Saperi

La duttilità del filosofo narratore

In attesa della pubblicazione del nuovo romanzo di Sossio Giametta, La gita d’Ognissanti. Cronache dell’Italia del 1975, a breve in libreria per le edizioni Olio Officina, riportiamo un testo di un grande narratore contemporaneo con il quale, nel 2010, ebbe modo di salutare l’esordio in narrativa del noto e stimato filosofo, tra i più profondi conoscitori dell'opera di Friedrich Nietzsche, di cui è stato il più apprezzato traduttore

Raffaele La Capria

La duttilità del filosofo narratore

In attesa dell'uscita in libreria del nuovo romanzo di idee del filosofo Sossio Giametta, potete di seguito leggere e apprezzare il breve saggio con cui il narratore Raffale La Capria presenta i racconti di Madonna con bambina, pubblicato nel 2005 per la Biblioteca Universale Rizzoli.

MADONNA CON BAMBINA

Sono lieto di presentare Madonna con bambina, il libro del mio amico Sossio Giametta perché l’uscita di questo libro è stato un evento lungamente atteso e lungamente desiderato da lui e anche da me e ha avuto varie vicissitudini; ma la ferma e giustificata convinzione del suo autore finalmente l’ha avuta vinta contro le ottusità editoriali. 

Mi pareva, parlandone con lui, che a Sossio stesse più a cuore questo libro – e gli altri libri di narrativa che ha scritto – che non tutta la filosofia di cui si è abbondantemente nutrito traducendo come ognuno sa tutto Nietzsche, Schopenhauer, Spinoza e tanti altri maestri del pensiero. 

A lui, più che le grandi questioni poste dalla sua “formazione alta”, quando scrive di narrativa sembrano interessare le piccole questioncelle che ad ogni istante la vita quotidiana ci propone. Il suo però non è minimalismo, si badi bene, il suo è uno sguardo che passa attraverso una lente di ingrandimento, una lente che ingrandisce le cose piccole e man mano le trasporta in una zona diversa. E quelle che sembravano semplici e magari banali diventano complesse e magari straordinarie, quelle che sembravano piccole ora sembrano grandi. E lo sembrano quando sono attraversate – per usare un’espressione non mia ma che in questo caso trovo molto appropriata – quando sono attraversate dal lampo della sorpresa. 

L’arte, qui, di questi racconti, sta proprio nel fare scattare questo lampo. E così la manina della sua bambina o un qualsiasi pesciolino esposto al mercato del pesce, non sembrano più quello che apparivano a prima vista, sono i custodi di un mistero, il mistero di esistere. Un mistero del quale partecipano tutte le cose, anche quelle più trascurabili e di uso comune, per così dire. Questa è la metamorfosi che avviene nei racconti di Sossio Giametta. 

La sua preoccupazione, come mi ha detto, è che tutti i recensori – non tutti i suoi lettori, i suoi recensori, cioè gente che deve mostrare di saperla più lunga su queste cose – tirino in ballo come anche io ho fatto la contrapposizione del filosofo al narratore dando la prevalenza al primo. 

Soffermiamoci allora su questo, cercando di capire se la preoccupazione di Sossio Giametta ha qualche fondamento o sia del tutto ingiustificata. Prendiamo ad esempio il racconto “Conversazione con l’amico luminare”, dove il tema molto sottile riguarda la difficile gestione dell’amicizia e le sue minime oscillazioni, che però si ripercuotono in modo preoccupante nella mente di uno dei due protagonisti, Tammaro, alter ego dell’autore. Questi si definisce “amico e collaboratore” del luminare prof. Tagliaferri. Un’amicizia, per così dire, non proprio alla pari, perché nonostante l’amicizia il prof. Tagliaferri è non solo il luminare da tutti riconosciuto ma è stato anche il maestro e la guida di Tammaro, e gli ha rivisto una traduzione dal tedesco in cui ha notato qualche errore non di contenuto ma di tono, puntigliosamente soffermandosi su una parola chiave, Erscheinung, tradotta con apparenza. Uno dei due, il Tagliaferri appunto, il luminare, è, lo si sente, in una posizione più forte rispetto all’altro. E da qui nasce il conflitto mentre è in corso una conversazione molto erudita in cui si parla di Montaigne e di Tucidide con una competenza che richiede un lettore di buona cultura ma che è comunque comprensibile a tutti e affascinante. Un dialogo come questo – vorrei far notare – è piuttosto insolito nella nostra narrativa, e poteva scriverlo soltanto un narratore sui generis come Sossio Giametta. Infatti ciò che conta qui non è tanto la filosofia ma qualcosa d’altro, perché vien fuori man mano, mentre si parla di Montaigne e Tucidide, un sottile disagio, un’inquietudine e anche un dubbio non infondato sulla consistenza dell’amicizia, ed è questa la vera chiave musicale e poetica del racconto – racconto che ha un finale alto e disteso, sentite: 

