Saperi

L’apparente normalità del male

Un uomo uccide i propri figli e si toglie la vita, dopo aver lasciato un ultimo messaggio alla moglie: “Resterai da sola”. Fin qui la nuda cronaca. Diamo però alle cose il loro nome: omicidio. Lucido, pianificato, implacabile. E poi, l’altro nome, netto e, nel contempo, abissale: suicidio. Perché tutto questo? In questo annullamento di coscienza, si è consumato tuttavia un altro delitto: verso chi è rimasto. È follia? Sono scenari , questi, che aprono fratture, fenditure, vuoti difficilmente colmabili

Massimo Cocchi, Fabio Gabrielli

L’apparente normalità del male

Il fatto

A fine giugno, nella zona di Lecco, un uomo ha ucciso i due figli, gemelli di 12 anni e poi si è tolto la vita. L’uomo, in fase di separazione, per lui inaccettabile, lascia un ultimo messaggio alla moglie: “Resterai da sola”.

Questo fatto di cronaca, nella terribile espressione omicida del padre, ci avrebbe indotto alle meste, normali riflessioni sulla tragedia che si è consumata, senza indurci a considerazioni sulla presunta normalità del fatto, se non fosse intervenuto il suicidio dell’uomo. Il suicidio, come descriveremo oltre, non può esimerci dalle valutazioni psicopatologiche incidenti sulla personalità di quest’uomo, contestando la presunta normalità che tanto credito sembra avere fra gli addetti ai lavori. Abbiamo chiesto un parere sulla “lucida follia” a un capace psichiatra di oltreoceano, proveniente da una fra le più famose università del mondo, e abbiamo ricevuto la seguente risposta:

“Mi piacerebbe molto rispondere in modo sostanziale, Massimo. Tuttavia, le regole americane per gli psichiatri sono rigide. Non ci è permesso di commentare possibili questioni psichiatriche direttamente pertinenti a persone specifiche che non abbiamo esaminato personalmente. Quindi dovrò trattenere qualsiasi commento. Scusate”.

Non abbiamo commentato questa risposta per il grande rispetto che portiamo a questo carissimo amico ma pare evidente l’imbarazzo nel rispondere adeguatamente, come è possibile esaminare un suicida?

Massimo Cocchi

La Treccani definisce la “follia” come stato di alienazione, di grave malattia mentale. Comunemente con il termine follia si indica una “condizione psichica” che identifica una mancanza di adattamento che il soggetto esibisce nei confronti della società. La psichiatria definisce la manifestazione come fenomeno che può essere anche non pienamente “consapevole”.

Ecco, io definirei “folle” questa definizione, la cui ambiguità, fenomeno tipico dell’ipocrisia, lascerebbe aperto un varco sulla possibilità che un gesto di “Follia” possa anche essere gesto/atteggiamento di consapevolezza.

Non voglio neppure accondiscendere al facile giudizio popolare che non esiterebbe a giudicare folle il gesto di un padre che uccide i due figli e si toglie la vita, ma non voglio neppure cedere al giudizio psichiatrico che analizza il suddetto gesto come atto non folle.

Dalla saggezza, incompetente, popolare, alla dotta, colta, sapienza psichiatrica.

Io non ho la competenza per definire la follia ma sono ben consapevole che chi commette suicidio possiede delle connotazioni molecolari precise, così come sono caratterizzate in un quadro molecolare evidente e inconfutabile le differenze fra normalità vera o nascosta nelle pieghe molecolari, laddove la psicopatologia latente, mascherata da apparente normalità, si manifesterà in psicopatologia franca come Depressione Maggiore, Disordine Bipolare e altre forme psicopatologiche.

Perché la caratteristica molecolare predisponente diventi manifestazione patologica è necessaria l’esposizione della complessità comportamentale dell’individuo a un fenomeno/evento, il cosiddetto fattore epigenetico che consente alla patologia psichiatrica latente di assumere connotazioni manifeste, nelle sue varie espressioni. Non dimentichiamo che l’esplosione psicopatologica fruisce di un terreno già predisposto.

Se così non fosse, e torniamo al caso specifico, tutti i padri e le madri che non accettano la separazione, potrebbero essere potenziali omicidi o suicidi, ben oltre la situazione di semplice risentimento.

Per fortuna, così non è.

