Saperi

I giardini di Kensington

Cosa ci porta a stare con una persona? A scegliere di passare le nostre giornate con lei, di condividere i nostri pensieri. Tanti piccoli particolari, dettagli quasi impercettibili che però, alla fine, si rivelano determinanti. E capisci che quel tempo passato insieme è così puro che lo vivi respirando un’aria capace di farti sentire altrove, in un mondo leggero e lontano

Mariapia Frigerio

I giardini di Kensington

  Perché?

 «Non mi hai ancora detto perché.»

 «Perché di cosa?»

 «Perché hai deciso questo.»

«Non capisco: sii più esplicito.»

«Perché hai deciso questo con me.»

«E tu perché?»

«Non si risponde a una domanda con una domanda… »

«Lo so. Ma il discorso è ora troppo lungo. Forse al ritorno... »

Quando nuovamente salì in macchina non seppe, però, dirgli altro se non che stava bene con lui, che, da un po’ di tempo a quella parte, viveva le vicende della sua propria vita, non tanto per viverle, quanto, forse, per raccontarle a lui.

Non lo vide, in verità, molto soddisfatto della spiegazione al suo perché.

«E tu perché?» chiese lei.

«Perché ti trovavo interessante, diversa.»

Continuarono il tragitto in auto, nella neve, dimenticando la domanda e guardando, insieme, certi paesi dall’alto (anche quello del loro lavoro) che lei stentava ora, per la distanza e l’altitudine, a riconoscere.

Come era stato stabilito, lei partì.

Sarebbe stata lontana diversi giorni.

In quei giorni lei non fece altro che interrogarsi: perché?

Non riusciva a trovare un solo motivo valido, non una dote particolare.

Le venne alla mente il titolo del libro di Musil, L’uomo senza qualità, ma, si chiese, glielo avrebbe mai potuto dire?

E non era tanto dirlo a lui, quanto spiegarlo a sé stessa.

Eppure – stranamente – quando era con lui era serena.

La riempiva di gioia il solo ricordare (quando era per lei quasi sconosciuto) di averlo sempre visto passare, con passo veloce, nelle strette vie della città, nel beige del suo impermeabile sgualcito: un timido saluto, un sorriso e via.

Poi, dopo che per lavoro avevano iniziato a frequentarsi, le dava gioia essere di fianco a lui sulla sua auto, un’utilitaria che lui guidava con sicurezza, in modo quasi spericolato.

«Hai paura?» le aveva chiesto lui una volta, mentre con la piccola auto –motore tirato al massimo – aveva superato un camion di grosse dimensioni.

«Per niente: sono incosciente.» aveva risposto lei.

E davvero lei stava ora diventando pericolosamente incosciente.

Lui, dall’inizio del loro lavoro comune all’ufficio postale, faceva di tutto per stare il più possibile con lei e, nel paese dove si recavano insieme a intervalli regolari, ma diluiti nel tempo, ogni occasione era buona per trascinarla da qualche parte.

E lei – tranquilla come non mai – seguiva ovunque lui, che sempre, anche se il tempo a loro disposizione era breve, riusciva a trovare una vecchia villa, una chiesina sperduta, un chiostro nascosto da vedere con lei.

A volte se lo trovava perfino fuori dalla porta della stanza dove lavorava immersa in una miriade di carte: «Potremmo andare, prima della riunione col direttore, a fare foto verso ****.»

O, se frettolosa scendeva le scale per una breve pausa, ecco lui lì ad aspettarla. «Che ne dici di un caffè?»

Lei non diceva mai di no a lui.

E rapida (lei che non lo era mai stata) e senza pensare (lei che ragionava su tutto) lo seguiva sempre.

Nel paese del loro lavoro comune, lui era la “guida” e, poiché in quel luogo aveva trascorso buona parte della sua infanzia, sapeva indicarle ogni più piccola rarità e si muoveva sicuro.

Ma nelle soste di fronte ai panorami o nei tragitti in auto, la “guida” era lei e, per la prima volta nella sua vita, gioiva di questo ruolo, perché vedeva lui – che pure era suo coetaneo – seguire ciò che diceva lei stupito come un bambino.

E lo sentiva, in effetti, quasi un bambino e glielo diceva: «Ti vedo così giovane e io mi sento così vecchia!»

«Tu sei pazza!» le rispondeva lui.

Ma il fatto di vederlo giovane era determinante per lei: avere accanto un uomo che conservasse l’incanto del bambino.

Così lei si divertiva, mentre lavorava, a guardare dalla grande finestra lui, giù nel piazzale, che andava, veniva, saliva in macchina, partiva, tornava, levava la neve dalla suola delle scarpe. 

E lei, mentre lavorava, si distraeva a guardare questo folletto sempre indaffarato in cose di cui lei non riusciva a capire lo scopo, questo suo Peter Pan.

…   

Un impiegato delle poste. Due modesti pendolari, impiegati alle poste… Eppure lei scopriva ora di essere felice con lui come se insieme abitassero i giardini di Kensington, quando il lavoro li portava lontani dalla loro città, nell’antico borgo sopra il colle.

Lontana dalla realtà quotidiana, dal dolore, che se pur celato, riaffiorava sul suo corpo e sul suo volto, lei viveva, nell’antico borgo sopra il colle, un’altra vita con L’uomo senza qualità, con il suo Peter Pan.  

E si chiedeva se, al di là delle apparenti non qualità, lui non ne nascondesse di più profonde e di più vere che lei non aveva finora trovato in altri e che, era certa, anche se difficili da decifrare, un giorno avrebbe avute di fronte a sé nitide e chiare.

Quel giorno lei avrebbe risposto al suo perché.

Andermatt, febbraio 1996

In apertura, I giardini di Kensington. Foto di Mariapia Frigerio

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