo al progetto che Lenardon insieme con Giuseppe Stagnitto e altri sognatori pronti a tradurre in realtà le loro più nobili aspirazioni. Buona lettura. Preparatevi, però; perché non si tratta di una semplice lettera, ma di un documento in dodici punti.

Lettera apertadel Presidente di TreeDream

al Presidente della Regione Liguria

INDICE

1. Premessa e giustificazione della lettera aperta

2. Lo status quo della montagna del ponente ligure

3. Guardare gli olivi d’alta quota con “occhi nuovi”

4. Passi nella nostra “missione”

5. I valori di TreeDream

6. Ridare status sociale al lavoro del contadino

7. I terrazzi sono la nostra cattedrale

8. 50 anni fa era tutto un giardino

9. Il duplice senso di estinzione culturale

10. Il contadino e la res communis

11. Appello al Presidente della Regione

12. “I have a TreeDream”

1. Premessa e giustificazione della lettera aperta

Sig. Presidente Claudio Burlando,

ho letto, il giorno 26 settembre, con interesse e viva partecipazione, l’articolo dedicato alla Sua bella iniziativa di una legge che – per contrastare il dissesto idrogeologico della nostra Liguria – darà incentivi economici a chi torni a fare il contadino [Soldi ai ragazzi per fare i contadini, Corriere della Sera del 26/09/2012,]

Due giorni prima, il 24 settembre, il noto scrittore e oleologo Luigi Caricato scriveva di noi su Olio Officina:

Tra poche ore incontrerò Giuseppe Stagnitto e Flavio Lenardon, due folli innamorati dell’olio e del territorio – in cui operano ormai da tempo con grande determinazione e inventiva – in Liguria, nell’imperiese. I due costituiscono una coppia affiatata. Sono veri trascinatori, capaci di coinvolgere, nel loro sogno di una rinascenza dell’olivicoltura di montagna, gli anziani e nel contempo anche i giovani. Di loro ho già parlato quest’estate, segnalando il progetto TreeDream e l’impegno a lanciare di conseguenza Save the roots, con un solo imperativo: la rinascita e la tutela dell’olivicoltura ligure di montagna.

Stiamo quindi combattendo, Sig. Presidente, la stessa battaglia: il rilancio dell’olivicoltura ligure montana darebbe un lavoro qualificante a tanti giovani e il beneficio di mantenere in salute l’ecosistema.

Come noto, il degrado dell’entroterra ha effetto negativo fino alla costa perché l’eco-sistema naturale diviene tutto più vulnerabile.

Scopo di questa lettera aperta è chiedere il Suo aiuto per la nostra grande ed urgente missione: salvare dalla totale estinzione una “cultura” (“cultura” di olivi e di uomini, come dirò nei punti successivi).

2. Lo status quo della montagna del ponente ligure

Un dato di fatto immediatamente verificabile è il seguente: la maggior parte degli oliveti d’alta quota del ponente ligure è in completo abbandono.

Qualora le olive che si traggono da questi oliveti fossero paragonabili a quelle degli altri oliveti, questo abbandono sarebbe il frutto di logica economica in quanto è ragionevole concentrare la produzione dove essa costa meno. In questo caso potremmo allora parlare convenientemente di agricoltura di sussistenza, come avviene per certe zone montane, anche con riferimento agli allevamenti.

La cura dei prati è infatti considerata buona pratica agricola e pertanto meritevole di assistenza da parte dello Stato che, con aiuti finanziari, compensa il mancato introito dovuto all’inefficienza della produzione agricola in quelle condizioni. Infatti, anche per l’olivicoltura di montagna, sono in molti a parlare di “sussistenza”, per l’utilità sociale che deriva dal mantenimento dell’antico sistema dei terrazzamenti. È un detto comune “che le montagne liguri sono tenute su dai terrazzi degli oliveti”.

