Olivo Matto

Siamo davvero indipendenti?

Luigi Caricato

Troppo spesso si tende, in Italia, ad accusare gli altri di essere dei venduti, non guardando mai a se stessi. E’ un po’ come la storia dell’arbitro di calcio che dagli spalti viene sempre indicato come un cornuto, a prescindere da come arbitra, ma solo per il fatto di aver preso decisioni non condivise, o comunque non a vantaggio della propria squadra.

C’è, insomma, un’abitudine a offendere, accusando sempre gli altri di non essere liberi e indipendenti, mai valutando in maniera oggettiva la realtà. E’ una questione di punti di vista. Più facile guardare agli altri anziché a se stessi. Nessuna sorpresa, perché è da sempre così. Molto più facile giudicare gli altri e mai se stessi.

Di fronte a un simile quesito – “siamo davvero indipendenti?” – c’è da osservare un aspetto che non è affatto da trascurare: molti ignorano di fatto il significato stesso dell’essere indipendenti.

Chi è indipendente? Colui che è autonomo nelle proprie scelte, completamente libero (o quasi), non vincolato da una superiore volontà. Ecco, da cosa dobbiamo partire prima di giudicare gli altri. Siamo davvero indipendenti?

Molti confondono il fatto che l’essere non organici all’interno di un partito, o di un sindacato, o di una congregazione, o di un qualsiasi gruppo, comporti con ciò, automaticamente, anche la propria indipendenza. Non è così.

Siamo davvero economicamente autosufficienti e in grado di sostenere quanto necessario per garantire il proprio personale benessere e quello dei familiari?

Osservando da alcuni decenni il comparto olivicolo e oleario, ma estenderei l’esempio a tutto il mondo agricolo, ho potuto notare come la gestione della cosa pubblica in Italia sia in mano di pochi, o, per essere più corretti, di un solo gruppo forte, di cui si sente tanto parlare, ogni santo giorno, in tv e in radio, e di cui si legge puntualmente su ogni organo di stampa.

Ci sono perfino ministri, oltre che parlamentari della Repubblica, immortalati mentre indossano molto volentieri i simboli di questa potente lobby. Li vedi orgogliosi come bimbi gratificati da un pugno di caramelle mentre indossano le loro casacche o i foulard, nel segno di una chissà se inconsapevole sudditanza piscologica. Ebbene, voi pensate forse che ci possano essere persone libere in questo Paese, se la gestione della cosa pubblica, e di conseguenza, gli stessi finanziamenti pubblici sono in mano a una lobby?

Non sorprendiamoci se, mancando una piena autonomia economica, alcuni soggetti deboli, pur non essendo organici a un gruppo di potere, restano comunque condizionati nel loro operato. Penso agli agricoltori che aspirano a emolumenti pubblici per tirare a campare, o ai ricercatori in attesa di fondi per portare avanti i propri studi, o a giornalisti che in carenza di risorse interne alla propria testata si adagiano riportando tali e quali le note stampa ricevute. Un po’ la tendenza tutta italiana a stare dalla parte del potente, un po’ la mancanza di autonomia decisionale, la vera indipendeza è sempre più rara nel nostro Paese.

Per questo, prima di giudicare frettolosamente gli altri, sarebbe alquanto utile chiedersi quanto si è realmente autonomi, e quanto al contrario condizionati nell’atto stesso di esprimere e affermare la propria (se tale davvero è) indipendenza. Pensiamoci.

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