Saperi

Il lustro

Narrazioni. È bella la Musa. Bellissima e scattante. Né troppo né troppo poco. Un’auto classica. Un uomo, una donna. In viaggio, insieme, tra soste e ripartenze. Lei si confidò con lui. L’uomo taceva. Il buio dell’abitacolo dell’auto era rischiarato solo dalla luce dell’autostrada in lontananza. L’uomo e la donna se ne stavano immobili là dentro

Mariapia Frigerio

Il lustro

«Sai cosa mi disse mia nonna quando compii cinque anni? “Hai un lustro”. Poi mi spiegò cosa volesse dire lustro. Non è una parola che amo, ma ora, a distanza di tempo, mi fa pensare a lei».

Erano appena partiti e subito aveva iniziato a parlargli, a “chiacchierargli”, come lui le diceva. La macchina era calda perché il suo vecchio amico, freddoloso, trovasse il giusto tepore per affrontare quello che, per lui, era un lungo viaggio. Lei, invece, era abituata a viaggiare in auto e macinava chilometri su chilometri, come se niente fosse, sulla sua nuova Musa.

Appena partiti. E già il turbamento dell’uomo si faceva sentire. La donna se ne accorse.

«Stai tranquillo. Per l’ora di pranzo sarai a Torino dal tuo amico».

«Lo so che con te non corro pericoli, ma un viaggio così lungo…».          

«Sei proprio un baccalà. Come ti devo dire che ci sono io con te? Per le 12.30 sarai da Marco Bonora. Pranzerai con lui mentre io vedrò Davide. Poi passerò a riprenderti e prima di cena sarai di nuovo a casa. “A casa, a casa”, come mi dici sempre».

«“A Mosca, a Mosca”».

«Ricordi che nei nostri primi discorsi ci fu proprio Čechov?».

«No… ricordo solo che eri bella ed elegante».

 

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«Sarzana. Guarda, siamo già a Sarzana. Ti devo fare una domanda».

«Sempre con le tue domande».

«Sì, proprio con le mie domande».

«Ecco che inizi ad alzare la cresta».

«Allora, mi rispondi o no?».

«Certo che ti rispondo».

«Io e te siamo diversissimi, però entrambi ci alziamo sempre alle sei. Estate e inverno. Perché?».

«Perché entrambi amiamo la vita».

«E chi vive di notte?».

«Ama la notte, non la vita. La vita ha i suoi ritmi e chi la ama li accetta».

«Come sei saggio».

«Uhh…uhh».

 

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«Il mare, bestia, c’è il mare! Avrò fatto questa strada milioni di volte eppure mi emoziona sempre vedere il mare. E poi amo tutte queste curve. Mi spingono alla velocità».

«Avevi ragione. È bella la Musa».

«È bellissima e scattante. Proprio l’auto per me. Né troppo né troppo poco. Un’auto classica. Mi dispiace solo di una cosa».

«Del colore?».

«No, il colore va benissimo. Finalmente ho avuto il coraggio di dire basta al nero e sono tornata al blu, a questo blu brillante».

«Allora?».

«Mi dispiace che ne sia testimonial M.me Sarkozy. Almeno la Deltaaveva Catherine. Te la ricordi? Scendeva e, girandosi, diceva: “Oui, je suis Catherine Deneuve”. La Lancia deve avere la passione per le donne famose. Che nervi, però. La mia macchina pubblicizzata dalla moglie di un presidente, nonché ex modella. Sembra che l’abbia comprata per quello. Ma ti sembro il tipo?».

«Figuriamoci se Bella si sottomette a qualcuno! Però lui ti piace».

«Certo che mi piace. È il genere di uomo un po’ rospetto, un po’ folletto che mi è sempre piaciuto. Come Aznavour, Truffaut…».

«E Carlo Dalle Piane, Woody Allen…».

«Bravo. Vedo che ricordi bene i miei gusti».

 

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«Ecco. Si intravede già il viadotto Polcevera, quello che io chiamo il ponte di Brooklin. Come è stretta la strada qui. Si vede che la A7 è ancora del tempo del fascismo».

