Saperi

Bubalus bubalis

Le grandi, nere, ancestrali bufale d'acqua portate in Italia dai Saraceni. Con la differenza eroica tra partire e viaggiare, tra la stupida ansia e il buon pretesto

Nicola Dal Falco

Bubalus bubalis

Quando le automobili avevano numeri di tre cifre, di poco inferiori a mille di cilindrata e di conseguenza ottocentocinquanta lire suonavano intere e comode in tasca; quando i fratelli maggiori condividevano l’avventura con quelli più piccoli e, soprattutto, quando andare da Milano a Battipaglia richiedeva un motivo, noto solo a chi si mettesse per strada, un quasi segreto, un’affiliazione.

Di ciò parliamo.

Di tre ragazzi che avrebbero raggiunto apposta i prati dove pascolano le bufale. Le grandi, nere, ancestrali bufale d’acqua, Bubalus bubalis, portate in Italia dai Saraceni.

Vagamente infernali, e poi, borboniche, ma così generose nel dare latte e seminare sterco.

Lì, sui prati di Battipaglia, è impossibile non camminarci dentro. Va però scelto con attenzione. Non la prima fatta che vedi, né la più recente, proterva e ronzante, né al contrario la legnosa che si sfarina con un colpo di vento o di piede.

Ai tre serve una cupola che inizi a brunire, rompendo qua e là la superficie. senza però perdere consistenza e, per così dire, turgore.

Allora, la spostano, esaminando il terreno in cerca dei fori d’ingresso.

È come sollevare un coperchio. In quel tepore di terra benedetta, i coleotteri coprofagi scavano la loro tana e per sapere se non l’hanno abbandonata basta infilarci un dito.

Uno zampettio di risposta arma gli sguardi, fa rapidamente allargare il buco, incrementando la collezione.

Catafratti, battaglieri, carichi di corni, risalgono alla luce ilBubas bison, il Copris lunaris, il Copris hispanus, l’Onthophagus taurus, l’Aphodius fimetarius ed altre specie meno appariscenti

Sono il viatico di un viaggio in discesa, da Milano a Battipaglia, dalle camerette di casa ai sedili della Fiat 850 Sport Coupé, da una notte all’altra, più ripida della prima. Sacra di nere vacche del Sole e dei loro lillipuziani armigeri.

Qui, sta la differenza eroica tra partire e viaggiare, tra la stupida ansia e il buon pretesto.

Dicevamo che erano in tre, due fratelli e un amico. Quest’ultimo non ha particolari titoli per l’imbarco; è anche quello che, nelle periodiche riunioni al Museo di Storia Naturale, ne sa di meno. Per la cronaca, però, è l’armatore che nell’impresa mette il mezzo di trasporto ed anche il figlio di Macario, del comico lunare. E questo aspetto dionisiaco, d’arte ambulante e meticcia, aggiunge all’impresa un sorriso greco.

L’ultima scena sembra, addirittura, evocare un banchetto sul margine ombroso del prato, dove i tre si riposano, oziano, mentre una torma di bambini, ormai scaltriti, cerca coleotteri ad libitum.

16 dicembre 2011

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