Saperi

Il roseto

Narrazioni. Che dal letto di Giulia fossero passati molti uomini era un dato di fatto. Che fossero tutti belli era cosa nota. In pochi, però, erano a conoscenza della sua predilezione per i vecchi. Solo questi ultimi avevano su di lei un effetto dirompente. Non erano mancati nel suo carnet dei pazzi giovani: razza di cui liberarsi quanto prima…

Mariapia Frigerio

Il roseto

Che dal letto di Giulia fossero passati molti uomini era un dato di fatto.

Che fossero tutti belli era cosa nota.

In pochi, però, erano a conoscenza della sua predilezione per i vecchi. Solo questi ultimi avevano su di lei un effetto dirompente.

Poca importanza aveva se ci fosse qualcosa di fisico o meno. Indiscutibile era che lo sguardo di questi la emozionava oltre misura.

Sì, un loro educato apprezzamento la turbava in quel modo particolare che solo i veri sentimenti sanno provocare.

Le era successo fin da ragazza, poi da donna, infine da vecchia.

I vecchi… Che cosa avevano più dei giovani? Il fatto di essere stati giovani, poi meno giovani, poi con una vita alle spalle.

Con quello che ne consegue, di saggezza e di follia. Perché questo Giulia sapeva bene: che la loro esperienza andava di pari passo con quel tocco magico della follia.

Non erano mancati nel suo carnet dei pazzi giovani: razza di cui liberarsi quanto prima…

Nei vecchi adorava i loro tratti quasi scolpiti, la loro bellezza che non si impone con violenza, ma celata da barba o rughe.

Quello che restava per lei un imperativo categorico era che mantenessero un fisico asciutto, senza strabordare di pance. Le rughe sì, le carni flaccide no.

I suoi vecchi, quelli che lei – fisicamente o no – aveva amato, dovevano essere così. E dovevano saperla comandare.

Inaccettabile per Giulia, invece, avere imposizioni da chi avesse la sua stessa età.

Suo padre era stato bello e atletico, colto e dittatoriale. Nello stesso tempo di idee aperte.

In ogni caso, pur amandolo molto, non avrebbe mai scelto un uomo come lui. Il famigerato complesso edipico non era parte del loro rapporto.

Con gli anni (molti anni) il padre aveva iniziato a perdere forze. L’atleta faticava a muoversi, le mani iniziavano a tremare. In piedi barcollava.

Eppure continuava a essere uomo. Si imponeva con la forza dell’intelligenza.

In due soli mesi il deperimento si era fatto visibile. Si rifiutava di mangiare. Imperioso respingeva qualsiasi aiuto.

Le diceva, lo so che ti darà tristezza, ma non ne posso più.

Lei si arrabbiava, ribattendo con le solite frasi, pensa all’amore dei tuoi figli, nipoti, pronipoti. Lui la guardava con un sorriso sarcastico.

Aveva odiato quei suoi sorrisi. Le facevano male. E faceva con se stessa, o con altri, quei ragionamenti che in altre occasioni avrebbe detestato.

Sapeva che era una difesa. Si voleva difendere dall’idea che lui morisse e la lasciasse sola.

Così baciava quel padre distaccato. Carezzava le coperte che coprivano quelle gambe ridotte a ossa. Quando si girava sul fianco aveva una pugnalata al cuore nel vedere l’anca che sembrava fendere lenzuola e coperte.

Se lo baciava, Giulia, quel suo padre pelle e ossa, quel suo padre distante.

Pure sapeva che tra loro c’era un rapporto molto stretto. Lei l’unica confidente dei suoi amori e delle sue pene, dei suoi odi e delle sue gioie.

Negli ultimi tempi il suo sorriso era diventato dolce con lei.

- Che bel sorriso hai, le aveva detto una volta.

- Papà, ricordi quando da bambini ci chiedevi a chi volessimo più bene, se a te o alla mamma. La risposta era per tutti alla mamma. Io, piangendo per la mia diversità, rispondevo a te, papà.

- Vedi che avevo ragione, già da lì si capiva che eri cretina.

Cretina, l’epiteto con cui spesso la definiva. Ma entrambi sapevano che lui non lo pensava affatto che fosse cretina. Era una strana forma di pudore dei suoi sentimenti più intimi.

Nell’ultimo periodo lei azzardava, sei contento, papà, che venga a trovarti? Certo, cara. E lo senti il bene che ti voglio? Sì, cara. E te lo meriti?, continuava. Lui le sorrideva. Con un sorriso dolcissimo. Non da lui.

Negli ultimi mesi di vita c’era stata un’altra donna che lo aveva molto baciato. Una donna più bella e più giovane di Giulia. Nel letto in cui negli ultimi mesi giaceva senza più muoversi, Ginevra aveva il coraggio di gettarsi (con garbo, molto garbo) su di lui. Per baciarlo e carezzarlo.

Giulia aveva sempre sofferto di gelosia: i suoi affetti erano suoi e basta. Da non dividere con nessuno. Per Ginevra provò immediatamente non solo simpatia, ma anche affetto. E solo con lei era contenta di condividere quel suo amore.

Ginevra regalò, un giorno, al padre una farfalla di vetro…

Non lo volle vedere morto nella cella frigorifera. Aspettò, come le avevano consigliato, che lo vestissero con gli abiti che lei e solo lei aveva scelto per lui.

Non era feticista. Pure c’era qualcosa di regale in lui dentro la bara. E c’era di più: era di un’inarrivabile bellezza.

Era stata a lungo con lui anche per il breve tempo in cui era stato esposto nell’obitorio dell’ospedale. Incantata dalla sua bellezza. Felice che i visitatori fossero pochi (volere di lui) e che anche i parenti più stretti avessero una sorta di turbamento nel vederlo. Preferivano, dicevano, ricordarlo vivo. Giusto.

Così lei, senza che nessuno potesse avere da ridire, gli aveva messo ai piedi la farfalla di Ginevra.

Giulia, però, lo voleva ricordare non solo vivo, ma anche morto. Non ne aveva timore. E se lo baciava, quando erano soli, nella stanzetta dell’ospedale. Lo carezzava. Lì, nella bara.

L’ultimo atto dopo il sobrio funerale laico (sempre volere di lui) era stato la consegna delle ceneri, ceneri che avrebbero sparso nel roseto del cimitero monumentale e che il getto di una fontanella avrebbe mescolato alla terra.

Fu lei a compiere l’operazione. Un po’ di quelle ceneri le rimasero su una mano. Mano che non lavò fino al giorno successivo.

Devi ricordarlo da vivo, le dicevano. Devi pensare che ha avuto una bella vita.

No, lei pensava solo al vuoto che le avrebbe lasciato quella morte.

Così, ora che per il dolore continuava a dimagrire, le piaceva carezzarsi nel letto il bacino che iniziava a percepire chiaramente, le cosce (perennemente grasse) che ora lasciavano sentire in modo evidente il femore. Le costole che ormai poteva contare.

E carezzando nel letto le sue ossa ancora vive si illudeva di carezzare quelle del padre. Per sentirsi meno sola. Chiedendosi quando lo avrebbe raggiunto nel roseto.

 

Lucca, 30 dicembre 2019

La foto di apertura è di Mariapia Frigerio

Iscriviti alle
newsletter