Saperi

I fidanzati

Narrazioni. Il pomeriggio, dopo la scuola, Emanuele suonava a casa di Sara. I genitori erano amici dei suoi. Gli apriva sempre la madre e lui le chiedeva, tirando fuori il meglio di sé, se poteva uscire con la figlia per una passeggiata. «Certo, ma non fate tardi» era la solita raccomandazione. In paese erano per tutti «i fidanzati». In campagna, sembrava che tutto fosse rimasto immobile nel tempo

Mariapia Frigerio

I fidanzati

Emanuele Arcuri era un ragazzone. Tutti in paese lo chiamavano «il fringuello» per la capacità - davvero straordinaria - che aveva nell’imitare il canto degli uccelli. Ogni mattina, con i calzoni calati sotto il sedere e le mutande a vista, prendeva il pullman che lo portava a scuola nella città vicina. Vicina… erano sempre 45 minuti di viaggio. A scuola i compagni lo sfottevano perché veniva dalla campagna e da un paese che a loro, cittadini, pareva arretrato.
Ma Emanuele era molto più intelligente e sensibile della massa mediocre dei suoi compagni. E anche più buono. Certo che ci volevano delle antenne un po’ speciali per riconoscerne le doti, tra gorgheggi e imprecazioni.
Il pomeriggio, dopo la scuola, Emanuele suonava a casa di Sara. I genitori erano amici dei suoi. Gli apriva sempre la madre e lui le chiedeva, tirando fuori il meglio di sé, se poteva uscire con la figlia per una passeggiata.
«Certo, ma non fate tardi» era la solita raccomandazione.
Emanuele dava la sua parola di bravo ragazzo.
I due giovani camminavano l’uno accanto all’altro verso i prati che costeggiavano un breve corso d’acqua. Lui le parlava sommessamente. Le diceva delle sue lezioni e di certi film che aveva visto. Lei lo ascoltava ammirata.
Avrebbe potuto anche lei parlargli della sua scuola, ma questo le sembrava di secondaria importanza rispetto a quello che diceva lui. In campagna, da loro, sembrava che tutto fosse rimasto immobile nel tempo. C’era anche lì la droga e la tecnologia che aveva creato, come ovunque, una falsa democrazia, ma il rapporto uomo-donna si basava ancora sul rispetto da una parte e la sotto- missione dall’altra.
Man mano che proseguivano lungo l’erba, la mente di lui era occupata da un solo pensiero: sdraiare Sara sul prato e buttarcisi sopra. Ma lo annegava nel fondo del suo cuore e, nella realtà, il massimo che si permetteva di fare era prenderla per mano. Quindici anni lui, quattordici lei. In città avrebbero già risolto tutto. Lì no. Lì esisteva il rispetto. Per la ragazza e per la sua famiglia.
In paese erano per tutti «i fidanzati». Loro si sentivano innamorati l’uno dell’altra e questo loro amore si concretizzò – in un certo senso - quando trovarono un oggetto su cui farlo confluire. Era Gladys, una bastardina che veniva accompagnata a correre lungo la fossa dalla padrona che parlava con uno strano accento. Di età indefinibile. Per i due ragazzini una vecchia.
«Gladys, Gladys, come here» non faceva che ripeterle la donna.
Ma la bestiolina non aveva nessuna intenzione di farsi mettere il guinzaglio e, correndo veloce, con quell’esuberanza tipica dei cani non di razza, raggiungeva Emanuele e Sara.