Passsando dal pianerottolo buio nell’ascensore (tendeva a non accendere la luce sulle scale) e poi dall’ascensore al corridoio giù, anche buio (niente posta!), Tammaro rimase abbagliato dalla gran luce che c’era in strada. Splendeva il sole ed era una bellissima giornata, un primo annuncio di primavera. Quel nuovo tepore e odore, come gli sembrava, che c'era nell'aria, gli portò il ricordo delle passate stagioni. Ormai non le contava più e non vi faceva attenzione come in passato. Ebbe, come in un lampo, la sensazione che tutto quanto stava avvenendo in lui fosse nient'altro che l'opera lenta e inesorabile del tempo, del tempo formatore, ma anche, pensò, onnivoro e distruttore, che corrode, scioglie e scompone, dopo averli intaccati nelle loro fibre segrete, gli aggregati della mente e del cuore: i pensieri e gli affetti. Ma durò solo un attimo. Quando fece rombare allegramente il motore della macchina uscendo dal garage, gli umori alacri e gai avevano ripreso il sopravvento. 

E così, con questa considerazione sul “tempo formatore”, ci si avvia alla conclusione. Ma quante cose si trovano in questo racconto sull’amicizia, e quante citazioni interessanti si potrebbero fare, oltre quella che ho appena letto! C’è per esempio un accenno a quella cultura su cui in ogni punto batteva l’accento di una passione troppo personale – che è appunto la cultura di cui siamo nutriti e di cui anche Sossio Giametta è partecipe – “una cultura gloriosa ma squilibrata, profonda ma malata, alla quale egli aveva aderito da giovane e si era abbarbicato, forse per la stessa legge elementare ambientale, per la quale il mitilo si abbarbica allo scoglio o forse, invece, per l’intima rispondenza di una segreta aggressività e violenza”. E qui si pensa a Nietzsche, visto da qualcuno che ha ben ponderato le sue pagine. Ma subito dopo queste considerazioni “Tammaro diede un’occhiata all’orologio sul comodino. Vide che s’era fatta ora di alzarsi. Si voltò un attimo a guardare sua moglie che ancora dormiva: il suo volto giovane e innocente, incorniciato dall sparse chiome di capelli neri, splendeva di immobile bellezza. Se l’essere umano porta il peso di colpe non commesse, pensò, gli tocca però in sorte un’innocenza sempre rifiorente”. Non è bellissimo vedere come in poche righe si alternano e si danno la mano il filosofo e il poeta presenti in questo narratore? 

