Saperi

Lettera a un amico

Narrazioni. I sentimenti che scaturiscono da una storia vera diventano una interrogazione sulle grandi questioni esistenziali. Due amici passeggiano nel vialetto della “Facoltà”, mentre da lontano gli altri, che li osservano, li vedono parlare fittamente. Tutti a immaginarli concentrati su scenari strategici intorno a problemi scientifici da risolvere o a contesti di potere universitario da dover gestire. E invece…

Massimo Cocchi

Lettera a un amico

Guardo la pioggia che schiaccia la polvere, i miei pensieri che schiacciano polvere di ricordi, non è mai giorno, non è mai tempo.

Dalla finestra che porta la mia vista su un calare del giorno uggioso vedo una fagianella solitaria che cammina tranquilla sul prato guardandosi intorno, un prato che trae giovamento dall’uggio della giornata e la mia anima, rallegrata dalla fagianella, che penso anche che porti fortuna, dall’uggio trae la sensazione di qualcosa che finisce, che si sfuma nel confine impalpabile fra luce e oscurità.

Mi prende in un momento di ritorno da un vino di colore rosso carico, di un aroma che invita a sensazioni piacevoli, da un sapore che evoca ricordi del tempo.

Di ritorno da una vecchia osteria della bassa bolognese, ovattata nella nebbiolina che sembra abitare sulle nostre terre e ti avvisa che si avvicina il tuo ennesimo inverno, dove il tempo è trascorso fra tagliolini al tartufo, polenta con il gorgonzola e costine di maiale, un pranzo lussuoso.

E lì, in quel momento, non pensi, ed è inutile elencare a cosa non pensi, è facilmente immaginabile, ma ti è ben presente quella circostanza che ti sei potuto permettere mentre, per altri, per tanti, rimane solo un illusorio desiderio.

Seduto di fronte a un amico, un amico dei tanti anni trascorsi nella ritualità di un passeggio quotidiano e mattutino nel vialetto della “Facoltà” soprannominato, per esorcizzare, “il viale del tramonto”.

Molti guardavano queste figure che parlavano fitto fitto e, sicuramente, cercavano di immaginare cosa si dicessero, cose importanti pensavano, probabilmente, scenari strategici di problemi scientifici, scenari strategici del potere universitario.

Non era così, si parlava della vita quotidiana, delle cose buone o brutte della vita, si parlava di donne, di ricordi d’amore, si parlava delle cose che vengono dall’anima e non da quel luogo malsano che a volte è il cervello.

Così, un giorno via l’altro, il tempo trascorreva e pensavamo che fosse eterno, l’arroganza di uomini complessi che vorrebbero vivere un tempo infinito.

In quella famosa osteria della bassa mi sono accorto che parlavamo di niente perché stavamo celebrando l’intima consapevolezza di una fine, la fine di una consuetudine giornaliera, di un’intelletualità che sembrava disperdersi nel profumo e nel sapore del tartufo.

Già, con la stessa complicità di quel percorso mattutino di tanti anni, stavamo celebrando l’addio accademico del mio amico Paolo.

Sono tornato a casa e, svanito il profumo del tartufo e l’aroma del vino, ho riflettuto sui pensieri, non detti, che, certamente, gli si affollavano nella mente, in quel momento.

Nello spazio di un tempo, così veloce da non essere neppure misurabile, Paolo non è più il “Professore” che incute riverenza, una riverenza che mai ha voluto ma che studenti e colleghi sicuramente provavano.

Che provavano di fronte ai consigli saggi dell’esperienza, di fronte ai momenti delle scelte strategiche per la loro carriera.

Forse, a volte, avranno anche pensato che non fosse interessato per via di quel suo nascondere il sentimento, quasi con pudicizia, facendolo apparire anche un pò scorbutico.

Mentre tornavamo dall’osteria mi ha raccontato del messaggio che ha indirizzato ai suoi allievi e allora ho pensato che nel momento in cui lo ricevevano avrebbero capito che la sua vita di accademico era trascorsa nel tessere la trama della loro vita universitaria, hanno capito l’eredità che lasciava, una eredità intrisa del senso di responsabilità verso gli altri, verso chi l’aveva avuto come “Maestro” senza accorgersene appieno e, in un tempo, in cui la parola Maestro sta dimenticando il suo profondo e affascinante significato.

Domattina il Prof si sveglierà ripetendo automaticamente i gesti di sempre e, all’improvviso, realizzerà che niente è più come prima.

Il tempo trascorrerà inesorabile e di lui rimarrà un ricordo che si affaccerà, a tratti, alla mente degli allievi, un poco alla volta nelle nuove generazioni ne sfumerà il ricordo e, forse, passando davanti a una targa posta in qualche aula o studio si chiederanno chi era e cosa aveva fatto.

Non penseranno mai che loro sono lì proprio perché è esistito quel Prof che come tanti altri ha costruito con onestà intellettuale il loro posto e il loro futuro.

L’uomo deve accettare regole che sovrastano l’intellettualità ancora viva, che la soffocano in derive decisionali che ti inseriscono nella categoria del “non sei più utile”. 

Così Paolo, da domattina, non sarà più al fianco dei suoi ragazzi, attaccherà al chiodo quel fonendoscopio che ha ascoltato tanti cuori e tanti polmoni degli amci animali, lascia ad altri il “mestiere” di Professore.

Verrà domani e quella stradella che percorrevamo tutte le mattine e che chiamavamo, per esorcizzare, il viale del tramonto, rimarrà, testimone silenziosa, a guardare altri che passano.

Si chiederà…ma dove sono finiti quei due che mi raccontavano tante storie, quei due dei quali ho condiviso tante segrete cose, quei due che amavano l’Università nel suo profondo significato, quello della libertà.

Quella stradella ricorderà l’umiltà del Prof quando mi diceva…tu ti occupi di cose che non capisco…e io gli rispondevo…io mi occupo di cose inutili, tu salvi la vita ai preziosi amici dell’uomo. 

Quella stradella…testimone di dignità e rispetto.

La foto di apertura è di Olio Officina

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