Lei stesso, Sig. Presidente, nell’articolo citato del Corriere della Sera, riassume il concetto nella forma più efficace: «Se non le tieni su, le terrazze vengono giù».

Nella nostra esperienza abbiamo rilevato che nel precedente ragionamento economico, che sembrerebbe dettato dal comune buon senso, non si è tenuto conto di un dato di importanza capitale.

Le olive che si raccolgono dagli oliveti nelle condizioni estreme (in alcuni casi ai limiti della fruttificazione) danno un olio dalle caratteristiche così elevate che si differenzia da quello prodotto dalla stessa cultivar (taggiasca) che cresce a quota minore.

Rispetto ai parametri già restrittivi che permettono di qualificare un olio certificandolo proveniente da una data regione geografica, l’olio d’alta quota (per il quale abbiamo coniato il neologismo Taggialto) presenta caratteristiche tali da qualificarlo come prodotto meritevole di essere classificato in una categoria a sé stante.

Per nostra iniziativa – come meglio dirò in seguito – una tesi di laurea in chimica ha caratterizzato nella maniera più oggettiva, con sofisticate analisi sperimentali d’avanguardia (comprese quelle eseguite con le tecniche della fisica atomica) i parametri che lo contraddistinguono.

3. Guardare gli olivi d’alta quota con “occhi nuovi”

Riassumendo quanto sin qui detto (e semplificando per miglior comprensione), si ha la seguente, quasi paradossale, situazione: l’olio che si trae dagli oliveti sopravvissuti in minoranza in una zona di diffuso abbandono è oggettivamente superiore all’olio che si trae dagli oliveti generalmente coltivati.

Al riguardo riporto il parere di due autorevoli esperti.

Scrive Giuseppe Vaccarini, Presidente dall’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana:

Taggialto è una parola nuova, nata per indicare quell’olio da olive taggiasche d’alta quota che non può essere comunemente chiamato taggiasco“.

(ASPI NEWSLETTER, Dicembre 2011, Numero 2, Pag. 3)

Luigi Caricato, autore di un libro intitolato Extravergini d’alta quota (Terre di Sole, 2005), scrive che è necessario “far comprendere i motivi per cui gli oli di montagna abbiano costi di produzione del tutto differenti, ma anche un profilo sia chimico-fisico, sia sensoriale diverso rispetto a oli di pianura.

Luigi Caricato individua tre aspetti principali caratterizzanti l’olio di montagna ligure:

– minori attacchi da parte della mosca olearia (“con differenze non affatto secondarie riguardo l’olio prodotto“);

– minori rischi di ristagni idrici (“le piante sono più al sicuro“);

– minori produzioni; questo fatto “favorisce il maggior accumulo di olio, oltre che di componenti pregiati all’interno del frutto. Tutto ciò si traduce in un olio più ricco in nutrienti, ma anche in sostanze antiossidanti e in composti che conferiscono all’olio un profilo sensoriale più caratterizzante”.

Scrive Luigi Caricato (pag. 27 del libro citato):

Secondo quanto emerge da alcuni recenti studi, la collocazione degli olivi in alta quota non solo rende più concentrati del solito gli oli, ma questi, una volta esaminati in laboratorio, presentano al loro interno anche una percentuale più significativa in componenti minori, ovvero di quella parte non grassa degli oli (in genere individuabile tra l’1 e il 2 per cento del totale) che comprende oltre duecentoventi sostanze, tra le quali si evidenziano i componenti volatili responsabili in particolare delle note aromatiche, quindi una serie di composti dotati di attività vitaminica e infine un nutrito bagaglio di utili antiossidanti (…).

Riguardo il profilo chimico dell’olio di montagna, una tesi curata dal Prof. Paolo Quadrelli del Dipartimento di Chimica – Università degli Studi di Pavia (febbraio 2012) ha fornito una carta d’identità unica per l’olio Taggialto.

