Saperi

Non ho capito niente

Quando è cominciata la mia corsa “scientifica”, ho dato la prima prova di non avere compreso come funzionava quel mondo, non capii che bisognava stare nei ranghi, seguire le “regole”, frequentare il contesto sociale, non esprimere giudizi svincolati dall’ipocrita consuetudine e dalle mercantili valutazioni dell’altrui. Coscienza, mente/cervello sono proprietà che rinviano a una comune struttura: stati di informazione sovrapposti, espressi sulla base dei principi della meccanica quantistica

Massimo Cocchi

Non ho capito niente

...Sei un uomo molto forte, un vero outlier, e non uno che rientra nelle statistiche gaussiane...

Così mi scrive un caro amico da oltre oceano, a proposito della mia richiesta di sostituirmi, nelprossimo futuro, alla guida del Gruppo che da anni si incontra per dibattere di “coscienza”.

Ecco, io non rientro nelle statistiche gaussiane, ma non per particolari caratteristiche intellettuali, morali o altro, ma perché oggi mi rendo conto che della vita non ho capito proprio niente.

Quando è cominciata la mia corsa “scientifica”, ho dato la prima prova di non avere compreso come funzionava quel mondo, non capii che bisognava stare nei ranghi, seguire le “regole”, frequentare il contesto sociale, non esprimere giudizi svincolati dall’ipocrita consuetudine e dalle mercantili valutazioni dell’altrui.

Tutto questo mi condusse, nel mio trascorrere una vita a-sociale se non frequentando rigorosamente solo il contesto familiare, a trovarmi, un giorno, sdraiato nel letto a meditare, non sugli errori commessi, ma a cercare uno spiraglio, in quello “sturm und drang” che imperversava nel mio cervello, di uscita dal rischio di avere chiuso una carriera ancor prima, praticamente, che cominciasse.

Avevo capito, nella costante del mio non capire, con chiarezza che non avevo via di uscita e, pur con una laurea in medicina che a poco mi serviva per il mio insistente rifiuto a praticare una normale professione, non intravedevo spiragli di luce.

Ecco, questa fu la prima importante cosa che non capii, che un’onorata professione di medico, al tempo, avrebbe garantito un quieto vivere alla famiglia, tranquille serate davanti alla televisione, la ricerca di piacevoli hobbies, certo una serena esistenza medio borghese come quella di migliaia di famiglie.

Allo schiarirsi della nebbia cerebrale che mi impediva di vedere, da quel famoso letto, che ancora mi ospita, mi alzai e, ritornato nel glorioso Istituto di Biochimica dell’Università di Bologna, cercai di trovare una soluzione alla desolante consapevolezza che in quel contesto non avrei avuto nessuna possibilità di proseguire nella carriera di ricercatore e questo per una di quelle famose storie che classicamente regolano la vita universitaria nel nostro paese, appunto fra ipocriti comportamenti e falsi ideologici.

Una serie di fortuite circostanze, qualcuno direbbe che non esiste mai la casualità, diede l’incipit alla mia avventura scozzese, laddove si aprirà un futuro scientifico di grande soddisfazione.

Cominciarono 15 anni di viaggi di qua e di là dalla Manica non capendo, ma forse non mi ponevo neppure il problema, che creavo situazioni familiari complicate e che le mie frequenti assenze, forse, non erano il meglio che in casa potevano aspettarsi, non capivo che questa ossessione della carriera scientifica mi toglieva quelle prerogative che un normale lavoro mi avrebbe, nel momento giusto, consentito una tranquilla sopravvivenza sia economica che d’altro.

Macinavo mesi e anni preoccupandomi solamente della ricerca e delle pubblicazioni forte di circostanze che mi garantivano un’agiata sopravvivenza.

Tornato a casa, costretto da tragici eventi familiari, non capii, ancora una volta, che dovevo mettere la testa a “partito”, come si suole dire, e fare scelte più idonee alla nuova situazione che si era creata.

Naturalmente non lo feci e, tutto sommato, non l’ho ancora fatto.

Questa sorta di angoscia scientifica, quasi una persecuzione, ancora oggi mi perseguita, mi rimane attaccata, è l’ombra della mia vita.

Non ho capito che scelte più oculate e magari meno coinvolgenti potevano essere meglio gradite a chi mi stava e mi è stato vicino in tutti questi anni.

Non ho capito che anche in amore occorrerebbe un giusto approccio, magari più moderato di quanto, invece, mi succedeva con infatuazioni improvvise e devastanti, provvisorie ma difficili da spiegare ad altri.

Non ho capito che facevo del male e che la mia spontanea dedizione al bene in senso generale non era sufficiente a evitare sofferenze a qualcuno.

Non ho capito perché ho tradito in amore ma mai nell’amicizia, per me cosa sacra.

Non ho capito che la vita trascorreva veloce, che gli anni si caricavano, di attimo in attimo, per me che ho scritto sull’inesistenza del tempo futuro, di incognite che in ognuno di quegli attimi sembravano non risolvibili.

Così siamo giunti a un tempo, l’età dell’esperienza, come diceva il mio Maestro di scienza e di vita che non voleva sentire parlare di età senescente, in cui molti fanno bilanci e io non voglio e non posso farli perché mi procurerebbero un grande disagio.

Mi procurerebbero il disagio di non trovare plausibili spiegazioni da fornire a chi mi circonda, mi procurerebbero il disagio di non avere ancora consapevolezza che quell’età dell’esperienza, come dice il mio amico d’oltre oceano, è fuori dalla gaussiana dell’equilibrio molecolare medio che governa il cervello.

Continuo a scavare per trovare soluzioni ad interrogativi scientifici che, forse, una soluzione nonl’avranno mai: ad esempio, la coscienza.

David Chalmers dice... che la coscienza costituisce un hard problem che non ha soluzione se vogliamo spiegarla solamente da un punto di vista neurofisiologico o funzionalistico. Coscienza, mente/cervello sono proprietà che rinviano a una comune struttura: stati di informazione sovrapposti, espressi sulla base dei principi della meccanica quantistica. Tutto è elaborazione di informazioni, con differenti gradi di complessità...

Nel profondo e radicato convincimento che il segreto della coscienza possa essere svelato individuando il confine laddove il cervello classico, la nostra realtà quotidiana, sfuma nel cervello quantistico, nell’intreccio di onde e particelle che dovrebbero sostenere la formazione della coscienza, con alcuni amici stiamo cercando di scrivere un’ipotesi di questo probabilistico percorso nell’eterna illusione di entrare nelle segrete stanze del cervello e, forse, di capire perché non ho mai capito le coseche stanno nella gaussiana.

Non ho capito niente della vita.

In apertura, un particolare dell'allestimento della mostra Museo della follia, a cura di Vittorio Sgarbi; Lucca, 2019 ; foto di Olio Officina

Commenta la notizia

Per commentare gli articoli è necessario essere registrati.
Se sei un utente registrato puoi accedere al tuo account cliccando qui
oppure puoi creare un nuovo account cliccando qui

Iscriviti alle
newsletter