Saperi

Lei

«Come sono buffo io vicino a lei! Ma voglio vedere meglio» e Guido mise quasi la testa sotto il cappello dall’abat-jour. La lente sempre più vicina. «Ma che faccio? Le sfioro la mano? E che viso felice ho! Io sono felice perché c’è lei. Questo è sicuro… ma… non ricordo altro… non capisco… sono stanco… devo dormire… sì, è meglio che vada a dormire»

Mariapia Frigerio

Lei

«È finita».
Poche parole, al telefono, per dire all’amico che la moglie non c’era più. Non aveva aggiunto altro e neppure era stato a sentire quello che lui gli diceva.
«Formalità, nient’altro» aveva pensato.
Forse non era così. Forse…
E se n’era tornato a casa sua, a Marignolle, per pranzo. La cuoca lo aspettava.
La moglie era rimasta sul letto della piccola casa che lui, dopo la separazione, le aveva concesso vicino a Santa Croce.
Sarebbe tornato da lei nel pomeriggio.
Poi la mattina dopo per vederla uscire, per sempre, da quella casa. Ma il pomeriggio no, non sarebbe andato alle esequie nella cappella del cimitero. Troppa gente. Del resto neppure lei l’avrebbe preteso. Lei l’avrebbe capito. Avrebbe aspettato nella sua grande casa in collina notizie dai figli.


La sera l’amico lo richiamò. Erano entrambi vecchi. Entrambi soli.
«Grazie, Guido, di farmi compagnia».
«Immagino il tuo dolore».
«Non provo alcuna commozione. Nessuna. Sono turbato. Questo sì».


Era stato amico di entrambi. E per questo faticava ad accettare la freddezza di Pierfrancesco.
Ripensò allora all’amica. La principessa ***. Una donna intelligente e raffinata. Zena. Anche lui ne aveva subito il fascino. E, da quando era rimasto vedovo, più volte si era sentito con lei al telefono.
L’età. Non fosse stato per l’età sarebbe anche andato a trovarla. Avrebbe cercato, in qualche modo, di riempire la solitudine di lei e, forse, anche la sua. Ma un viaggio di cinque ore non poteva permetterselo. No. Non era più il tempo.
Andò a cercare la scatola di legno che conteneva le foto. Fin che c’era sua moglie queste venivano catalogate con precisione, ma ora?
«Povera Bianca. Quanto mi sono sentito solo senza di te. Una brava moglie. Hai saputo accudirmi e starmi vicina. Sempre. E un uomo non chiede di più, sai?».
La scatola era polverosa. Da quando la moglie era morta veniva Tatiana, una ragazzona moldava. Ma solo per preparargli il pranzo e fare un po’ di pulizie. Il suo non era un grande appartamento. Due piccole camere e uno studio sommerso di libri. Tatiana si dava da fare, ma non arrivava ovunque. Poi doveva fare la lavatrice, stendere, stirare. E, in ogni caso, lui non poteva permettersi di farle fare più ore.
Trovò nella scatola una foto di cinquant’anni prima. Quella che cercava.
Erano a Trieste. Loro quattro. In piazza Unità d’Italia. Zena aveva fermato un passante perché li fotografasse insieme, vicini, mentre giravano le spalle al mare. Era sopra alle altre nella scatola. La prese e la portò sotto la luce dello scrittoio. Lesse la data. Esattamente cinquantacinque anni prima.
«Già, sopra a tutte. Ovvio. È la foto che più ho guardato in questi anni. In questi anni di solitudine. Eppure di Bianca ne ho molte altre. Quella che le feci quando mi raggiunse a Urbino. La moglie orgogliosa di un docente universitario. Poi… sì, quelle in campagna dai miei con la nostra prima figlia. Una giovane mamma amorosa».
Prese, per aiutarsi, la lente. Partì da sinistra. «Ecco… Pierfrancesco sempre elegante col suo panama. Zena. Io. Bianca con quell’abito a fiori che si era comprata apposta…».
Concentrò lo sguardo sulle figure centrali. Avvicinò la lente agli occhi. Zena era un incanto. Alta, slanciata, con la folta chioma bionda spettinata dal vento. E quel sorriso… e quel vestito lavanda che le accarezzava i fianchi e le lunghe gambe… e quelle braccia – due ali d’airone – che le sfioravano il corpo…
«Come sono buffo io vicino a lei! Ma voglio vedere meglio» e Guido mise quasi la testa sotto il cappello dall’abat-jour. La lente sempre più vicina.
«Ma che faccio? Le sfioro la mano? E che viso felice ho! Io sono felice perché c’è lei. Questo è sicuro… ma… non ricordo altro… non capisco… sono stanco… devo dormire… sì, è meglio che vada a dormire».