A tal fine, il Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia e il laboratorio CRA-FLC in Lodi hanno messo a disposizione le loro competenze e le loro apparecchiature per condurre un’analisi fra le più accurate, controllate e riproducibili. Le spettroscopie della fisica atomica confermano gli elementi distintivi dell’extravergine d’alta quota (leggi qui).

E’ facile comprendere che non differenziando opportunamente l’olio d’alta quota se ne condanna all’estinzione l’olivicoltura.

Con le più semplici parole lo spiega Giuseppe Stagnitto in un’intervista.

G. STAGNITTTO Noi sappiamo che questi terrazzi sono costati una fatica incredibile e come diceva il poeta Mario Novaro “niuno gli à murati per primo” – non si sa chi li costruiti per primo, gli impianti sono millenari.

Questi terrazzi stanno andando tutti in rovina.

I contadini non hanno più interesse a conservarli.

GIULIA PICCHI: Perché?

G. STAGNITTO: Perché non c’è nessun motivo per cui l’ovicoltore debba spendere di più per coltivare queste piante, se non sono “differenziate”.

Le persone pensano: perché devo occuparmi di queste olive se me le pagano come le altre ma a me costano molto di più?

Costano tre volte tanto, come minimo, per la cura degli olivi.

E l’albero poi rende decisamente meno degli olivi a quota inferiore: pertanto, costa sei otto volte in più la sola materia prima e quindi è ragionevole abbandonarli.

E se invece noi, questi olivi d’alta quota, li guardassimo con “occhi nuovi”?

L’economia, scriveva Benedetto Croce (nella famosa polemica con Pareto), “non conosce cose ed oggetti fisici, sibbene azioni”. In altre parole, è l’occhio dell’uomo che dà valore alle cose.

Noi abbiamo “visto” che l’olio che si trae da questi olivi, alcuni dei quali crescono al limite della fruttificazione, è un olio diverso, fuori del comune.

Oltre i 500 metri di quota l’olivo cresce, ma non fruttifica quasi più. Verrebbe allora spontaneo pensare che “il canto del cigno” dell’olivo sia un “frutto” (drupa) da lasciare stare. Invece no: avviene esattamente il contrario.

L’olio che si trae da queste olive è un distillato unico, un concentrato straordinario di sapori e profumi, come è stato riconosciuto pubblicamente da esperti del calibro di Luigi Caricato e Giuseppe Vaccarini.

4. Passi nella nostra “missione”

La nostra magnifica “missione” è quindi quella di far riconoscere ad un territorio minuscolo l’esclusiva mondiale di un prodotto inimitabile.

Passi verso questo obiettivo sono stati: la costituzione della nostra azienda (Tesori della Costa); l’invenzione di un nome (Taggialto); la fondazione di un movimento culturale (TreeDream) che aspira alla rinascita e al riscatto dell’olivicoltura ligure d’alta quota.

La cronaca dell’avventura intellettuale che ha condotto al neologismo TAGGIALTO è contenuta nella lettera pubblicata l’8 luglio 2011 su Teatro Naturale.

Per quanto riguarda TreeDream, riporto al punto successivo un brano tratto da una mia lettera pubblicata il 21 luglio 2012 da Luigi Caricato su Olio Officina.

5. I valori di TreeDream

Gentilissimo Direttore Luigi Caricato, (…)

Come Lei sa, alcuni olivicoltori dell’alto imperiese hanno caparbiamente mantenuto la coltivazione degli olivi in condizioni estreme in modo attualmente non remunerativo.

Per quale motivo? La risposta è semplice: perché non hanno potuto fare altrimenti. Chi è stato abituato sin da piccolo a fare bene le cose, sviluppa una sorta di vigilanza verso se stesso che gli impedisce di venire a patti con la propria coscienza e con la verità, costi quel che costi.

Se i padri ed i nonni ti hanno insegnato fin da piccolo che l’oliva migliore è quella che cresce alla più alta quota, tu non ne puoi abbandonare l’albero nella terra che ha ricevuto in eredità.

