Saperi

Palermo andata e ritorno

Narrazioni. Questa storia comincia in un piccolo ospedale. Mi ero infatuato, ricambiato, di una giovane signora sposata con il capo del laboratorio. In una minuscola realtà provinciale degli anni '70 quale era Bologna la notizia si propagò subito. Mio padre mi cacciò da casa. Se ciò non fosse accaduto, la mia storia personale avrebbe avuto un destino diverso. Era l’incipit. Erano i primi passi che si muovevano nell’immunologia. Poi comparve una persona inviata da una compagnia farmaceutica per acquisire dati su una sperimentazione in corso. Quella persona era una magnifica donna

Massimo Cocchi

Palermo andata e ritorno

Ci sono momenti della vita che fai fatica a percepire nel loro significato e, forse, non riuscirai mai.
Questa storia comincia in un piccolo ospedale, quello del mio paese, dove mi trovai, mio malgrado, ad avere dimora, non ancora laureato.
Mi aveva travolto una piccola bufera, legata a uno di quegli amori che si potevano definire proibiti, al tempo.
Mi ero infatuato, ricambiato, di una giovane signora che era sposata con il capo del laboratorio dove trascorrevo la maggiore parte della giornata a lavorare sui trapianti di pelle nei topi.

Era l’incipit, erano i primi passi che si muovevano nell’immunologia.
Ovviamente ciò era successo perché anche la controparte aveva di che non lodarsi riguardo alla vita affettiva. Trascorsero un paio di anni, di quelli in cui ti senti in paradiso e dove fai fatica a tenere nascosti gli accadimenti.
In una piccola provinciale città degli anni 70, quale era Bologna, la notizia si propagò in modo virale anche senza internet e, di bocca in bocca, arrivò all’orecchio di mio padre, il quale nella sua morale un po' certosina mi invitò ad uscire di casa senza neanche tanto preoccuparsi di dove sarei andato.

Il mio cervello, allora, elaborò velocemente l’unica possibilità che poteva funzionare.
Mi recai all’ospedale del mio paese e chiesi un colloquio con il Direttore, peraltro niente affatto insensibile al fascino femminile nonché era stato grande amico di mia nonna, il quale con grande sensibilità mi offrì di dimorare nella foresteria dell’ospedale, in cambio si fece promettere che avrei studiato, mancava un anno alla laurea e che avrei, per quello che era possibile, dato una mano ai futuri colleghi nel disbrigo della manovalanza, laboratorio, provette ecc.
Se ciò non fosse accaduto la mia storia personale avrebbe avuto un destino completamente diverso, sia nei apporti affettivi che lavorativi, da quanto poi accadrà nel breve tempo che vide la mia permanenza in quell’ospedale.

Ero già assistente di ruolo e non sapevo ancora che una certa situazione avrebbe cambiato completamente il corso della mia vita.
Era la primavera del 1971 quando, terminata la visita e consumato il caffè di rito, comparve una persona inviata da una compagnia farmaceutica per acquisire dati su una sperimentazione che avevamo in corso, quella persona era una magnifica donna che fu subito monopolizzata dal primario e che salutai di sfuggita.
Tornò, quella persona, e stranamente si mise a chiacchierare con me, ultimo arrivato, e non capivo il perché dell’interesse.A un certo punto mi chiese se vicino ci fosse un paese chiamato Marmorta; certo, le dissi, è il paese dove ho trascorso la mia bellissima e indimenticabile infanzia, perché ti interessa?
Mi chiese se potevo accompagnarla al cimitero e come risposta all’inevitabile stupore che prese forma sul mio viso, mi disse che suo padre riposava in quel posto.