Caro Fabio, non voglio dilungarmi in queste disquisizioni psichiatriche, con l’uso acrobatico della “parola”, nel tentativo di giudicare condizioni psicosociali come nel caso in questione, salito prepotentemente alle note di cronaca.

Nel corso delle ricerche sui marcatori biologici identificativi dei differenti aspetti psicopatologici, fra tutti la Depressione Maggiore e il Disordine Bipolare, si è verificata l’opportunità di avere i dati di alcuni tentativi di suicidio, circa una decina, all’interno del vasto campione di soggetti psicopatologici esaminato.

Con grande sorpresa, quel gruppetto di individui si è raccolto in un’area ben definita della mappa costruita dalla rete neurale artificiale per classificare, ad esempio, la Depressione Maggiore e il Disordine Bipolare, quell’area che si può osservare nella figura sottostante. Le caratteristiche dei marcatori molecolari che caratterizzano l’area suddetta sono state interpretate come influenzanti l’intero asse molecolare della cellula (citoscheletro, microtubuli, raft lipidico di membrana, membrana cellulare) fino al condizionamento funzionale dei canali ionici e al flusso ionico che, all’esterno della cellula, e, nel caso del cervello, comunica con la complessità di altre strutture.

La mappa dei casi di tentativo suicidario nell’interpretazione di una rete neurale artificiale (alcuni soggetti sono sovrapposti).  Come si può osservare i tentativi di suicidio si raggruppano. Di questa area sono note le caratteristiche molecolari.

Quello che succede, appunto, oltre il canale ionico, non ci è ancora dato di conoscerlo anche se vi è certezza della classificazione della patologia psichiatrica.

Quello che abbiamo capito, tuttavia, è che la psicopatologia è un fenomeno di grande complessità che, comunque, può essere precocemente identificato sia nel bambino sia nell’adulto.

È altresì evidente che la complessità delle implicazioni etiche, sociali ed economiche di un tale meccanismo diagnostico è difficilmente valutabile, tuttavia, la sua ineluttabile capacità predittiva potrebbe essere strumento di straordinaria importanza nelle mani della psichiatria rendendo più mirate diagnosi e terapie.

Su questo argomento, caro Fabio, come ben sai, abbiamo scritto lavori e saggi autorevoli, è persino arrivata una nomination al prestigioso Kyoto Prize, ma ben aveva ragione il nostro caro amico Kary Mullis quando scrisse: "... I punti di svolta in medicina tendono ad essere poco appariscenti all'inizio. Grandi cambiamenti si insinuano sempre sulle persone. Le prime fasi di grandi progressi non vengono mai annunciate o nemmeno notate. Occorrono anni o decenni prima che le cose che domineranno un campo siano ovvie per gli osservatori attenti ..." Kary Mullis, Nobel Prize, 1993.

Confido, come sempre che la tua visione filosofica dell’essere umano conforti la mia modesta figura di biochimico nelle ragioni e nei fatti in cui crede, se così non sarà, rifletterò con maggiore profondità senza perdere la consapevolezza molecolare del fenomeno “Follia”.

SEGUE DOPO LA PUBBLICITA'

 

Fabio Gabrielli

Diamo alle cose il loro nome, omicidio. Lucido, pianificato, implacabile, almeno stando alla cronaca.

E poi, suicidio, l’altro nome, netto e, nel contempo, abissale.  L’unico problema davvero serio della filosofia, come ci ha insegnato Albert Camus. Un tema, quello del suicidio, su cui abbiamo cercato di fornire, nel nostro percorso di ricerca, ipotesi di spiegazione biomolecolare in chiave diagnostica e predittiva.

Ma omicidio e suicidio non bastano, la digitalizzazione del mondo impone di prendere la parola: interpretare, classificare, incasellare, pena l’angoscia del non detto, del taciuto, del non reso pubblico.

Poco importa che a farlo siano voci autorevoli, gli esperti che non possono mai mancare, o gente comune che intervalla post di gattini, cuoricini, bacini, con anatemi e imprecazioni di varia intensità e natura.

Non suona un po’ come l’interruzione pubblicitaria di un elettrodomestico, mentre si sta discutendo di bambini malnutriti nelle periferie del mondo?

Sono senza fiato, impotente di fronte alla trivellazione informazionalecui siamo sottoposti, cui ci sottoponiamo.