(…)

Il contadino è innanzitutto un uomo libero con un altissimo senso dell’onore. L’accordo verbale ha lo stesso valore di un contratto scritto; è normale rimetterci di tasca propria piuttosto di rinnegare la parola data.

Questo dovere di conservare la propria libertà è un dei bisogni più vitali così come è un dovere il rispetto dell’onore proprio ed altrui. L’onore è il riconoscimento di partecipare ad una tradizione cui si riconosce un valore, tanto è vero che il più grave dei delitti è, come sosteneva Simone Weil, la distruzione del proprio passato. Allo sradicamento fisico dal proprio territorio d’origine corrisponde spesso parallelamente uno sradicamento morale.

È operazione di altissimo valore politico quello di raccogliere queste istanza di sofferenza e convertirle in proposizioni unificanti quasi parole d’ordine capaci di evocare echi nel cuore.

Quali sono i valori perenni (non contingenti) propri della cultura contadina? In che senso questi valori sono attuali? Queste due domande sono essenziali per rimediare ai pregiudizi di certa politica del passato che vedeva nelle iniziative individualistiche degli agricoltori una fonte di disgregazione sociale tanto che alcuni non hanno esitato a parlare di una “sub-cultura contadina egoista ed asociale”.

L’attuale convergenza ideologica tra il pensiero liberale classico (non nelle forme degenerate) e il pensiero progressista moderno, agevola nel cogliere questi valori perenni.

6. Ridare status sociale al lavoro del contadino

Traggo ancora dal libro di Luigi Caricato, Extra vergini d’alta quota (Terre di Sole, 2005) due brani significativi.

“Gli anziani irriducibili sono pronti a resistere, ma reggono poco: non hanno più l’età. I giovani per contro fuggono, temono l’impietoso giudizio della società, non riuscendo ad apprezzare a sufficienza il lavoro dei campi e il senso stesso di un ritorno alla civiltà rurale.

” … si può dar luogo ad una svolta. Chi si impegna in una simile sfida può compiere e ripetere quanto è avvenuto in passato nel corso dei secoli, realizzando il grande miracolo di recuperare le zone più impervie“.

Poiché non mi vergogno di essere considerato un “idealista sognatore” riporto le parole con cui Giuseppe Stagnitto, nell’intervista già citata, parla della nostra “visione”:

GIULIA PICCHI: Torniamo alla visione

G.STAGNITTO: Flavio Lenardon vede già i terrazzi “bianchi” – come il titolo di quel libro di Le Corbusier “Quando le cattedrali erano bianche”.

Li vede già. Li vede già “risorti”.

Lui non ha dubbi sul fatto che lì ci saranno i terrazzi rimessi a nuovo, che gli olivi saranno tutti curati, che non ci sarà più bisogno che i giovani siano obbligati ad andare a lavorare nei paesi vicini, perché hanno l’oro in casa loro.

Il nostro “movimento culturale” vuol far rinascere un territorio che ha una cultura bellissima, con delle solide tradizioni e con una speranza di lavoro nobilitante per tanti giovani.

E’ bello poter dire: “ho imparato il segreto di fare un olio straordinario, un olio unico al mondo“.

E’ bello poter dire: “vivo e lavoro in un cuore di terra che produce un olio giudicato, su scala mondiale, assolutamente inarrivabile”.

Non è infatti ragionevole chiedere di pagare di più un olio perché si salvino dei terrazzi d’alta quota (quasi una sorta di contributo richiesto alla coscienza ecologica del consumatore); è invece ragionevole chiedere di pagare un olio il giusto prezzo commisurato all’eccellenza oggettiva del prodotto, alla sua unicità e rarità su scala mondiale.

Non è la carità che ha eretto, nel primo millennio della sua esistenza, il sistema dei terrazzi liguri, questo monumento della laboriosità dell’uomo, e non sarà la carità che lo conserverà per il futuro.