«Già, la vecchia camionabile…».

«No, no, non iniziare... Dobbiamo immetterci sulla A10, la Genova-Ventimiglia. Su, pensa invece ad aiutarmi a non perdere la deviazione per Alessandria. Cartello verde con la scritta A26».

«Mi credi proprio un minorato? Penso di saper ancora riconoscere un cartello autostradale».

«Ma dai, lo sai che ti considero molto intelligente. Solo mi diverte troppo pensarti un po’ beduino…».

«Beduino…baccalà… sai dirmi solo queste parole».

«Chissà perché. Mi chiedo se invece tu mi consideri sempre un po’ scema».

«Un po’ scema sì, ma con dei momenti di rara intelligenza».

«Che onore».

 

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«Finalmente tre corsie e via il traffico di Genova. Via le curve di Pegli e di Voltri. Quando vedo l’uscita Masone penso che sono a metà strada. Oggi penso che siamo a metà strada. Sei contento?».

«E come no!».

«Tre corsie… Vuoi provare il brivido della velocità con la Musa?».

«Ma certo».

«Allora, via: 120… 130… 160. Basta. Non voglio esagerare. Voglio essere ligia alle regole della strada».

«Questa poi…».

«Non ti preoccupare. È solo perché non mi levino la patente».

«Fermati al primo distributore».

«Perché?».

«Voglio farti il pieno».

«E io non voglio».

«Era nei nostri patti, Bella. Io mi lasciavo portare da Marco Bonora, ma tu…».

«Io sarei andata comunque a Torino e poi… farmi fare il pieno da un povero professore in pensione!».

«Non fare la sciocca. Lo sai…».

«Lo so che ti piace passare per un povero professore di liceo in pensione e nello stesso tempo essere il maggior azionista della Maineri».

«E tu sai che è stato mio padre a volere così. L’avevo già deluso non partecipando alle sorti dell’azienda di famiglia per insegnare filosofia… Voleva che in qualche modo, almeno, restassi legato alle maniglie…».

«Nel modo più conveniente, mi pare. In ogni caso non voglio che tu mi faccia il pieno… non voglio, vista la nostra differenza d’età, sembrare la tua mantenuta».

«Sempre paroloni! Come quella volta che m’investisti con quel “non sono la tua serva, non sono la tua amante, non sono tua moglie”…».

«Mi conosci ormai. Sai che basta poco a farmi incazzare».

«T’incazzi per nulla e poi… poi sei così dolce e remissiva con un baccalà come me. Non mi dimentico, sai, che già da qualche anno tu non fai che prendermi, portarmi, correre a casa tua, tornare il giorno dopo, accompagnarmi ovunque io abbia bisogno. Allora siilo una volta di più. Fermati alla Esso».

«E va bene, voglio essere ubbidiente».

Fermò l’auto davanti al distributore. Quando il ragazzo le chiese quanta benzina volesse, il vecchio disse: «Il pieno di verde per mia figlia».

 

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«Pronto! Oh, ciao, Davide. Sono quasi ad Alessandria. Sarò a Torino verso le 12.30. Lascio quel mio amico… sai, Giovanni Maineri, in corso Cairoli e poi ti raggiungo al bar Elena. Davvero? Magnifico! Ciao».

«Ciaooo».

«Ancora con il verso …».

È da quando ti conosco che ti sento sempre dire “Ciaooo” a tutti quelli che ti telefonano. E quanti ti telefonano… E tu sempre così gioiosa. Già, sempre… come se tu fossi una ragazzina… Invece anche tu hai i tuoi anni».

«Lo so, e tu non manchi mai di farmelo notare».

«Te lo faccio notare perché a volte sei troppo scervellata».

«Non te ne lamentare, visto che sei proprio tu il primo ad approfittare del mio essere scervellata».

«Su questo hai proprio ragione. Resti comunque una scervellata e una scompigliatrice».

«Ma cosa dici!?»

«Lo sai benissimo che porti scompiglio ovunque tu vada. Si può sapere che cosa è “magnifico”?».

