Saperi

In viaggio con mia figlia

Il resoconto di un solido legame, in un racconto che mette in luce e a nudo due anime.  Uno scritto sincero e profondo chenon vuole insegnare nulla a nessuno, ma inviare semplicemente un sogno a chi saprà coglierlo e capirne il senso

Massimo Cocchi

In viaggio con mia figlia

Sono le fiabe che da genitori viviamo prima e scriviamo poi ai nostri figli perché restino nella memoria con quella scia di luce fatta di amore incondizionato che non ha tempo…

Da un’amica

 

È strano come la mente ripercorra, casualmente, vecchie storie, o meglio per quali strane circostanze esse tornino alla mente.

Forse, qualche inafferrabile circostanza è complice di questo ritorno di memoria, perché proprio quello?

Da qualche giorno rimedito fatti salienti della mia vita e quale, fra i più importanti, se non quello del viaggio che feci con mia figlia, allora tredicenne, attraversando tutti gli Stati Uniti?

Sono trascorsi circa trent’anni e, allora, il mito degli Stati Uniti era ancora vividamente inscritto nelle menti di tanti, la terra dei grattacieli, delle praterie sconfinate che ci arrivavano attraverso i film western e di una New York che sembrava inarrivabile se non, appunto, attraverso le proiezioni di film famosi come “C’era una volta l’America” e ancora, di “Colazione da Tiffany”, anche se di qualche anno prima.

Partimmo, Carlotta ed io, fra le lacrime di sua madre che era terrorizzata al pensiero che stavo portando la “sua” bambina in un mondo lontano migliaia di chilometri dalla, seppur magnifica, ma provinciale Bologna.

Io mi facevo forte dell’esperienza che mi portò per la prima volta a New York alla fine degli anni ‘60 e tranquillizzavo la “mamma” dicendo una frase tanto storica quanto banale: “andrà tutto bene”.

Partimmo e sbarcammo a Dallas dopo una sosta all’aeroporto Kennedy.

A Dallas dovevo visitare la famosa Cooper Clinic dove si applicava, forse per la prima volta, il metodo scientifico per il controllo dei dismetabolismi attraverso l’attività fisica e l’alimentazione.

Ci accompagnarono in un sontuoso bungalow in attesa di cominciare la visita alla clinica.

La visita, in realtà, impegnò uno spazio di tempo relativo e avemmo, meglio ebbi, l’opportunità di visitare quella città immacolata, ricordo che in stazione c’era persino la moquette e niente barboni, resa tristemente famosa dall’assassinio di Robert Kennedy.

Mia figlia, preso possesso della lussuosa dimora, con Jacuzzi, che ci ospitava, pur non parlando una parola di inglese, si accorse che in televisione trasmettevano puntate di “Dallas”, la famosa fiction, con grande anticipo sull’arrivo in Italia.

Non ci fu verso di schiodarla, voleva tornare, credo, per potere dire alle sue amiche che già sapeva quali avvenimenti erano accaduti molto prima che fossero proiettati, ma non si esaurì con la visione delle puntate della storia, Carlotta voleva andare a tutti i costi a vedere il ranch dove venivano girate le varie puntate.

Tanto fece che alcuni amici della Clinica decisero di accompagnarci e, finalmente, coronò il suo sogno di adolescente, con grande rischio perché per fotografare bene il ranch bisognava indietreggiare sulla strada, immediatamente arrivò un’auto della polizia che, in pratica ci chiese di allontanarci perché alcune persone erano morte falciate dai famosi truck con camino.

A Dallas avevo esaurito il mio compito, ma come non approfittare dell’occasione per portare mia figlia a Disneyland, Los Angeles?

Così, come se dovessimo andare dietro casa prendemmo un aereo che dopo un paio di migliaia di chilometri ci sbarcò nel grande aeroporto e da lì andammo diretti nell’albergo che aveva sede all’interno di Disneyland, tanto per non perdere tempo.

La mattina successiva all’arrivo entrammo nella città dei sogni e, devo dire, che vivemmo un’esperienza veramente entusiasmante.

Ovviamente, Carlotta volle fare più visite possibili, dai trenini sotterranei con i percorsi dei pirati e degli orrori…al tragitto dei carrelli dei minatori attraverso montagne che sfioravano la testa, io feci il tragitto a occhi chiusi, a tutti gli spettacoli che fino all’imbrunire ci fu concesso di vedere.

Io ero stramazzato e dissi a Carlotta di riposarci un attimo su una panchina, ovviamente con suo disappunto perché avrebbe voluto continuare all’infinito, ci sedemmo e dopo qualche minuto la vidi con il capo rovesciato, si era addormentata di schianto.

Il giorno dopo, sempre sulla scorta delle visioni cinematografiche e dei desideri dell’immaginario collettivo, andammo a Santa Monica dove ci si parò davanti una spiaggia sterminata e deserta.