Salimmo in macchina e ci recammo in quel piccolo quadrato cimitero e vidi che non sapeva dove era il posto del riposo di suo padre, così percorremmo tutto il perimetro finché non lo trovammo.
Mentre lei sostava assorta e io, in silenzio, mi guardavo attorno, non volevo assolutamente immettermi in quel momento di grande intimità, notai che, stranamente, suo padre riposava di fronte a mia nonna, esattamente perpendicolare nel lato opposto dei prati che confinavano con due file di cipressi nella stradina ghiaiata che conduceva alla chiesetta.
Che strano, pensai, non avevo mai saputo di tutto ciò neppure dagli abitanti del paese, nessuno sapeva di chi era quella tomba spoglia che non vedeva fiori da tanto tempo.
Non chiesi mai il perché, neppure in tutto il lungo tempo che trascorse da quel giorno, quella bellissima donna era diventata mia moglie.

Un poco alla volta cominciai a capire molte delle cose che non avevo chiesto, ne venni a conoscenza nei momenti delle lunghe frequentazioni con i suoi fratelli, accolto come uno di loro, nella migliore tradizione di quella Sicilia che un poco alla volta comincerò a capire e ad amare.

La storia di suo padre era stata una storia breve ma certamente intensa ed avventurosa, una storia vissuta intensamente. L’abbandono di Palermo verso il nord, cioè Bologna, e l’inizio di un’attività commerciale, tuttavia percepivo che c’era altro in quella storia e, per caso, osservando un paralume nella casa di suo fratello chiesi come era stato fatto per via che non ne capivo la provenienza.

Fu a quel punto che cominciò una serie di racconti che mi fecero comprendere come la sicilianità fosse un modo di essere complesso e, per certi versi, impenetrabile. Io riuscii a sfondare quel muro facendomi raccontare una storia di cui nessuno più aveva parlato.
Ancora molto giovane, il padre era salito ai vertici della massoneria laddove aveva gestito un grande potere, poi si trovò coinvolto in una strana avventura quando per incarico della casa reale italiana si recò a Palermo a gestire il referendum monarchia o repubblica.

A seguito di questo incarico dovette abbandonare la loggia di appartenenza per entrare in quella della casa reale. Trasferitosi a Palermo, prese alloggio all’Hotel delle Palme con tanto di guardie del corpo e svolse il suo incarico.
La sconfitta elettorale, sulla quale peraltro sussistono ancora incertezze, lo riportò a Bologna dove, avendo tradito e perso, fu privato di tutti i privilegi che quella inquietante carica gli aveva concesso.

Lui non lo sapeva, ma quel pugno di anni che ancora gli rimanevano li dedicò a un intenso rapporto con Padre Pio, dove mensilmente si recava per rifornire la sua opera caritatevole di beni di prima necessità.
Ecco che venni a conoscenza di questa lunga storia davanti al camino acceso nella casa di uno dei miei “fratelli” e, quando mia moglie venne a conoscenza che, ormai, conoscevo tutta la storia, mi chiese di giurarle che non mi sarei mai iscritto alla massoneria, cosa che ho fatto.

Per circa vent’anni, fino a quando l’ho avuta al fianco non si è mai più parlato di questa storia, poi con mia figlia ci trasferimmo da mia madre, essendo praticamente impossibile per noi due gestire quella grande casa e anche perché passavo lunghi periodi in Scozia dove avevo finalmente raggiunto lo stupido obiettivo della mia vita, quello di diventare professore. Come se dopo la vita cambiasse o fosse cambiata.

Fu un trasferimento complesso e, finalmente, un giorno riuscii a vedere completato e in ordine il mio studio che si affacciava sulla chiesa di Sant’Antonio, l’Antoniano come meglio era noto.
Era mia abitudine, da ragazzo, di affacciarmi a quella finestra per bere il caffè guardando la strada, la chiesa e i passanti che, a quell’ora del mattino, per lo più conoscevo.

Arrivato il giorno, appunto, in cui la dada aveva lucidato il pavimento ed era tutto a posto, come di consueto mi affacciai alla finestra con un caffè fumante. Mentre lo sorseggiavo mi corse l’occhio al pavimento e vidi un piccolo pezzetto di carta dal colore grigiastro e mi chiesi come poteva esserci, se era stato tutto accuratamente pulito, e, semmai, come non l’avessi visto il giorno precedente.