7. I terrazzi sono la nostra cattedrale

I nostri avi – come già ricordato – hanno impiegato secoli per terrazzare le montagne: a partire da una certa quota, ogni pianta è sostenuta dal proprio muro come fosse un vaso. E’ una cosa impressionante. Chi non vede con i propri occhi – come Lei ben sa – non può comprendere.

Oggi, però, l’impressione è quella di una cattedrale di pietra che sta andando in rovina!

Ho usato non a caso l’espressione di “cattedrale”.

TreeDream sta curando la pubblicazione del libro del Prof. Giorgio Barbaria, dal titolo Poesia dell’olio. Viaggio letterario nelle culture dell’ulivo.

Il Prof. Barbaria, quasi disegnando una serie di cerchi concentrici, considera il mondo classico (greco e latino), il mondo ebraico e cristiano concentrandosi infine sulle figure letterarie più rappresentative della Liguria.

In questa ultima parte, il libro riporta un brano letterario di Giovanni Boine (pubblicato nel 1911 – quindi un secolo fa – sulla rivista “La voce”) intitolato “La crisi degli olivi in Liguria”. In questo brano la costruzione dei terrazzamenti, nel corso dei secoli, è esplicitamente paragonata alla costruzione di una cattedrale.

Ulivi, uliveti che pianti e che durano millanni; ulivi, uliveti dappertutto! Il prato diventò uliveto, il campo uliveto, la vigna uliveto, il bosco in alto faticosamente dolorosamente tenacissimamente uliveto.

E l’opera trionfale della razza, di tutta la razza fu compiuta. Come il popolo di una città medioevale, la cattedrale sua, così noi nei secoli. (…) La nostra cattedrale! Gli uliveti folti, boscosi, d’argento per tutto! avevamo fatto il nostro destino, il destino nostro era ora conchiuso; i padri finalmente avevano fissato il nostro destino. E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale: ogni nostra speranza era lì, ogni nostra sicurezza era lì, negli ulivi.

Il colto imprenditore Mario Novaro (che Boine definiva “l’unico mio amico”) ripubblicò, nel 1939, il saggio di Boine già citato sotto il titolo “La casa del nonno e la cattedrale degli ulivi”.

Nel brano Boine dà una straordinaria descrizione del lavoro instancabile del popolo ligure:

E qui non v’è aratro, qui non v’è ordigno, qui i solchi si fanno a colpi violenti di bidente, un dopo l’altro, duri, violenti rompendo il terreno compatto e argilloso. Terreno avaro, terreno insufficiente su roccia a strapiombo, terreno che franerebbe a valle e che l’uomo tien su con grand’opera di muraglie a terrazze. Terrazze e muraglie fin su dove non cominci il bosco, milioni di metri quadri di muro per quindici per venti chilometri dal mare alla montagna, milioni di metri quadri di muro a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri, pietra per pietra, hanno colle loro mani costruito. Pietra su pietra, con le loro mani, le mani dei nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna! Non ci han lasciati palazzi i nostri padri, non han pensato alle chiese, non ci han lasciata la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muri, dei muri a secco come templi ciclopici, dei muri ferrigni a migliaia, dal mare fin su alla montagna!

8. 50 anni fa era tutto un giardino

Nell’articolo del Corriere della Sera, già citato, si riportano i seguenti dati:

Nel dopoguerra la Liguria aveva 150.000 persone che lavoravano la terra. Oggi sono meno di 14.000. A presidiare sono rimasti gli anziani”.

Rino Pellegrino, responsabile di SAVE THE ROOTS, ricorda:

50 anni fa era tutto un giardino: i tre protagonisti della montagna (prato, bosco, oliveto) erano curati al cento per cento.

Soprattutto era curato lo scolo delle acque: i canali erano sempre puliti, così che il percorso dell’acqua era ben irreggimentato e non invadeva gli oliveti buttando giù i terrazzi.