La mattina seguente Guido ricordava poco della sera prima. La telefonata con Pierfrancesco e il senso di amarezza per la sua freddezza, questo sì, ma niente della foto.
Fece colazione come sempre nella cucina col tavolo di formica. Una tazza di Lipton con fette biscottate iposodiche e della Hero-light alla fragola. Era sua moglie che lo aveva abituato a fare attenzione al sale e agli zuccheri. E lui seguiva le sagge indicazioni anche ora che lei non c’era più.
Levò le briciole dalla tavola, mise la tazza nel lavello, la riempì d’acqua. Più tardi l’avrebbe lavata. Ora voleva leggere il giornale che ogni giorno gli veniva lasciato fuori dalla porta di casa. Lo trovò, come sempre, appoggiato al muro. Lo raccolse e andò nello studio.


Sullo scrittoio vide, ancora sotto l’abat-jour, la foto.
«Ah, la foto di Bianca… no… no… la foto di Zena». La guardò nuovamente. «La memoria. Che dramma la memoria, alla mia età». Si sedette, ma non aprì il giornale. Riprese la foto fra le mani. Senza lente. Senza occhiali. E lentamente, guardando quelle figure che ora avevano per lui contorni sfuocati, iniziò a ricordare.
Due coppie giovani. Zena era andata con Pierfrancesco in visita alla madre. Era un inizio d’estate. Poi la telefonata: «Guido, perché non ci raggiungete anche tu e Bianca? Ti innamorerai di Trieste». Trieste era la città di sua madre. Zena era felice quando ci poteva andare. Pierfrancesco no, lui non amava muoversi o lo faceva soltanto per lavoro. Lavorava nello studio del padre, in via della Vigna Nuova. I suoi orizzonti erano limitati dal corso di un fiume, dalle passeggiate serali sui lungarni. Ma Zena aveva ben altri orizzonti, quelli infiniti del mare a cui, in quella foto, volgeva le spalle.
Quella volta Pierfrancesco aveva seguito la moglie. Ma per lui era stata una sofferenza. Zena era una donna libera. Mitteleuropea. Lui un uomo di legge. Un leguleio. Vissuto sempre a Firenze. Faticava a capire sua moglie, sovente ne era infastidito.
Anche quella volta. Chi l’aveva autorizzata a prenotare per i due amici il Grand Hotel Duchi d’Aosta? D’accordo che la madre, per quanto avesse una grande casa, non li voleva ospitare; ma lei non avrebbe dovuto chiedere il parere del marito? No. Per lei era sufficiente, come giustificazione, il fatto di pagare loro l’albergo senza bisogno di lui. Lei era ricca e generosa, non poteva sottostare a vincoli. Lui non poteva accettare queste alzate di capo della moglie.


«Pronto? Pierfrancesco? Sono Guido. Come stai?».
«Bene».
«Ti sento una strana voce».
«Sono triste. Solo un po’ triste».
«Trieste. Ti ricordi di Trieste?».
«Sì, certo».
«Ho trovato una foto. Una foto di noi quattro. Ho fatto fatica… non so tu, ma io non ho più memoria. Poi ce l’ho fatta. E mi sono ricordato del Grand Hotel Duchi d’Aosta. Io e Bianca in una di quelle camere con le pareti a stucco lucido… Zena! Era stata Zena, capisci?».
«Sì, capisco».
«Vorrei non vivere a L’Aquila. Vorrei abitare a Firenze e poterti essere vicino. Ti chiamo domani sera».
«Non è necessario».