La prima tappa del rientro era di nuovo Dallas, arrivammo di sera e ci condussero in un albergo della catena che avevo prenotato. Mala sorte, questo albergo era appena stato acquistato e doveva essere ristrutturato, così, mia figlia svoltò le coperte, io mi sdraiai per dormire e, dopo avere chiuso gli occhi per qualche minuto, percepii una sagoma che girava per la stanza, era ovviamente lei.

Le chiesi perché non dormisse e mi rispose che aveva trovato una “caccola” sul lenzuolo, non ci fu niente da fare, ci alzammo e, a notte inoltrata, cambiammo albergo. Già si manifestava la sua determinazione, che poi si accentuerà sempre più con il passare degli anni.

Il giorno successivo andammo a Baltimora, dove ci perdemmo letteralmente nei meandri di un centro, vicino al porto, dove innumerevoli “stands”, vendevano ogni sorta di cibo, così ci rimpinzammo di hot dogs, di pollo fritto, di hamburger fino a scoppiare, era veramente un posto incredibile.

Opening day for Harborplace in July 1980. Gerald Martineau—TWP/Photo by The The Washington Post via Getty Images.

The throngs of visitors inside Harborplace in 1981, one year after it opened. William Smith/AP.

Da Baltimora sbarcammo a Washington, un caldo devastante, e, mentre ci dirigevamo verso Capitol, mi accorsi che non era più al mio fianco, mi girai e la vidi seduta sulla sacca in mezzo al marciapiede, stroncata dal caldo.

Aspettai che si riprendesse e giungemmo, finalmente, davanti a quella incredibile scalinata, sede del vanto della democrazia americana, e che, di recente, è stata sede di spiacevoli rigurgiti democratici.

Da Washington, dovevamo tornare a New York per l’ultimo balzo verso casa.

Data la relativa vicinanza, praticamente come da Bologna a Roma, decidemmo di fare l’esperienza del treno, era anche più comodo che andare nell’ennesimo aeroporto, e, ricordo ancora la gentilezza del bigliettaio al botteghino che ci fece un biglietto famiglia perché, ci disse, costava meno di due singoli.

Tornammo nella grande mela e lì, in questo grande albergo, cenammo facendoci portare due pizze in camera, la stanchezza si sentiva, arrivò un cameriere con due grandi piatti con cloche, noi già pregustavamo la mangiata e, con grande sorpresa, quando togliemmo la cloche si presentarono due minuscole pizzette, che costavano come un succulento piatto delle nostre trattorie.

Così, Carlotta si fece fuori quasi tutto quello che conteneva il minibar frigorifero.

Finalmente a New York.

Ovviamente, anche lì, cercai di farle fare e vedere il più possibile, per cui, Quinta Strada, giro di Manhattan in battello, Statua della Libertà ecc., banale turismo….

Alla statua si sale con ascensore fino a un certo punto, poi per entrare nella testa della statua bisogna fare un certo numero di gradini cosa che io non mi sentivo di fare, così affidai Carlotta a una giovane coppia di fidanzati che si erano offerti di accompagnarla, tanto dalla testa della statua non puoi certamente scappare o possono accadere cose strane.

Aspettai Carlotta seduto su una panchina del prato che circonda la Statuadella Libertà, con lo sguardo perso verso Manhattan, ad osservare quella meravigliosa visione che è lo skyline di Manhattanquando ancora svettavano le torri gemelle.

Il nostro viaggio si avvicinava rapidamente al termine, di nuovo aeroporto e a casa.

Non avevo, però, fatto i conti con la determinazione e le promesse che Carlotta aveva fatto ai suoi cari e amati cugini, cioè, di portare un regalo a tutti.

Così all’interno dell’aeroporto comprammo due sacche nuove per mettere tutti i regali, ci sedemmo in aereo e Carlotta, fra i sogni di Dallas, la gioia e la felicità di Disneyland, s’addormentò e si svegliò con la voglia di mamma che puntualmente ci aspettava fuori dall’aeroporto con la felicità che toglieva i segni dell’ansia di quella decina di giorni e si abbracciò Carlotta a farla scomparire dentro di sé…in quel momento io contavo molto meno…

Molte volte non solo mi chiedo qual è il senso della vita, ma mi chiedo anche qual è il senso di scrivere cose che non interessano a nessuno.

C’è, forse, l’illusione che qualcuno che ti legge possa recuperare o fare riaffiorare cose banali ma che hanno l’importanza di aprire una luce, di pennellare a forti ed emozionanti colori un quadro di vita, di ricordare che sono le piccole cose, come questo viaggio, che ti ancorano al mondo dei bei sogni, indispensabili per farti capire che bisogna sapersi accontentare e che non sempre la nostra vita trae soddisfazione dalle grandi ambizioni o dai grandi gesti, spesso complicati da irrisolvibili conflitti.

In viaggio con mia figlia non vuole insegnare nulla a nessuno, semplicemente inviare un sogno a chi saprà coglierlo e capirne il senso.

 

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