Ora invece i canali sono quasi tutti intasati, pieni di terra e anche delle pietre dei muri a secco già caduti.

Era normale che d’inverno cadessero dei tratti di muro (l’acqua aumenta la spinta della terra) ma questi muri erano rifatti, solitamente a marzo o anche in settembre, sempre prima dell’inverno successivo.

Se oggi dovessimo stimare, nella zona alta della provincia di Imperia, l’impegno per la cura delle acque, potremmo dire che si fa il dieci per cento rispetto a quanto si faceva 50 anni fa.

Anche per questo motivo, in queste zone, il sessanta per cento dei terrazzi è crollato o quasi (o si teme crollerà nel giro di qualche anno).

Il lavoro più lungo e costoso del ripristino dell’olivicoltura montana è proprio la ricostruzione di questi muretti a secco.

Si deve considerare che i muri delle zone a maggior quota sono più alti e per la loro stabilità devono essere più larghi e quindi necessitano di maggior lavoro.

Come Lei sa, Presidente, ad una certa quota, lo scoscendimento del terreno rende quasi ovunque impossibile l’utilizzo del trattore che darebbe un notevole aiuto. Il trattore, infatti, oltre a portare carichi, permetterebbe di tagliare e trinciare l’erba, arare, vangare, fresare. Inoltre, tramite la presa di forza permetterebbe di collegare la pompa dell’acqua, la sega e l’accessorio per spaccare la legna.

Rispetto a 50 anni fa (potremmo quasi dire rispetto a mille anni fa) l’olivicoltura montana ha avuto dalla tecnologia solo la novità di piccoli utilissimi attrezzi (il decespugliatore, la motosega, lo sbattitore pneumatico per la raccolta) che però non hanno consentito l’autentica rivoluzione che hanno conosciuto le olivicolture di altre regioni.

L’olivicoltura della montagna è stata quindi toccata solo tangenzialmente dal moderno sviluppo tecnologico dell’agricoltura.

9. Il duplice senso di estinzione culturale

L’olivicoltura montana è seriamente a rischio di estinzione: estinzione “culturale” (non solo di olivi-coltura anche nel comune senso traslato di cultura umana).

Giustamente Sig. Presidente, nell’articolo già citato, Lei usa la parola “contadini”, invece della parola, oggi più comune, “agricoltori”.

La coltivazione montana si basa infatti su tante conoscenze non scritte e che non si apprendono nei corsi di agraria (o di ingegneria): qui il metodo lo dà direttamente la natura e viene trasmesso di padre in figlio.

Sono cose da imparare sul campo, nel tempo opportuno, seguendo i cicli stagionali. Sono cose che si devono trasmettere da persona a persona.

L’apprendimento è lento perché segue necessariamente i cicli stagionali.

Ora si sta spezzando (o si è già quasi spezzato) l’attuale anello della trasmissione millenaria di questo sapere.

Rino Pellegrino dice:

Anche oggi, per ricostruire i muri, usiamo gli stessi metodi che si usavano mille anni fa. Noi abbiamo imparato dai nostri padri. Ma noi a chi li insegneremo?

E’ pertanto urgente tesaurizzare queste conoscenze.

10. Il contadino e la res communis

Il contadino considera la proprietà pubblica non “cosa di nessuno” (res nullius) , ma “cosa di tutti” (res communis).

Rino Pellegrino racconta la seguente storia, bella quasi come una parabola del Vangelo:

Un uomo passa, alla guida di un carro trainato dal cavallo, e china la testa per evitare un ramo che sporge sul sentiero. La stessa cosa fa un secondo uomo, sempre passando oltre. Un terzo uomo, invece, ferma il cavallo, scende dal carro e col coltello taglia il ramo. Solo quest’ ultimo è un contadino.

Allo stesso modo è normale che, per la cura delle acque, il contadino vada sul terreno degli altri: ognuno si sente responsabile per tutti (Rino Pellegrino, quando piove, si mette l’impermeabile e fa un giro, con la zappa, per le campagne).