« “Sono triste. Solo un po’ triste”, allora qualcosa gli sta succedendo» pensò Guido. Erano quasi le dieci, ma ancora non si decideva ad andare a letto. Avrebbe avuto voglia di telefonare a Zena, se… se ancora ci fosse stata.
Le loro telefonate. Lunghe telefonate. Lei gli parlava della separazione da Pierfrancesco. L’aveva voluta lei. Lei? O ne era stata costretta? Quello era il suo tema fisso. Poi della sua vita preconiugale. Quando ancora era, a tutti gli effetti, la principessa*** e divideva la sua vita tra il palazzo romano del padre e la grande casa della madre a Trieste e ancora era una donna ricca e indipendente. Poi la guerra avrebbe cambiato tutto.
Lei aveva conosciuto Pierfrancesco e Guido insieme, a Roma.
Il matrimonio era stato deciso all’improvviso, senza che Guido ne sapesse niente. E Firenze era diventata la città dei due sposi. La gita a Trieste sarebbe stata l’ultima da principessa. Poi sarebbe stata solo la signora Baldesi.
Guido non riusciva ad andare a dormire. Non c’era niente da fare. Cercava qualcosa. Cercava e pensava, tra un vuoto di memoria e l’altro.
Pensava alla voce di Zena così delicata, a quei suoi «Siii…» quasi sussurrati, quando gli rispondeva al telefono. Una voce che gli anni – tanti – non avevano mutato. Zena, nelle loro telefonate, rideva ancora con lui. Parlavano delle moldave. Lui di Tatiana. Lei di Katarina. Lei gli aveva chiesto, con la sfrontatezza che lui le conosceva bene, se non ne fosse innamorato.
«Mi dici sempre che è giovane e forte».
«Vuoi scherzare, Zena?».
«Non mi meraviglierei…».
«Allora è il momento che tu lo sappia… anche se dirtelo mi imbarazza per l’amicizia che mi lega a Pierfrancesco… io, nella mia vita, non ho avuto avventure… non sono il tipo… non ho il fisico giusto. Ho amato mia moglie di quello che si chiama amore coniugale, ma… ma l’amore vero io l’ho provato per te… e…».
«Ma lo sai come sono ridotta? Lo sai o no? Il tuo amico non ti ha detto niente?».
«So che te stai tutto il giorno immobile su una poltrona… e credi che questo basti a cambiare quello che sento per te? Tu, in poltrona o in piedi, sei sempre la Zena di Trieste».
Questo era quanto era riuscito a dirle prima di riattaccare.
Solo quando trovò, in una cartellina di pelle in fondo al cassetto dello scrittoio, la lettera – quello che cercava senza sapere – Guido se ne andò a dormire.


La mattina dopo tralasciò Lipton, Hero-light, fette iposodiche. La lettera lo aspettava. Guardò sulla busta e riconobbe la grafia precisa, leggermente obliqua, della donna. Si mise gli occhiali e lesse:

Caro Guido, mi dispiace che tu abbia riattaccato così in fretta ieri sera. Ti avrei parlato ancora… Da quando sono relegata in questa casa (guarda che amo questa zona di Firenze, popolare al punto giusto, e trovo che non siano, questi, i tempi più adatti per ville in collina. No, al di là della separazione, io non ci sarei stata a Marignolle) passo le mie giornate su un’enorme poltrona. Un trono… per una che è nata principessa. La mia nascita, però, non mi ha mai inorgoglito e tu conosci bene gli anni del mio impegno politico. Forse i primi screzi col tuo amico sono iniziati da lì. La moglie dell’avvocato Baldesi in visita alle mense operaie. Cuoca nelle mense operaie! Lui non capiva. Non capiva che io ero felice così. Lui mi avrebbe voluto come una brava moglie borghese. Ma allora, e ti prego di non offenderti se ti dico questo, avrebbe dovuto scegliere una donna come Bianca. Una donna che lo accudisse e gli stesse vicina. Una madre amorosa per i suoi figli. Una moglie orgogliosa dei successi del marito. Io no. Io ero sempre in fuga. Mentalmente in fuga. Non avevo pretese come donna e neppure come moglie. E questo vuol dire essere piena di pretese. L’ho capito col tempo. L’ho capito seduta qui, sul mio trono, guardando a giornate intere, dalla finestra, la Biblioteca Nazionale.
Non ti posso nascondere che la tua tardiva dichiarazione mi ha dato una certa emozione. So anche che se tu mi vedessi cambieresti idea. Ma non ha importanza. Trieste. Hai ricordato Trieste. Ero felice in quei giorni. Ero felice perché ancora mi sembrava di essere padrona della mia vita. Ho anch’io una foto di quella vostra visita. E mi ricordo di avere fermato un passante perché ce la facesse. Fu un errore. O per Pierfrancesco lo fu. Una donna sposata non si doveva prendere certe libertà. Ma io ero inebriata dal vento, dal mare, da voi… Ho un bauletto qui, accanto alla mia poltrona. In questo bauletto, tra le altre, ho quella foto. Sovente, in preda alla disperazione che ormai da anni non mi abbandona, la guardo. È la foto che più amo… L’unica accanto a Pierfrancesco. Ne ho dei miei figli, di me con loro, di loro con lui. Ma quella è l’unica nostra. Evviva la sfrontatezza, caro Guido. Se non avessi fermato quello sconosciuto non avrei neppure un’immagine di me con lui. L’ho guardata a lungo in questa mia terminabile solitudine. Come eravamo tutti giovani! E Pierfrancesco… così bello ed elegante. Pensa, Guido, che dopo Trieste non sono più riuscita a lasciarmi andare. Sono arrivata a sostenere la bruttezza delle passioni, la loro volgarità. Mi sembrava che mio marito volesse quello da me. Ma se guardi bene quella foto, come ho fatto io per anni in modo quasi certosino, ti accorgerai che la mia felicità veniva da lui. Credo di non averlo più guardato così. Non ne ho più trovato il coraggio. Quante cose sono successe dopo. Genitori morti. Case vendute. E io, su questo trono, a dipendere per tutto da lui. So che ultimamente ti è venuto a trovare. Ti confesso che ne sono stata gelosa. No, non per te. Per il viaggio. Lui da giovane non si è mai mosso con me. Da vecchio è venuto fino a L’Aquila per te. Non ero la moglie per lui. Questo lo so. Ma… ma l’ho sempre amato. Forse ti farò star male dicendoti questo, ma… è l’unico uomo che ho amato. In questa stanza che tu non conosci, dove io passo una giornata uguale all’altra, io l’aspetto. È un’attesa vana. Ma io continuo a illudermi. E le rare volte che lo vedo capisco che non mi sopporta. Non segue quello che dico. Non vuole ricordare niente della nostra vita comune. In fondo per trent’anni siamo stati marito e moglie… Sì, come puoi immaginare, parliamo di politica e di libri. So che mi trova sempre intelligente. Beh, a questa età, Guido, non mi importa più né di politica né di letteratura. E, tantomeno, di essere intelligente. Mi importerebbe solo di stare con lui. Ma le cose sono andate così. Io ho le mie colpe, lui le sue. Però… però lo amo, Guido. È assurdo, lo so, ma sei l’unico a cui lo posso dire.
Grazie di avermi fatto sentire per un attimo, con le tue parole, la Zena di Trieste.
Ti abbraccio con l’amicizia di sempre

Ripose la lettera. Lesse il giornale. Pranzò con quello che Tatiana gli aveva preparato. Andò a riposare. Si alzò. Continuò il libro sulla civiltà turca. Guardò puntuale alle sette il TG3. Si fece una minestrina con dado. Alle otto e trenta la sua giornata si poteva considerare conclusa. Aspettò le nove per chiamare il suo amico.


«Oggi con la cremazione è tutto finito».
«E tu?».
«Io? Sono stato a casa sua, in via Tripoli. Ho faticato a fare tutte quelle scale, ma da lassù si vede Santa Croce, la Cappella Pazzi, la Biblioteca Nazionale. Le ho guardate con gli occhi di Zena. Lei amava la città. Quella viva. Quella vera. Ho capito che non poteva fare la moglie di un signore di campagna. Non poteva vivere a Marignolle. Poi ho cercato la foto di Trieste. Lo sai che c’è una foto di noi quattro? Giriamo le spalle al mare. Quel mare che lei amava».
«Sì, ho anch’io quella foto».
«L’ho guardata tanto. Attentamente. E mi sono accorto che tu le sfiori la mano».
«È vero. Non ricordo perché l’abbia fatto… E non ti sei accorto di altro?».
«Mi sono accorto di come mi guarda».
«E ti lascia indifferente?».
«Io sono indifferente… indifferente a tutto. Io non le avrei accarezzato la mano».
«Peccato che tu non l’abbia fatto. Peccato per lei e per te. Ti saluto, Pierfrancesco. Non credo che ti chiamerò domani sera».
«Mmh…».
«Che cos’hai?».
«Chiamami domani sera. Fammi ancora compagnia. Parlami di lei. E… grazie… grazie di averla accarezzata».


Lucca, 27 marzo 2009

La foto di apertura ("Dalla mia finestra") è di Mariapia Frigerio

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