«Ascolti le mie telefonate?».

«Certo!».

«Ah, “certo!” Se lo vuoi sapere è magnifico che con Davide ci sia anche Guglielmo».

«Amici, telefonate, traduzioni, figli… e poi questo vecchio baccalà. Come fai a trovare tempo per tutto?».

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«Corso Cairoli. Adesso cerco il 18. Che emozione il Po. Da ragazza ci andavo in barca con i miei compagni di università. Una volta facemmo una cena con i nostri professori. Io e Luisa a pelare i peperoni alla brace. Noi che non avevamo mai cucinato nulla. Ma eravamo così felici che venisse anche Bárberi Squarotti! Ecco il 18. Ci siamo. C’è persino posto per parcheggiare. È proprio il caso di dire che abbiamo avuto…».

«Culo».

«Ti immagini se il tuo amico torinese ti sentisse parlare così?».

«Vedi che porti scompiglio nella vita delle persone per bene?».

«Guarda l’ora. Le 12.15. Prima del previsto. Come vedi sono una scompigliatrice molto precisa. Dai, scendi e suona. Ti voglio vedere entrare».

«Allora…».

«Allora quando sei pronto, hai finito di mangiare e magari di fare un riposino, usa quel tuo cellulare che tieni come un soprammobile e fammi uno squillo. E io corro».

«Vedi che corri sempre per me…».

 

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 «Sei stanco, bestia?»

«No, cos’ho fatto di stancante? Un viaggio con un’autista di primordine, un pranzo col vecchio Bonora e sua moglie, poi un’oretta a riposare sulla poltrona del loro studio, ancora qualche chiacchiera e la telefonata a te che sei arrivata subito».

«E di cosa avete parlato?».

«Dei suoi figli, della sua casa a Ceres, di quando ci siamo conosciuti. Lo ricordi, vero, che ho anche insegnato a Torino? O te lo sei dimenticata come dimentichi tutto quello che ti dico?».

«Lo ricordo, lo ricordo. Due professori del Liceo-Ginnasio D’Azeglio. Lo stesso che avrei frequentato io… cent’ anni dopo!».

 «E tu? Cosa hai fatto, chi hai visto in questo bar Elena?».

«Questo bar Elena! È colpa mia se non conosci certi posti di Torino? Mi sa che anche il Bonora sia un baccalà come te, se no ti avrebbe detto che era famoso negli anni Settanta per la canzone di Enzo Maolucci oltre che, ovviamente, per essere stato frequentato prima da Nietzsche, poi da Pavese. Ora è un bar qualsiasi, ma per chi ha fatto l’università a Palazzo Nuovo rimane un posto incantato, in quella meraviglia di piazza che è piazza Vittorio».

«Che lezione! Se non facessi la traduttrice direi che sei proprio una professoressa… A proposito, continui sempre con Lettre à la Presidente?».

«Sì, certo. Ma è un testo disgustoso. Un giro per bordelli con descrizioni dettagliate di ogni porcheria. Questo Gautier non ha nulla che vedere con quello del Capitan Fracassa. In ogni caso lo devo consegnare tra un mese».

 

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«Che belle le colline intorno ad Asti».

«Bellissime. Poi con questa luce. Sono le sei ed è ancora chiaro. Fra non molto ci sarà l’ora legale. Odio l’ora legale, bestia».

«Anch’io, Bella. La odio perché è innaturale».

«Hai ragione. Allunga terribilmente le giornate e non fa mai giungere la sera. E io ho bisogno della sera. Della sua pace. Del suo silenzio».

                                               

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Superarono Alessandria. Poi il passo del Turchino. La donna cercava di non distrarsi per non perdere la deviazione per Genova. Il suo vecchio amico taceva. Forse iniziava ad essere stanco. E, cosa insolita, anche Bella taceva.

Sempre in silenzio raggiunsero Genova. Di nuovo le curve di Voltri e di Pegli. Poi il viadotto Polcevera. Infine presero la direzione per Livorno. Erano quasi le otto. Continuavano a viaggiare in silenzio.