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Tutto questo libro, Madonna con bambina, a me sembra scritto da un pessimista che intona suo malgrado un inno alla vita come accettazione, in una rappresentazione che a volte mi ricorda ciò che Pasolini scrisse di un mio libro: “Nei personaggi, visti con crudeltà intellettuale (la moglie, la figlia) ma soprattutto con atavica comprensione, coesiste, con la ‘quotidianità’ rassicurante e mai abbastanza adorata, quella ‘scintilla cosmica’ che li rende sostanzialmente estranei: toccati, visti, aggrediti, amati, vissuti ogni giorno eppure totalmente posseduti da qualcos’altro…”. Quel qualcos’altro immagino che cosa significasse riferito a me. Riferito a Sossio Giametta direi che è – l’ho già scritto sul “Corriere della Sera” – “il gran mondo organizzato” che ci sovrasta come l’onda di uno tsunami e “ci costringe a tremare ogni momento”. A tutto questo mi ha fatto pensare il secondo racconto di questo libro, che è appunto quello che gli ha dato il titolo “Madonna con bambina”. Qui di quel che è naturale, di quel che è quotidiano, di quel che tutti hanno potuto sperimentare, non si rifiuta nulla, ma proprio nulla, nessuno dei piccoli aspetti sgradevoli, per esempio, della vita di una neonata. Aerofagie, peti, rutti, cacca, puzze e via dicendo, con un’attenzione che a volte appare perfino comica – ed è anche un aspetto divertente di questa scrittura - ma sempre con la consapevolezza che con l’intelletto si può affrontare tutto dando a tutto il posto che gli spetta. “E a quale limpida sorgente non si abbeverava egli stesso quando anche a lui capitava di contemplare, chino sulla culla, la bimba in tali momenti di sereno mistero”. Anche qui in questo racconto quante considerazioni interessanti sull’implacabile necessità del nutrimento, sull’immersione dell’anima individuale nell’animalità, sul corpo e sullo spirito, e su tante questioni, ma tutte scaturite dalla minima osservazione delle cose minime, che è il tratto distintivo di questa narrativa sempre in bilico tra il tono alto e quello basso. E non mancano neppure le considerazioni di carattere politico connesse alla situazione del Paese: “Erano i tempi della beata adolescenza, in cui le infinite dispute e chiacchiere sul marxismo erano di là da venire. No, a quel tempo l’ideologia non aveva ancora soggiogato, incatenato le menti di tanti e tanti, che ora ne facevano l’uso più massiccio, e tanto maggiore quanto più il paese si allontanava dalle condizioni di una qualunque sua attuabilità.” E aggiunge in altro luogo: “Si trattava solo di non scambiare per valori le astrattezze dai nomi risonanti” e di riconoscere la problematicità di tutte le cose. Nei racconti di cui ho parlato la trama è tutta nel sottotesto, in superficie non si nota nulla. Le trame delle cose, quel che le collega, è talmente esile che quasi scompare. Ma c’è un racconto, quello intitolato “Il dono”, dove appare chiaro che questo scrittore la trama non solo sa tesserla, ma sa avvolgerla in un gomitolo inestricabile di cui può tenere in mano il bandolo. Ed è appunto la storia di un dono che un amico fa ad un amico, ma è anche tante altre cose, la storia di nuovo di un’amicizia e delle sue oscillazioni, la storia di un’eterogenesi dei fini per cui un’azione che si prefiggeva un risultato ne raggiunge invece un altro non previsto, ed è la storia di come può farsi complicata la vita perfino nelle cose più semplici, come il dono di un televisore accompagnato dalla involontaria permalosità di chi lo offre e di chi lo riceve. Un racconto serrato, con una trama serrata ma fatta di nulla, un racconto che sembra fatto da un ragno tessitore col divertimento di chi sa appunto che nella vita le cose si ingarbugliano in modi imprevedibili e ne porta un esempio leggero ed evidente nella sua ovvia essenzialità.

La copertina del nuovo romanzo di Sossio Giametta

Anche “Il dono” è un racconto sull’amicizia, un tema che evidentemente sta a cuore all’autore, ma mentre nel primo racconto, “Il luminare”, i contrappunti dell’amicizia avvengono tra personaggi che sono intellettuali di prestigio e come tali parlano e si esprimono, ne “Il dono” i personaggi appartengono ad una classe media non ben definita, ma si esprimono coi pensieri e le parole più comuni. E questo lo dico per mettere in evidenza la duttilità di questo scrittore che sa abbracciare una serie molto vasta di punti di vista ed eseguire le sue variazioni con una vivacità e un’immediatezza in cui si vede bene che lo scrittore non si fa mai intimidire dal filosofo e gli tiene testa in ogni pagina di questo strano e bel libro. 

In apertura il ritratto illustrato di Sossio Giametta è a firma di Doriano Strologo

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