Saperi

Mario Rigoni Stern: “la nostra maniera di vivere è sbagliata”

“Il mondo che stiamo vivendo – ci disse nel corso di un incontro – è fatto per consumare. Il consumo consuma anche la natura. Consumando la natura, noi consumiamo l’uomo”. Un grande autore, una grande personalità. Per ricordarlo, nel giorno del centenario della nascita pubblichiamo una nostra intervista del novembre 2004 al celebre autore del romanzo Il sergente nella neve

Luigi Caricato

Mario Rigoni Stern: “la nostra maniera di vivere è sbagliata”

Mario Rigoni Stern è un solido punto di riferimento per la letteratura italiana. Era nato il primo novembre 1921 ad Asiago, dove è scomparso il 16 giugno 2008.

Nella sua Asiago c’è stato tutto il suo mondo: gli affetti, la natura, la montagna.

Per l'editore Einaudi ha pubblicato Il sergente nella neve; Il bosco degli urogalliQuota AlbaniaRitorno sul DonStoria di TönleUomini, boschi e apiL'ultima partita a carteL'anno della vittoriaAmore di confineArboreto salvaticoIl libro degli animaliLe stagioni di GiacomoSentieri sotto la neveInverni lontaniTra due guerre e altre storieAspettando l'albaI racconti di guerraStagioniLe vite dell'Altipiano; la sceneggiatura del Sergente nella neve (con Ermanno Olmi); Trilogia dell'AltipianoRacconti di caccia; e Il coraggio di dire no.

Per ricordare la sua figura, nel giorno in cui ricorre il centenario dalla nascita, pubblichiamo questa nostra intervista che risale al novembre 2004.

INTERVISTA A MARIO RIGONI STERN

Nel racconto “Vecchia America”, tratto da Il bosco degli urogalli, lei ha tratteggiato un ritratto intenso e lucido della famiglia patriarcale. Ecco, oggi che la società è mutata, esiste ancora una traccia di quel mondo? Una debole traccia, quanto meno un piccolo segno, da cui ripartire per delineare un futuro diverso e ricostruire una realtà più ricca di speranze?

Dovrebbe essere rimasto un qualche piccolo segno, direi. Ci metto il condizionale, perché è tutto così rapido e veloce che non resta nemmeno il tempo per meditare. Vede, mi capita di leggere oggi frasi del tipo “sono un ragazzo di trentacinque anni...”. Beh, a una simile età io dico che non si è più ragazzi, ma uomini. Ricordo molto bene un mio vicino – era un contadino – il cui figliolo di tredici anni si era fatto male tagliando la legna; io mi avvicinai dicendo: “sono ragazzi, cosa vuoi fare?”. Il piccolo si era ferito a un dito. “Ma che ragazzi!” riprese lui, “a tredici anni si è uomini”. Vede, gli uomini di oggi si definiscono ragazzi a trentacinque anni! Mi viene di confrontarli con persone che ho conosciuto – bambini non ancora di dieci anni – che seguivano i nostri emigranti in Germania. Con loro andavano a lavorare nelle miniere. Venivano utilizzati per portare l’acqua e i viveri nell’avanzamento, laddove la miniera era più bassa. Lavoravano che nemmeno avevano finito le elementari. Adesso a trentacinque anni si dicono ancora ragazzi! Insomma, quando si diventa uomini adesso? 

Nella società di oggi tutto è stravolto. Nei ritmi, nel linguaggio, perfino nelle relazioni interpersonali. Ecco, le chiedo se può esserci ancora spazio per i sentimenti sinceri? Soprattutto ora, con la Tv che imperversa e che tutto conforma ai propri canoni...

Vede, per fortuna la televisione non rappresenta il nostro mondo...

Però lo condiziona...

Sì, certo, ma condiziona solo chi la vuol vedere. Io dico sempre: “spegnete la televisione, prendete un libro”. Se ci sono dieci milioni che guardano la televisione, ce ne sono anche molti altri che non la guardano o che addirittura non hanno la televisione in casa e neppure la vogliono avere. Oramai la gente è nauseata.