Videro il cartello verde con la scritta Liguria sbarrata. Erano ormai in Toscana. Poco dopo Carrara, la donna mise la freccia e si fermò a un distributore, ma in un angolo appartato, lontano dalle pompe di benzina.

                                                

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«Devi fare benzina?».

«No».

«Allora perché ti sei fermata? Sei stanca?».

«No».

«Che ti succede?»

«Ti devo parlare».

«Sì?».

Un attimo di silenzio, poi con voce precipitosa: «Sono innamoratissima di te. Tu non l’hai mai capito. Tu hai sempre pensato che fossi una buona samaritana. Non è forse così che per lungo tempo mi hai chiamata? No. Non sono una buona samaritana. Sono una donna innamorata. È molto diverso. Ma immagino che per te sia impensabile. O, forse, inammissibile».

L’uomo taceva. Il buio dell’abitacolo dell’auto era rischiarato solo dalla luce dell’autostrada in lontananza. L’uomo e la donna se ne stavano immobili là dentro.

                                                

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«Ti prego di’ qualcosa. Qualunque cosa».

«Perché me lo hai detto solo ora?».

«Perché anche se ti chiamo beduino, baccalà, bestia ho sempre avuto per te uno strano rispetto reverenziale. In questi anni ho pensato tante volte di dirtelo, ma non ho mai trovato il coraggio. Il sentimento che ho provato per te fin da quando ti ho conosciuto in libreria mi è sembrato a volte incontenibile. Mi sembrava dovesse esplodere. Io, però, l’ho tenuto a forza segregato in me. Per timore. Per pudore.

«Che idiota sono! Non essermene mai accorto».

«Eppure te ne avevo dati di indizi! Ma tu con la presunzione tipica dei maschi…».

«Quali indizi?»

«Quando io traducevo M.me Le Prince de Beaumont. Ricordi Belle et la Bête? Ti spiegai che una donna può innamorarsi di un uomo brutto o vecchio (è la stessa cosa, no?). Tu ridevi. Ti dicevo che Bella all’inizio non vuole sposare la Bestia, ma poi non può fare a meno di lei. Continuavi a ridere. Non mi hai mai preso sul serio. E non ti sei neppure accorto che quando decisi di sostituire i nostri nomi (perché né a te piaceva Irene né a me Giovanni) con quelli della fiaba, io Bella e tu Bestia, lo feci sperando di poter, in qualche modo, influenzare la realtà».

«Che idiota! Saperlo perché tu me lo dici e non per averlo capito da solo. Vivere questi anni riscoprendo, con te, la forza di Eros e senza potertelo dire».

«E perché non dirmelo?».

«Perché mi hai sempre fatto un po’ paura. Così piena di vita. Così piena di amori».

«No, Bestia, non mi dire questo proprio adesso. Dove sono i miei amori da quando conosco te?».

«Sai, sono stato tormentato in questi anni dal pensiero di Eros. Quante notti insonni. Quante domande. Mi dicevo: “Eros si compone di due spinte… una, …una governata dal bisogno di raggiungere il piacere… ed è quella più facile, si sa. L’altra…, l’altra da un’esigenza sempre insoddisfatta di conoscenza”.

Vedi, Bella, la prima è sempre stata forte nei tuoi confronti, anche se irrealizzabile. Ma è la seconda quella che ancora di più mi ha legato a te, perché mai completamente soddisfatta. Sì, perché tu sei trasparente e misteriosa al tempo stesso. Ed è la parte di mistero che c’è in te che mi ha soggiogato».

«Oh, Bestia, ti prego, lasciami appoggiare la testa sulle tue gambe».

«Vieni, bambina, vieni. Cara bambina. Dolce bambina».

Bella appoggiò la testa sulle sue gambe secche mentre l’uomo, con le lunghe dita delle mani, le carezzava i capelli: «La mia felicità… Ecco chi sei, Bestia. La mia felicità da cinque anni. La mia felicità da un lustro».

Lucca, 24 marzo 2009

 

Nella foto di apertura, di Mariapia Frigerio, il Ponte Umberto I a Torino 

TAG: Racconto

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