Ho letto, per esempio, alcuni titoli di giornali che parlano di “dramma dei padri separati”, lasciando intendere in modo surrettizio:

1) che le donne abbiano sempre e comunque una qualche responsabilità;

2) che la separazione renda più comprensibili, quindi addomesticabili, almeno in parte, comportamenti violenti o, addirittura, omicidi.

Resto convinto che la questione umana necessiti di interrogativi più che di risposte compiute, assolute, conclusive.

Dunque:

1) Perché, come accade di frequente, liquidare il tutto, cestinandolo poi nel flusso ininterrotto di memorie non più vissute del digitale, per sostituirlo con l’ultima novità mediatica, con l’immancabile florilegio di tentativi classificatori: dalla consueta banalità del male alla prevaricazione antropologica nei confronti dell’altro, dall’invocazione di una generica follia, buona per tutti gli usi, fino alle ermeneutiche del soggetto a distanza?

2) Quanto può essere ricondotto a sintesi interpretativa, nel segno di una dialettica pacificata, compiuta, che ci rassereni, ci faccia voltare pagina verso il nuovo fatto di cronaca, felici e ammaestrati, un evento in cui un uomo, con estrema lucidità, così ci dicono, profana fino a sconfessarla la potenza ad esistere (conatus), propria dell’umano, ad un duplice livello ontologico, uccidendo la propria eredità di sangue (biologica) e di anima (simbolica, esistenziale), uccidendo se stesso?

3)  E qui, la scena muta profondamente, dall’omicidio siamo passati al suicidio, la cui esperienza è una trama aggrovigliata, inestricabile. Nel caso specifico, la lucidità con cui quest’uomo prima uccide, poi si toglie la vita, quale tipo di logica abita? E’ sufficiente una pur legittima classificazione psicopatologica e dare compiuta contezza del più estremo dei gesti? Quanta follia c’è nella lucidità, quanta lucidità nella follia? Quanto sono nitidi e quanto sfumati i loro confini? Quali scenari apre un approccio biomolecolare al suicidio, quali ricadute antropologiche, etiche, politico-sociali può avere?

Come vedi, caro Massimo, questi interrogativi aprono fratture, fenditure, vuoti difficilmente colmabili con risposte pacificatrici.

Ci basti, e non mi sembra poca cosa, la parola omicidio, la cui conseguenza ricade per intero su chi rimane, la madre, che non ha bisogno di onniscienti della psiche che le forniscano spiegazioni nitide e ben confezionate, bensì di persone che le stiano accanto, senza dire e fare niente, in una solidarietà infinita.

Ogni omicidio è la riduzione dell’altro a cosa, proprietà e possesso, di che altro abbiamo bisogno, se non dello sgomento, ogni volta unico, ogni volta la fine del mondo?

Ogni suicidio è un enigma su cui l’approccio biomolecolare fornisce qualche chiarimento, ma sulle cui motivazioni o cala il silenzio o si aprono interpretazioni mai definitive, mai esaustive.

 

Massimo Cocchi

Caro Fabio, quando dopo l’atto omicida si consuma il suicidio, siamo di fronte alla massima negazione della vita. Il soggetto che riassume nel suo i due eventi annulla la propria coscienza azzerandone ogni possibilità percettiva, quindi annullando, in un solo momento, colpa e pena, ha ucciso due volte e non c’è punizione. In questo caso la possibilità molecolare del riconoscimento diagnostico, forse, non avrebbe vinto, ma ha certamente vinto quel percorso che ci rimane ancora oscuro. Tuttavia, in questo annullamento di coscienza, si è consumato un altro delitto verso chi è rimasto, chi ha ricevuto il danno difficilmente troverà punti di sutura riparatori nella sua vita biologica, si chiederà se ha vissuto con la normalità o con la demonicità, certamente “lucida”, ma folle e sconterà, nell’innocenza, una durissima pena. Come bene hai detto, alla madre poco interessa farsi sommergere da dotte quanto improbabili dissertazioni di pensiero sull’origine e la natura del male.

La foto di apertura è di Olio Offcina è un'opera esposta al Museo della Follia di Lucca, Cavallerizza di Piazzale Verdi, mostra a cura di Vittorio Sgarbi, 27 febbraio-22 settembre 2019

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