Ecco, in un tempo in cui l’identità stessa della famiglia, con i suoi valori di riferimento, è venuta meno, quali soluzioni si possono intravedere? Lei, dall’alto della sua esperienza, cosa consiglia di fare? Che atteggiamenti occorre assumere?

Io mi guardo intorno e mi limito a fare delle osservazioni, cercando di trarre delle conseguenze da ciò che vedo. Non intendo essere messaggero di nessuno, né profeta; non ho messaggi da lanciare, assolutamente. Dico solo che la nostra maniera di vivere è sbagliata. Il mondo che stiamo vivendo è fatto per consumare e il consumo consuma anche la natura. Consumando la natura, noi consumiamo l’uomo: consumiamo l’umanità. Vede, una volta la gente – mi riferisco alla gente di montagna, perché io sono un montanaro e vivo in montagna – era diversa; io certe realtà cittadine non le posso conoscere, ma dico questo: cinquant’anni fa si sentiva la gente cantare. Cantavano loro, non avevano le macchine per farli cantare o per ascoltare. Adesso la gente non canta più. La gente comune – il falegname, il contadino, l’operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere – ha smesso di cantare. L’ha osservato questo?

Certo, è verissimo...

Adesso cantano le immagini, cantano gli apparecchi radio, la televisione, i dischi, ma la gente non canta...

Ha ragione, il canto fa emergere peraltro anche il lato buono della natura umana. È un segno di apertura e di condivisione della realtà. La gente che non canta più ha perso di conseguenza il senso delle cose, la misura, l’ordine dei valori. Torniamo però indietro nel tempo, ora. Lei nel 1938 si è arruolato volontario nella scuola militare di alpinismo di Aosta...

Sì...

...e durante la seconda guerra mondiale ha partecipato alla terribile campagna di Russia, le cui drammatiche vicende sono state ripercorse in modo esemplare nel suo celebre libro Il sergente nella neve. Ecco, la guerra: è una dimensione che appartiene purtroppo all’uomo da sempre, per cui dobbiamo giocoforza conviverci; ma perché, mi chiedo, oggi, nonostante le drammatiche e dolorose testimonianze di chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle, come lei, non se ne comprende più l’insensatezza. Perché non si va mai placando la spirale dell’odio, nonostante siano stati compiuti tanti passi significativi e determinanti sul fronte della civiltà e del progresso?

Vede, è una storia che parte da lontano e arriverà molto lontano. Hanno incominciato dai tempi della Bibbia Caino e Abele, poi le guerre erano tra tribù e tribù, poi tra città e città, poi tra popolo e popolo, adesso tra religioni e continenti; a un certo momento non ci saranno più confini e si fermeranno. Guardi la nostra Europa. L’Italia non ha mai avuto un periodo così lungo di pace. Eppure non si comprende l’insensatezza dei conflitti. Le televisioni hanno fatto vedere l’esplosione della guerra e l’invio delle truppe pacifiste, così dicono. Io invece dico che pian piano la gente si renderà conto che è possibile vivere meglio senza conflitti. La guerra distrugge, non dimentichiamolo. Non possiamo portare le nostre regole nel convento altrui. Questo è un vecchio proverbio russo che io ho imparato quando ero lì. Cosa facciamo, andiamo a imporre la democrazia dove non la vogliono e non l’hanno mai avuta? Non possiamo imporre la nostra maniera di vivere a gente che non la vuole. Lasciamo a ognuno la propria maniera. Il fatto di dire “portiamo la pace” va rivisto. Come la portiamo, con i carri armati? Un’altra cosa vorrei dirle: i media, specialmente le televisioni, divulgano le notizie in maniera sproporzionata, amplificandole e rendendole paradossali. Arriva una notizia dall’Iraq: cade un elicottero, muore un pilota americano, la salma viene riportata in patria, seguono i funerali di Stato e il soldato viene salutato come un eroe. In realtà la morte è stata causata da un incidente, a seguito della caduta dell’elicottero. In Russia, invece, nel 1943 sono scomparsi ottanta mila soldati italiani, ma nessun giornale ne aveva dato notizia. Noi, tra i pochi sopravvissuti, avevamo il torto di esser vivi: eravamo testimoni scomodi. Vede come sono diverse le misure, anche tra guerra e guerra?