Preso da una curiosità che non mi è consueta, soprattutto quando si tratta di piegarsi per raccattare qualcosa, lo raccolsi e vidi che c’era uno scritto. Lo aprii con cura e per poco non venni meno.
Quel piccolo pezzetto di carta era un telegramma che il padre di mia moglie aveva scritto a Padre Pio in punto di morte e che gli chiedeva di perdonare il suo “buon ladrone”.

Non so neppure se mi chiesi come poteva essere finito su quel pavimento dopo alcuni decenni e, con un plausibile stupore, telefonai subito ai miei cognati per riferire la cosa e rimasi ancora più stupito, quasi interdetto, quando mi risposero che non solo non ne erano mai venuti a conoscenza ma che neppure lo volevano.
Cosa dire? Appena mia figlia rientrò a casa le raccontai il fatto e le chiesi di tenerlo fra le sue cose. Era, comunque,l’ultimo pensiero di quel nonno che non aveva mai conosciuto e di cui, certamente, avrebbe goduto della generosità e della sua felicità.

Dopo questo fatto uno dei miei cognati mi regalò un inquietante tesserino appartenuto al padre e che gli conferiva il potere di accedere a qualunque redazione di giornali nel mondo, qualora si fosse presentata la necessità di farlo, ecco che si spiegava dove era collocato il potere, un potere enorme che gestiva la vita di tanti e di tante cose.

In quei giorni pensai e capii, ad esempio, perché nessuno della famiglia era mai tornato a Palermo, quasi a cancellare un tempo che, comunque, io sapevo che portavano ancora nel cuore.
Molti altri anni sono passati da allora e io non ho mai dimenticato quei momenti vissuti con tante domande alle quali nessuno poteva più dare risposta.

Un giorno decisi di andare a Palermo, mi affascinavano i misteri di cui avevo sentito raccontare di questa strana città, dove per secoli si sono intervallati domini e dove si erano intrecciati e si intrecciano ancora strani poteri.
Ovviamente scesi all’Hotel delle Palme, nell’illusoria speranza di trovare qualche traccia di quanto avevo saputo, ma alla reception mi liquidarono in fretta dicendomi che tutti gli archivi erano andati perduti, così, con la guida di alcuni cari amici mi addentrai nei famosi mercati, la Vucciria, il Capo, Ballarò, allora inconsapevole che su Ballarò avrei scritto alcuni passaggi di grande emozione.

Ormai Palermo è la città dove vado di frequente e dove trovo una sorta di pace, dove mi piace conversare con persone umili, dove mi piace ascoltare le voci che mi parlano, a volte, in modo incomprensibile e che comincio a capire, di gente di cui comincio comprendere la vita in una dimensione che difficilmente trovi da altre parti, di gente che nella loro signorile umiltà ti abbraccia con rispetto.

Nel cuore di questa Palermo trovi bellezze impensabili vicino a ruderi altrettanto impensabili, trovi una storia di uomini, di genti che hanno sudato la terra, di persone che hanno vissuto ricchezze incredibili, di storie che hanno lasciato la voglia del riscatto, di uomini le cui latitanze sono diventate leggenda, poi trovi i panini con lo sgombro da Chiluzzo alla Kalsa, i manicaretti di Giulia a Ballarò, e un tavolino riservato al Capo con le prelibatezze di pesce, dove trovil’impossibile.

Le emozioni dei miei viaggi palermitani non si esauriscono qui.
In Bagheria, una città vicina a splendidi panorami di mare, circondata da ville principesche, Palagonia, la villa dei mostri, la villa di Guttuso, Villa Rosa, le ville del Gattopardo, quando giri non puoi fare a meno di immaginare gli scenari d’epoca, i signori e il popolo.