TreeDream sta curando la pubblicazione di un altro libro, dal titolo:

“I contadini avevano ragione”.

Questo titolo deriva dalla seguente constatazione: i contadini sono gli unici che non si sono arresi ad una cultura che sembrava imperante ed oggi si è rivelata perdente.

La situazione paradossale è questa: ciò che è stato rimproverato ai contadini in passato oggi è considerata virtù sociale ed ecologica.

Ad esempio, si rimproverava ai contadini di “sopravvivere più con uno scambio con la natura che non mediante uno con la società” (Silvia Perez-Vitoria Il ritorno dei contadini, Premio Nonino 2009, pag. 68).

La cosiddetta ” sostenibilità” non è oggi considerata la virtù ecologica per eccellenza?

Nella lettera del 21 luglio già citata scrivevo:

La cultura contadina ha adottato da sempre, per eccellenza, il moderno concetto di sostenibilità. Il contadino ama la sua terra, non la sfrutta né ne abusa e le restituisce ciò che da essa ha ricevuto. Nel libro “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà” (1973), Konrad Lorenz scrive nella maniera più incisiva che “la biocenosi creata dal contadino è altrettanto duratura di quella che sarebbe sorta senza il suo intervento”.

11. Appello al Presidente della Regione

Sig. Presidente Lei ha il potere di aiutarci.

Le chiediamo, col cuore in mano, a nome degli olivicoltori che hanno avuto fiducia in noi: ci aiuti! Aiuti la Sua terra!

I nostri contadini si lamentano di spendore quasi più in carte burocratiche che in investimenti produttivi: ci liberi da queste catene!

Impegnati come sono in una sorta di guerra per la sopravvivenza, i contadini hanno l’improrogabile necessità di operare in una situazione di somma urgenza che, legittimamente, deve vedere allentati tanti vincoli burocratici ed amministrativi.

Come insegnava magistralmente Jean Guitton in Nuova arte di pensare, l’errore è sempre quello della sottile metamorfosi di un metodo ad un sistema: si pensano leggi sacrosante in un certo ambito e poi si fa di questi metodi un sistema normativo, una dottrina, oltrepassando il limite.

E’ oltre il limite del ragionevole, ad esempio, pensare di applicare norme come quelle dei cantieri civili ed edili (norme giuste in quell’ambito), alla ricostruzione dei muri a secco montani.

La ragionevolezza, invece, richiederebbe piuttosto regole e controlli da parte della stessa comunità, sola detentrice di un “sapere locale” (la cui efficacia è comprovata da un millennio di storia).

Sig. Presidente ci aiuti!

Può aiutarci, innanzitutto, facendo estinguere i tanti ostacoli che ci impediscono di essere noi stessi.

Anche i nostri contadini, infatti, come quelli drammaticamente descritti da Vandana Shiva (nel libro Il bene comune della Terra) si “sono resi conto di aver perduto il controllo del proprio destino” (pag. 88).

Al riguardo, molte cose sono davvero difficili da scrivere e da spiegare.

Ad esempio, in montagna ci si aiuta l’un l’altro: nei periodi “forti” ci si aiuta tutti.

Per le leggi di controllo del lavoro è allora facile cadere in situazioni al limite della legalità: il contrasto è con una mentalità imperante che non crede più alla gratuità (e forse neanche più al senso dell’onore dei contadini).

Il contadino, invece, non si è mai arreso ad una concezione ideologica e disumana che impone una visione mercantile dei rapporti umani, come non si è mai arreso ad una concezione delle pubbliche istituzioni quali detentrici di un potere che troppo spesso esibiscono abusandone, proprio come gli antichi padroni romani esibivano la sferza ai loro schiavi.

