Saperi

Meglio essere immaturi ma felici o maturi e infelici?

L’immaturità spiegata ai bambini è un po' come il curioso caso di Benjamin Button: un bimbo dentro un corpo saggio e poi un saggio dentro un corpo non ancora cresciuto. Allo stesso modo, l’immaturità emotiva può essere descritta come il fanciullino che è dentro di noi e che si ribella alle imposizioni sociali:

Massimo Cocchi, Clara Benfante

Meglio essere immaturi ma felici o maturi e infelici?

Clara Benfante

È incredibile come una piccola e semplice parola pronunciata da una certa persona, in un certo momento della giornata, possa rimbombarti in testa e divenire un pensiero dominante.

Immaturità: il tormentone della mia mente estiva.

Mia nonna mi dice sempre che bisogna “sorvolare” sui piccoli dissapori che investono, di tanto in tanto, le nostre giornate ma che, allo stesso tempo, ci distolgono parzialmente dalla monotonia dello status quo.

Ho sempre desiderato una piccola porzione della saggezza della mia nonnina, il suo modo di affrontare i problemi con la fermezza di una porta di bronzo e la sua razionalità che non si è mai offuscata, nemmeno quando il pavimento sembrava sprofondare in un abisso orrido e immenso. A lei devo tanto, la mia curiosità, la mia allegria, la conoscenza ma anche l’immaturità. Forse sembrerà strano ma per me l’immaturità non è un qualcosa di negativo come molti pensano, non è una parola che deve essere usata per offendere; semplicemente si tratta di una condizione, mentale o emotiva che sia, che non tutti hanno la “fortuna” di possedere.

" Ti credi intellettuale e, invece, sei solo immatura!" ; "Signorina, lei è immatura! Deve crescere!". Che pugnalate!

Queste due frasi, pronunciate da persone diverse in tempi diversi, inzuppate in un po' di cattiveria, mi hanno fatto conoscere la bellezza dell’essere immaturi: l’immaturità emotiva.

Non nego, però, che la mia prima reazione a queste due frasi è stata quella di piangere. Ho pianto, poi ho trasformato la rabbia in accettazione, ho ripianto e poi mi sono addormentata.

Che immaturità! Reagire ad una stupida parola piangendo!

Come ho detto prima, una piccola parola o frase pronunciata in un momento in cui non si desidera altro che la tranquillità mentale, la pace con gli uccellini che cantano, ammazza più di ogni altro potente veleno.

L’immaturità spiegata ai bambini è un po' come il curioso caso di Benjamin Button: un bimbo dentro un corpo saggio e poi un saggio dentro un corpo non ancora cresciuto. Allo stesso modo, l’immaturità emotiva può essere descritta come il fanciullino che è dentro di noi e che si ribella alle imposizioni sociali: l’attaccamento ai propri genitori, l’incapacità di distaccarsi dai propri ricordi infantili, l’insicurezza e, talvolta, l’incapacità di risolvere i problemi.

Se questi sono alcuni dei “sintomi” dell’essere immaturi emotivamente, allora, pagherei tutto l’oro del mondo per rimanere così!

Se diventare maturi significa distaccarsi dai genitori, perdere, in qualche modo, quell’ imprinting costruito fin dalla nascita, allora, nuovamente, pagherei tutto l’oro del mondo per rimanere immatura.

Siamo progettati per maturare, per essere bimbi e dimenticare questa nostra fase, per compiere la maggiore età e poter esprimere il nostro pensiero “responsabilmente”, per continuare a maturare nel mondo del lavoro, raggiungere il secondo stadio della saggezza e poi dimenticare tutto ciò che abbiamo fatto durante la nostra esistenza...

Che tristezza la maturità!

Nonna cara, mi hai fatto crescere una persona emotivamente immatura, non mi hai insegnato a trattenere le emozioni come hai fatto tu in passato, mi hai sempre ribadito quanto fosse importante la famiglia, quanto fosse importante dire la verità, anche se, talvolta, è bene dire qualche bugia.

Purtroppo però, nell’industria culturale in cui viviamo è necessario assumere il “corretto” atteggiamento che la società si aspetta da noi, ognuno al proprio ordine nel ruolo che si ricopre, in attesa di qualche strappo nel cielo di carta.Che importa di cosa dice la gente? Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei. (N.Machiavelli)

Massimo Cocchi

Quando hai raggiunto, come diceva il mio Maestro, l’età dell’esperienza, tutti si aspettano da te parole di profonda saggezza, pensieri illuminati, atteggiamenti conseguenti, ma non è sempre così.

Difficilmente mi capita di suggerire comportamenti di vita, anzi, non mi piace proprio e non lo faccio, semmai posso dare consigli operativi in quel mondo che da tanti anni mi attanaglia, mi prende come fenomeno dominante, quello della ricerca scientifica.

Ecco, se vogliamo esaminare il problema sotto questo aspetto, io, sono un po’ come Clara, mi sento beato in quella dimensione immatura che è inscritta nel mio DNA e che mi dà la forza di superare gli ostacoli con l’energia del ragazzino.

Già, ultimamente, da una certa persona, anche io ho ricevuto questo appellativo “ragazzino” e cosa c’è di male se anche in amore dimostri l’entusiasmo dei vent’anni, se alterni il serio a faceto, se ti impenni, se, a volte, fai finta di ascoltare ma non senti perché stai pensando ai soldatini, se sei troppo sincero?

L’ho capito tardi cosa c’è di male per i miscredenti, che sembri non attendibile, che nessuno ti crede, in particolare quella persona... E, allora, io rispondo che trovi uno maturo, posato, che mette a posto le cose, che non vive in un “casino biblico” come faccio io, che risponde in modo “pesato”, insomma che si trastulli con lui, io non posso farlo.

Non posso farlo perché del mio “DNA ragazzino” vado fiero e mai lo cambierei per nessun’altra cosa al mondo.

Anche mia nonna paterna, come quella di Clara, era istintiva, passionale, si buttava nel lavoro, che, peraltro, eseguiva egregiamente, con lo spirito di ragazzina.

Eravamo felici allora e non ci curavamo tanto di come si organizzava la giornata, prendevamo quello che c’era, quello che si presentava con passione, si, Lei, mi dava consigli, ma poi eravamo quelli che non avevano orari, che di notte avevano la casa piena di amici (ricordo che mia madre quando era con noi in Estate faceva fino a 18 macchinette di caffè) che si rincorrevano per le strade del paese per potere ritrovarci assieme, che vivevano liberi e la casa era il rifugio al bisogno.

Ecco, se questo è il prezzo che in una società sfilacciata, un po' ipocrita, un po' bacchettona e un po' servile è il prezzo che si deve pagare, sentirsi “ragazzino” allora questo è un prezzo che pago volentieri e sono felice di esserlo.

Non mi curerò e non mi sono mai curato oltre misura se la “gente” mi considera un po' immaturo, come Clara, siamo esseri spontanei, che non si soffermano troppo a pensare se le “regole” sono importanti, anzi, ci piace evaderle, senza fare male, perché evadere le regole ti fa sentire libero, ti toglie dalla incombente cappa del “politically correct” a tutti i costi.

Si avvicina la prima laurea di Clara e, il mio regalo sarà di confermarle che ragazzini si nasce e non si diventa, mentre maturi, saggi, bigotti e rompicoglioni si diventa.

Se non sei “ragazzino” non conoscerai mai la felicità dentro.

In apertura, foto di Olio Officina: Usl, Unione Calcistica Lucchese, opera di Cesare Inzerillo (particolare)  

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