Proprio a Bagheria, al Palazzo Villarosa vivrò altri momenti che non posso dimenticare, le conferenze con Totò Cuffaro.
Non sapevo della sua storia, delle pene trascorse con una grande dignità, di un’autocritica che pochi sanno ritagliarsi addosso, il mendicante che credeva di essere un re, non sapevo neppure perché alcuni amici dopo avere saputo che avrei partecipato a una conferenza con Totò Cuffaro mi hanno tolto il saluto, le colpe, se ci sono, si pagano, e si va oltre, gli amici che mi hanno tolto il saluto, forse, avevano cose ben più gravi dentro l’anima, io non avevo niente da rimproverarmi, niente da nascondere, niente da farmi sentire in imbarazzo.

Con Totò si è parlato della condizione del carcere, della piaga dei suicidi, della necessità di essere, in qualche modo, utili a chi soffre, dell’ipocrisia di chi ancora crede che il tentativo di suicidio, in un ambiente ben noto, vada punito per avere creato turbamento nel servizio, soprattutto se la sofferenza ti ha colto di persona.
Ecco, io non mi sono vergognato e, quando penso alla gente di Sicilia penso a persone che trovano la forza di esistere nell’amore per la loro terra e questo breve scritto ho loro dedicato in occasione di uno dei tanti congressi della più antica società scientifica italiana che si è tenuto a Trapani:

Da questa terra dove onore e rispetto rappresentano, per dirla con Sciascia, i valori degli uomini veri, siano essi umilio blasonati, desidero sottolineare che l’onore e il rispetto della gente di Sicilia è un insegnamento importante per l’Italia intera, un insegnamento che ho vissuto in prima persona per ragioni personali e che a questa terra mi legano fortemente.

Onore e rispetto sono i cardini del vivere civile e dovrebbero esserlo anche nella politica e nella scienza.
Ho l’impressione che ciò non sempre sia ed è per questo, che in apertura del 90esimo congresso della SIBS, mi auguro che qui, da Trapani, possa diffondersi un messaggio di grande civiltà, di un recupero forte dei valori morali che sono elemento essenziale per chi si occupa di scienza.

Onore e rispetto, dunque, ai giovani che sacrificano molto del loro essere giovani all’attività scientifica con passione. A loro il messaggio di non mollare mai, anche nelle condizioni più avverse, perché è da loro che il futuro scientifico del Paese attende il risultato.

Onore e rispetto per questa antica società scientifica che oggi, se avrò il consenso, vorrei impegnare in alcune problematiche di grande impatto etico: lo scandalo della terapia psichiatrica nei bambini; la piaga dei suicidi in carcere.

Nel primo caso per evitare le conseguenze di trattamenti inadeguati che possono avere effetti devastanti su chi li subisce e che possono condizionare la vita da adulti, se non avere conseguenze ancora più gravi.

Nel secondo caso perché, in carcere, il tentativo di suicidio, che potrebbe essere per non libera decisione, ancora è punito e per la scandalosa condizione che vive il detenuto laddove con minore dignità dell’animale che conosciamo come maiale, vive in uno spazio che chi lo attribuisse a questo animale sarebbe perseguibile di pena.

Nella SIBS abbiamo strumenti per agire su questi aspetti, che sono la negazione della scienza, dell’onore e del rispetto, ma paladini dell’opportunismo di gente senza scrupoli o senza conoscenza scientifica. Ricordiamo che, quando il mendicante crede di essere un re perde quella grande opportunità dell’onore e del rispetto verso se stesso e verso gli altri, non dimentichiamo mai che siamo tutti mendicanti.

Dichiaro aperto il 90esimo congresso della SIBS.

Se non avessi incontrato mia moglie, non avrei saputo niente della terra di Sicilia e dei suoi segreti. Non avrei vissuto l’esperienza di amicizie profonde. Non sarei stato affascinato da colori e amori nuovi. Chissà, se suo padre e mia nonna non si fossero trovati di fronte, se non avessi trovato quel pezzetto di carta, se non mi fosse arrivato in casa Padre Pio, forse, la storia sarebbe stata diversa.

A Palermo ho certamente riportato lo spirito che albergava nei miei affetti di una lunga vita.

In apertura, "La Vucciria", dipinto di Renato Guttuso

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