Presidente, l’iniziativa di TreeDream che abbiamo denominato Save the Roots sembra avere una forza dirompente: di fronte all’urgente necessità di salvare un patrimonio creato in centinaia d’anni di lavoro dei loro avi, i contadini dell’alto ponente ligure iniziano a riunirsi tra di loro, discutono e lavorano per un fine comune, con l’obiettivo di far conoscere al mondo le qualità eccelse e uniche dell’olio che deriva dalle olive da loro coltivate e di far risorgere a nuova vita le loro terre.

Come Lei sa, l’odierna rete di comunicazione (web) ci ha finalmente permesso di riappropriarci di forme di comunicazione antichissime. Abbiamo così opportunità che le generazioni precedenti neppure sognavano. Da questa constatazione prende spunto la nostra audace iniziativa: il resto di una tradizione millenaria, consapevole del valore del proprio messaggio, decide di rivolgersi direttamente al mondo, affidando al messaggio la speranza condivisa dalla propria comunità.

Nel nostro sforzo comunicativo – che è ora condotto come Lei certo immagina con mezzi molto limitati, anche se sostenuto dalla fede indomita di una comunità che si è finalmente ritrovata in un sogno comune – chi, più di Lei, Presidente della nostra bella Liguria, può aiutare TreeDream?

12. “I have a TreeDream”

Ci ha commosso la Sua affermazione “Vorremmo convincere i figli a riprendere il lavoro che i loro padri non possono più fare”.

In questo ultimo anno abbiamo girato un certo numero di documentari.

Brani di questi filmati saranno proiettati durante “Olio Officina Food Festival” nel prossimo gennaio.

In uno di questi documentari mi esprimo con parole simili alle Sue:

Questo sarà uno dei sogni più belli che noi possiamo realizzare: che un giovane tragga beneficio, profitto e gioia nel rifare il lavoro del proprio padre. E’ questa la cosa più bella che possiamo fare!

Scrive la mia amica Julia Butterfly Hill (nel libro Ognuno può fare la differenza):

“Quando ho scoperto che più del 97 per cento delle originarie foreste di sequoia erano state abbattute … ho provato una rabbia come mai nella mia vita … ciò che era bello, profondo e sacro veniva distrutto: sentivo che avrei dovuto fare qualcosa per impedirlo.(…) la mia inattività contribuisce all’ingiustizia del mondo, esattamente come le azioni e la mancanza di azione degli altri”.

Presidente Burlando, Lei certamente non sarà “inattivo” e non “contribuirà all’ingiustizia del mondo”.

Lei infatti sa che, qualche volta, le cose possono davvero cambiare.

La storia insegna che trasmettendo con sufficiente fede un sogno (I have a dream, diceva con forza Martin Luther King) se ne innesca inevitabilmente la realizzazione.

In uno dei nostri documentari, attingendo coraggio dalla solidarietà dei nostri contadini, dico a nome di tutti:

“Abbiamo una grande missione da compiere ed è quella che l’albero ci ha chiamato a compiere: è quella di salvarlo.

Noi dobbiamo riuscire a salvare queste terre perché è la nostra anima e l’anima dei nostri figli e dei nostri alberi.”

“Con l’aiuto di Rino, di Mario, di Ezio e degli altri contadini olivicoltori riusciremo a far capire al mondo il messaggio che TreeDream sta portando avanti.

Io sono solo un tramite. Il merito va a loro che hanno continuato a portare avanti, con sacrificio, forza e determinazione – proteggendolo perché non si spegnesse per sempre – questo lumicino che è l’olivicoltura d’alta quota”.

“Gli olivi d’alta quota ci hanno donato l’idea del logo di TreeDream: l’albero nelle nostre mani. E noi siamo nelle mani dell’albero, anche. L’albero che dà un sogno a noi e noi diamo un sogno all’albero. Chi condivide questo sogno potrà dire insieme a noi: I have a TreeDream

Con tanta stima.

Borgomaro, Fraz. Ville San Sebastiano

28 settembre 2012

Flavio Lenardon

Presidente di TreeDream

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