Saperi

Cinema e arte, quando i due linguaggi si intersecano

Esiste un parallelo fra Volevo nascondermi di Giorgio Diritti e Van Gogh-Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel: la vita tormentata di pittori unici, identificabili in un loro stile personale d’impatto, la ricerca pittorica, la denigrazione sociale, la solitudine. Solo che al primo interessa l’uomo, molto meno l’artista; il secondo è interessato invece ad entrambi e l'uomo e l'artista si compenetrano

Stefania Morgante

Cinema e arte, quando i due linguaggi si intersecano

Il cinema si è spesso occupato di arte ed artisti. Alcuni registi hanno usato come pretesto l’arte per parlare della vita personale, altri hanno usato la vita personale come sfondo per indagare la poetica.

Esiste un parallelo fra Volevo nascondermi di Giorgio Diritti e Van Gogh-Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel: la vita tormentata di pittori unici, identificabili in un loro stile personale d’impatto, la ricerca pittorica, la denigrazione sociale, la solitudine.

Tuttavia la differenza notevole sta nei registi. Schnabel è pittore oltre che regista e il protagonista Defoe dipinge oltre ad essere collezionista.

La camera a spalla di Schnabel fa entrare lo spettatore nel campo visivo dell’artista. Addirittura ci sono sfocature delle immagini quando Van Gogh corre ed è obnubilato dalla fatica. Noi siamo dentro il flusso creativo di Van Gogh. Non assistiamo, siamo i suoi occhi. Schnabel sceglie un periodo specifico di Van Gogh e tuttavia capiamo di cosa si tratta. La storia personale c’è. Senza essere eccessivamente lunga e dilatata.

Antonio Ligabue, autoritratto con sciarpa rossa,  1956

Il Ligabue di Diritti è macchiettistico, lento, non concluso. Di pittura proprio non se ne parla. Di scultura pochissimo. Ci sono ogni tanto dei quadri finiti (mentre in quello di Schnabel, c’è proprio l’atto pittorico in esecuzione).

Germano fa finta di dipingere per pochissimi minuti. Neanche un attimo di pittura in cui assistiamo alla nascita di un dipinto. A Diritti interessa l’uomo, molto meno l’artista. Schnabel è interessato ad entrambi ed entrambi si compenetrano.

E l’uomo Germano/Ligabue ha lunghezze di interpretazione spesso noiose. Particolari di vita che nulla aggiungono al perché è diventato un grande artista, con salti temporali spesso troppo sincopati e non giustificabili.

Credo che per creare un film su un artista, in questo caso un pittore, bisogna avere una sensibilità maggiore sull’interscambio uomo/artista. Perché non sempre la vita disastrata di un uomo (o di una donna), si tramuta in arte e non sempre l’arte fa vivere malamente.

Germano molto bravo nell’Isola delle Rose ma qui, come quando ha interpretato Leopardi, non mi convince. Troppo caricaturale. Trovo non azzeccato il titolo (Ligabue perché voleva nascondersi? Mi pare il contrario) e una canzone finale in inglese che nel contesto pare messa lì perché avanzava. Che non concede giustizia a Ligabue, poiché non solo non è stato invisibile ma neppure desideroso di nascondersi.

Van Gogh, Autoritratto con orecchio bendato e pipa, 1889

Schnabel ha una sensibilità narrativa molto più profonda e comunicativa.

Accompagna lo spettatore dentro la tela, non fa finta di dipingere ma dipinge sullo schermo. Racconta cosa significa creare un dipinto mentre narra la vita dell’artista. L’esistenza di Van Gogh diventa quasi un flusso di pensiero: noi entriamo nei movimenti e nei pensieri di Van Gogh.

Il rumore del vento, il fruscio delle foglie e dell’erba, sottolineano il suo stato d’animo. In qualche modo, entriamo dentro Van Gogh, il regista ci rende partecipi come se fossimo nella narrazione e diventassimo parte di essa.

È un punto di vista innovativo, che ci fa essere parte della storia. La narrazione ha un flusso discontinuo, racconta stati d’animo, che vengono trasportati su tela. Schnabel usa il cinema come Van Gogh usava il pennello. Le due arti si potenziano e convivono serenamente, cosa che nel film di Diritti non vedo.

Forse la chiave migliore se vogliamo parlare di arte ed artisti nel cinema, sta nell’ampliare lo spazio dell’arte e non pretendere di interpretarla attraverso le sole vicende personali, che sono solo una parte della poetica di un artista.

Nella narrazione artistica, che sia pittorica e/o umana, vince a mani basse Schnabel.

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