Certo, è anche una diversità epocale, naturalmente...

È una diversità epocale anche nella maniera di presentare le cose, innanzitutto...

La sua drammatica esperienza personale ha però coinciso con dei segnali di grande fratellanza, manifestati da gente umile che si è però rivelata ricca di un grande senso di pietà e di condivisione della sofferenza. Durante la terribile ritirata degli alpini in Russia, lei, assieme con i suoi compagni, è stato accolto nelle isbe del popolo nemico, durante la notte. Ha avuto un posto dove dormire, ben riparato dal freddo, ma anche cibo per fronteggiare la fame. È per questo, dunque, che va ancora avanti il mondo, nonostante il perpetuarsi dell’odio in ogni area del pianeta?

Sì, e questo succede oggi ai popoli migranti; succede agli emigranti del terzo e quarto mondo che vengono in Italia, quando trovano qualcuno che dà loro una mano.

Nelle sue opere, oltre ai rilievi della memoria, è costante il riferimento alle montagne. Come altrettanto forte è l’amore per la terra. Questa dimensione dell’anima in che modo la vive oggi? Ha forse la sensazione di essere uno degli ultimi cantori della natura? Lei dice che non si canta più oggi...

Vede, oggi ci sono coloro che non sanno più distinguere un abete da un pino. Sono gli “ecologisti da salotto” che chiamano tutti gli alberi pini. Poi ci sono gli “esasperati”, quelli che non si rendono conto che l’uomo vive sulla terra da molte migliaia di anni. Prima eravamo pochi e ora siamo in tanti, certo; ma nella terra c’è tanto posto, senza che si vada a cercare nulla altrove. La maniera di vivere della nostra epoca mi sorprende. Mi domando se serva a qualcosa fare una coltivazione intensiva e produrre molto fino a buttare poi via...

Tempo fa aveva lanciato l’allarme intorno all’abbandono delle montagne, criticando il fatto che vi si dedichino solo poche risorse. Effettivamente, la non coltivazione delle montagne comporta dei disastri irreparabili. Ecco, perché questa disattenzione, nonostante ci sia un gran discorrere intorno alla tutela dell’ambiente?

Noi purtroppo dimentichiamo un vecchio detto: è la montagna a regolare la natura. Siccome la montagna è un lavoro lento e lungo, non appare. Il bosco per crescere ha bisogno di tempo, un albero per crescere ha bisogno di almeno cent’anni, la foresta ha bisogno di secoli, molti secoli. Sono cose che si vedono poco. Il reddito dei soldi impiegati in montagna è basso ma costante. Non è soltanto la foresta. È che la foresta produce ossigeno e trattiene l’acqua; la foresta arricchisce pure il paesaggio, ma ci sono molti altri motivi a favore, tra cui quello di purificare l’aria. Non ci si rende conto che ad abbandonare la montagna si abbandonano con essa le sorti dell’ambiente.

Perché si sta perdendo tanto il concetto di ruralità oggi? È qualcosa che va superato?

No, non va superato. Rimarrà, rimarrà, non si preoccupi. La gente ha necessità di aria buona e di verde, non esiste solo la televisione. Lentamente, vedrà che si riscopriranno i valori della ruralità. Intanto occorre darci una mano.

Per concludere, che libro consiglierebbe ai lettori che amano la natura e il mondo rurale?

Ci sono tanti autori. Consiglierei un libro vecchio ma sempre nuovo: Le Georgiche di Virgilio.

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