L’incontro con Gladys era diventato un appuntamento quotidiano. Le carezze date al cane smorzavano, in parte, il desiderio represso di Emanuele. E poi c’erano le corse e le risate che si facevano alle spalle di Lucy Simms, perché Mrs. Simms era un personaggio. Con quel suo italiano inframmezzato a parole inglesi. E poi con quel suo accento. Inconfondibile.
«Niente mangiare, please. No good per mio cane. My little Gladys is too fat. No bene cane grasso».
La stagione era calda. La primavera preannunciava già l’estate. I due ragazzi, in quei loro pomeriggi, indossavano solo t-shirt. La signora inglese, invece, non si scordava mai il suo cappellino (sempre lo stesso), lo strano soprabito (una specie di spolverino) e, cosa che più divertiva i due giovani, quei curiosi guanti di filo.
«Te la vedi con quei guanti raccogliere la cacca del cane»? ed Emanuele rideva e faceva un gorgheggio. Da fringuello. Sara sorrideva, anzi, per essere più compiacente, rideva.
Poi correvano dietro al cane o, meglio, Gladys correva dietro a loro perchè, da quando gli era stato proibito di darle da mangiare, si divertivano a lanciarle dei legnetti. Lei li riportava obbediente. Di nuovo carezze. Di nuovo il suo rotolarsi nell’erba. E la voce solita di Lucy Simms: «Gladys, Gladys, come here» mentre le mostrava un vecchio guinzaglio di pelle intrecciata con legato in cima il sacchetto per raccogliere lo sporco.
«Deve avere un baule di cose vecchie. O forse una borsa come quella di Mary Poppins da cui far uscire tutte quelle stranezze con cui si veste. Chissà se quando piove ha anche un ombrello col manico a testa di pappagallo».
Sara, come sempre, rideva. Era il suo ruolo. Il ruolo di una ragazza innamorata che annuiva a qualunque cosa dicesse il ragazzo. Forse era felice così, anche solo standogli vicina.


La scuola era finalmente terminata. Emanuele poteva ora suonare anche il mattino a casa di Sara.
«Certo, ma non fate tardi» aveva risposto anche quella volta la madre della ragazza. Mai una parola in più né una in meno alla domanda del ragazzo.
Raggiunsero la fossa calpestando, insieme, l’erba divenuta, per la stagione, di un verde intenso.
Scorsero da lontano Mrs. Simms. Con cappellino, spolverino, guanti di filo. Come sempre. Cercarono con lo sguardo Gladys. Inutilmente. Di Gladys neanche l’ombra. Quando furono vicini alla signora le chiesero dove fosse la loro piccola amica, quell’oggetto d’amore che, senza che se ne rendessero conto, era diventata il vero legame tra loro.
«Oh, mangiato veleno… veleno for mice. Gladys not well. Gladys male». Allora si accorsero che la cagnolina era sdraiata nell’erba. Con le sue braccia robuste Emanuele la sollevò.
Poi col cellulare – il nuovo Nokia, quello con un’infinità di funzioni, che aveva ricevuto per la promozione - chiamò un suo amico e si fece inviare con un sms il telefono del veterinario. Intanto camminava in direzione del paese con a fianco Sara che non smetteva di accarezzare Gladys e, dietro, Lucy Simms che tra le lacrime diceva: «Mia unica friend, my poor Gladys».
Il dottor Mori non lasciò speranze. Consigliò l’iniezione. Mrs. Simms acconsentì subito: «No soffrire my Gladys».
Fuori dall’ambulatorio si lasciarono. Lucy Simms se ne tornò da sola a casa. Si asciugava le lacrime col suo fazzoletto fucsia. Per Sara era tardi per il pranzo. Se ne andò veloce senza neppure salutare il suo amico.
Emanuele, rimasto solo, accompagnò il suo passo pesante – pesante per quelle Nike dalle suole assurde e, forse, pesante anche per la tristezza - con il lamentoso verso dell’upupa. Dal giorno seguente non suonò più a casa di Sara né la ragazza lo cercò.
Le stranezze di Mrs. Simms non avrebbero potuto sostituire Gladys. La cagnolina era morta. E con lei il loro amore.

Lucca, 8 febbraio 2009

La foto di apertura è di Mariapia Frigerio

Iscriviti alle
newsletter