Saperi

L’olio, il mare, una capanna

L’olio dell’infanzia – un raro “imprinting” sensoriale, affettivo e umano – nella testimonianza di una scrittrice: “con un po’ di sforzo potrei forse descrivere il sapore di quell’olio, mi sembrerebbe tuttavia di profanare la verginità di un ricordo”

Paola Cerana

L’olio, il mare, una capanna

Frugare nella memoria, per recuperare le mie prime esperienze sensoriali con l’olio, mi ha riempito di tenerezza e nostalgia. L’immagine più antica che ricordo, infatti, è squisitamente biblica: una capanna e due figure dai nomi evocativi, Giuseppe e Maria!

Sembra un’invenzione della mia fantasia, invece è realtà.

La prima volta che ho assaggiato dell’olio avevo circa tre o quattro anni e non mi trovavo nella casa di Busto Arsizio, bensì in una capanna piuttosto semplice, arredata solo con qualche tavolo e delle panche di legno, costruita su una spiaggia praticamente deserta. Soltantomare, sole e cielo. Mi trovavo nel nord-est della Sardegna, in quella che oggi è la costa più mondana e frequentata dell’isola. Tuttavia, allora (parlo di quarant’anni fa, ahimè!) non c’era nulla, solo il sibilo del vento, qualche abitazione e tanti nuraghi sparsi qua e là tra le brulle colline a ridosso di un mare ancora vergine. Mio padre nutriva un amore sconfinato per quella natura contaminata, un amore che ha poi trasmesso a me, tanto che per diversi anni ha scelto quel paradiso per le vacanze estive che, a quei tempi, duravano tre lunghi mesi. Per questo, colloco, tra i miei più bei ricordi, quel primo incontrocon il mare e con i sapori di quella terra, tra cui l’olio.

Giuseppe e Maria erano cari amici di mio padre e la capanna sulla spiaggia, che rivedo ancora in ogni suo dettaglio, era un rifugio per pescatori, fatto di travi e paglia, affacciato sull’isola della Tavolara, dove si andava a pescare. Ma all’occorrenza, quel presepe pagano s’improvvisava in un’ottima trattoria gestita dalla coppia che consacrava il proprio talento agli avventori, offrendo il pesce appena pescato da lui, il formaggio di pecora prodotto da lei, quel pane croccante che canta, un vino color rubino da sogno e un olio straordinario, anch’esso frutto prezioso dell’amore per la terra di Sardegna.

I miei ricordi aleggiano, così, tra profumi di aglio, triglie, agrumi, pomodori, rosmarino, mirto e alloro. Mi piaceva tutto, perché tutto sapeva di mare. Su ogni pietanza si versava poi quest’olio denso e dorato, stillato da una grande bottiglia in vetro, senza etichetta, chiusa semplicemente con uno di quei tappi di sughero riciclati chissà quante volte. Appena levato il tappo, dalla bottiglia fuoriusciva un profumo tanto intenso che sembrava di poterlo bere e, ricordo cheGiuseppe con candido orgoglio ci invitava ad annusare prima di assaggiare, per non perderci niente di quel piacere.

Naturalmente, è passato troppo tempo perché io possa raccontare con precisione le sensazioni gustative e olfattive di allora. Ma se oggi associo l’olio a quelle situazioni conviviali così piene di calore umano, di genuinità, della semplice bellezza di stare insieme, posso dire con certezza di avere ricevuto quello che oggi chiameremmo un raro “imprinting” sensoriale, affettivo e umano. Con un po’ di sforzo, potrei forse descrivere il sapore di quell’olio, tuttavia mi sembrerebbe di profanare la verginità di un ricordo condendolo di artifici, perché la partecipazione consapevole del gusto è venuta negli anni successivi, con un’educazione del palato attenta e progressiva.

Appartiene, invece, a quell’epoca ingenuamente felice un’altra impronta gustativa che ho ricevuto, stavolta, dal mare. Si usava, infatti, raccogliere molluschi d’ogni genere proprio sotto le rocce accanto alla spiaggia. Ce n’erano tantissimi allora e anch’io, insieme ai figli di Giuseppe e Maria, avevo imparato a scovarli, così per gioco, facendo a gara con loro a chi ne trovasse di più. Portavamo poi il cospicuo bottino sulla spiaggia, ai grandi. Lasciavamo che il calore del sole schiudesse lentamente i gusci serrati e poi, appena qualche mollusco faceva capolino con la sua lingua rosea, lo rubavamo al suo scrigno e con un vigoroso schizzo di limone lo gustavamo con una soddisfazione primitiva indescrivibile. Il resto del malloppo finiva, ovviamente, nelle pentole generosamente oliate di Maria.

Tutto questo non c’è più. La spiaggia oggi è un susseguirsi di lettini e ombrelloni colorati, sempre più rubata al mare e degradata da ville, villaggi e hotel. Il mare cristallino nemmeno si vede più, tappezzato com’è di motoscafi, yacht e panfili che hanno spodestato pesci, crostacei e molluschi. L’ultima volta che sono stata là in cerca della capanna, ho trovato al suo posto un vero ristorante, uno di quelli belli ma anonimi, senz’anima insomma, senza più il profumo d’aglio, di triglie, di mirto e alloro. Amaramente delusa, ho preferito non cercare Giuseppe e Maria, volendo custodire nella mia memoria l’immagine intatta di lui sulla sua barca di legno traboccante di pesce ancora vivo e quella di lei con il grembiule bianco e le mani odorose di buono.

Anche quell’olio di Sardegna non c’è più. Ce n’è forse di migliore, imbottigliato con tanto di etichetta ricamata e con tutte quelle indicazioni necessarie a sedare ogni eventuale diffidenza. Allora, era più semplice: bastava la fiducia in chi lo produceva. Mi viene in mente, a proposito di semplicità, una delle metafore più antiche e comuni che, guarda caso, ben si sposa con questi miei ricordi fanciulleschi. “Oggi il mare è liscio come l’olio”, si dice spesso, per suggerire l’immagine di quiete, di accoglienza e di buon auspicio, quella stessa mite accoglienza che ricevevo anch’io da piccola in quella capanna in riva al mare.

Oggi, quel sapore antico di olio resta scolpito solo nella memoria dei miei sensi, insieme all’amore per la natura e per le cose buone. Cose semplici, appunto, che sento ancora scorrere dentro di me, quasi fossi irrimediabilmente la tenera bambina di allora.

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