Saperi

Dialogo tra un cocomero e un vecchio pezzo d’ulivo

Questa conversazione immaginaria è stata ispirata da una fotografia realizzata qualche settimana fa, all’arrivo del bellissimo cocomero che si può ammirare nella foto che vedete, proveniente, non a caso, da un set pubblicitario. Lo sferoide d’ulivo è realizzato invece da uno scultore e troneggia da molti anni, come è giusto che sia, su una antica colonnina

Pio Tarantini

Dialogo tra un cocomero e un vecchio pezzo d’ulivo

‒ Scusatemi se vi disturbo, siete davvero un bel cocomero, ma mi pare che siate in forte anticipo sulla stagione… ‒ disse il vecchio pezzo di ulivo al vicino cocomero, apparso improvvisamente sul ripiano della cantina dove esso era stato relegato da tempo in attesa di una sistemazione migliore. 

Il cocomero si degnò di rispondere con malcelato sussiego e manifesta meraviglia per la domanda di quel vecchio pezzo di legno sferoide, deturpato da un grande buco, residuo di una area interna marcia: ‒ Gentile amico, le stagioni, per noi frutti privilegiati, non esistono più: ha mai sentito parlare delle serre? ‒ concluse con un sorrisetto sarcastico.

‒ Sì, ne ho sentito parlare, ma, sa, io sono solo un vecchio pezzo di un ulivo cresciuto nelle campagne salentine ‒ rispose la sfera d’ulivo con una punta di imbarazzo.

‒ Ma come mai ‒ chiese il cocomero con aria antipaticamente inquisitoria ‒ ha questa forma sferica con quel buco in mezzo?

‒ È una storia dolorosa, la mia: ero parte di un imponente tronco centenario, in un campo di ulivi maestosi, orgoglio del padrone che spesso in questa sua proprietà si imbatteva in fotografi intenti a riprenderci. Poi è arrivata quella maledetta malattia, la xylella, che si è intrufolata quasi senza che ce ne accorgessimo nella nostra linfa e nel volgere di qualche anno ci ha annientati. Qualche anno fa l’ulivo cui appartenevo, pesantemente attaccato dalla malattia, fu abbattuto e un fotografo, amico del padrone del campo, chiese un frammento del tronco, facendolo poi lavorare da uno scultore in questa forma quasi sferica che adesso definisce la mia identità. Il buco che deturpa la mia forma è la testimonianza della malattia che ci ha colpito.

‒ È davvero una storia triste, ‒ interloquì il cocomero con finta cortesia ‒ e d’altronde, a essere sinceri, non so oggi che senso abbia coltivare ancora gli ulivi. Poi, se ho ben capito, stiamo parlando di piante centenarie, che hanno vissuto la loro vita: con tutto il rispetto, ma non le pare di essere vissuto abbastanza?

‒ Perdonatemi signor cocomero, ma forse non si vive mai abbastanza… e io mi ritengo un privilegiato perché, anziché finire bruciato in discarica, secondo la legge, sono stato salvato e vivo questa mia seconda vita come scultura.

‒ Mi perdoni, ‒ lo interruppe con il solito sorrisetto di superiorità il cocomero ‒ ma, a dire il vero, una vita in cantina non mi pare un grande risultato. Poi, per l’amor di Dio, contento lei…

‒ Sì, sono contento. Sono certo che prima o poi mi sarà assegnato un posto d’onore in salotto.

‒ Beh, glielo auguro, ‒ rispose il cocomero e aggiunse, non riuscendo a trattenersi: ‒ Se prima quel suo buco non diventerà una tana per topi o scarafaggi… 

‒ Effettivamente potrebbe accadere, fa parte del gioco. Non posso dire di essere felice, tuttavia io sono contento così. Conservo memoria di me stesso e continuerò in un modo o nell’altro a rapportarmi con il mondo. Per me va bene così. Sono sereno.

‒ Eh, la capisco. La sua deve essere una sorta di rassegnazione come rimedio alla sconfitta ‒ continuò imperterrito il cocomero, tronfio nella sua perfetta forma sferica e nella brillantezza dei suoi colori, ottenute da particolari e accurate selezioni e incroci vegetali e da una crescita pianificata in serra. Lo sferoide d’ulivo fu così sorpreso da cotanta arroganza e maleducazione che faticava a trovare una risposta adeguata, ferma ma non volgare. Ma non fece in tempo a trovarla: nel frattempo il padrone di casa era sceso in cantina per prendere il cocomero da tagliare e riporre in frigorifero per la cena. Ma sì, dopotutto era solo un cocomero. Un bel cocomero.

* * * 

Pur nelle novità di tanti eventi e notizie settimanali ‒ da quelli più tragici come la lunga riflessione del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, pubblicata stamane, domenica 28 giugno, su “La Repubblica”, che racconta della disperata situazione dei profughi sull’isola di Lesbo, fino a quelli più folcloristici come l’ineguagliabile performance di Sgarbi in Parlamento ‒ il tumultuoso avvicendarsi delle notizie nostrane e di quelle internazionali pare seguire ormai uno schema consolidato che mi indurrebbe a spingere sul pedale dell’indignazione: in questa nota domenicale mi sono concesso invece una pausa più ‘creativa’ inventandomi la favoletta che avete avuto la bontà di leggere.

Un dialogo immaginario che mi è stato ispirato da una fotografia realizzata qualche settimana fa, quando è giunto in casa il bellissimo cocomero presente nella fotografia che illustra questa nota, proveniente, non a caso, da un set pubblicitario. Lo sferoide d’ulivo invece ‒ realizzato da un amico scultore su mio suggerimento ‒ non è relegato in cantina ma troneggia da molti anni su una antica colonnina all’ingresso della mia abitazione. Memoria e momento di riflessione sulle mie radici, ma non solo. In quanto ai cocomeri se ne incontrano continuamente, soprattutto nel mio lavoro. Ma sono solo cocomeri. Belli però eh!

 

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