Saperi

Rocco Scotellaro e la “politica del mestiere”

La ricorrenza del centenario della nascita dello scrittore lucano, che cade il 29 aprile 2023, è l’occasione per tornare a riflettere seriamente sulla sua eredità. Un lascito prezioso che ancora non si è valutato e compreso appieno. Bisogna, tuttavia, stare attenti a un rischio che Scotellaro ha sempre corso dopo la morte: essere o mitizzato o chiuso in un archivio. Occorre una rilettura rigorosa della vita e dell’opera dell’intellettuale di Tricarico. Ed è utile accompagnarla con una ricostruzione storica del contesto politico, socio-economico e culturale, in cui la sua vicenda si dispiegò

Alfonso Pascale

Rocco Scotellaro e la “politica del mestiere”

Rocco Scotellaro ci ha lasciato in eredità un’idea e un metodo che egli riteneva essenziali nei processi di sviluppo. E che, col passare del tempo, sono diventati sempre più attuali. L’idea è che la cultura contadina, anziché un retaggio del passato da gettare alle ortiche, costituisce un elemento da studiare con discernimento per fare in modo che lo sviluppo possa fondarsi sul miglioramento del valore del capitale umano. E il metodo è che l’inchiesta sociologica partecipata va considerata come la premessa ineludibile di ogni percorso efficace di programmazione.

Sul finire degli anni Quaranta del secolo scorso, il poeta tricaricese mostra una sensibilità non comune nell’avvertire i limiti di un’azione politica fortemente condizionata dal muro contro muro e da una insufficiente elaborazione teorica nella sinistra sui temi dell’agricoltura e, in generale, su quelli dello sviluppo. Come rileverà Manlio Rossi-Doria (in “Rocco Scotellaro vent’anni dopo”, Nuova Antologia, maggio 1974), Rocco va maturando “una posizione critica, realistica e combattiva, molto diversa dalla posizione ufficiale sia dei comunisti che dei socialisti allora; una posizione anticipatrice del giudizio che di quelle lotte gli storici cominciano oggi a dare”. Egli viene arrestato a seguito di una calunnia diffusa dalla parte politica avversa e di un’inchiesta della magistratura in parte complice, e poi prosciolto con la dichiarazione della sua assoluta innocenza e l’ammissione del motivo politico e non giudiziario del procedimento. Nel subire l’onta dell’accusa di peculato, della persecuzione politica e della carcerazione preventiva, percepisce l’ostilità persistente delle istituzioni che aveva ritenuto di servire a favore dei contadini. Rocco aveva imperniato la sua azione sulla puntigliosa regolarità democratica di un’operosa amministrazione comunale e sulla diretta partecipazione dei contadini nella condotta sia delle vicende amministrative, che delle questioni essenziali della loro esistenza, ossia dei problemi della terra. Ma dopo la vicenda giudiziaria, deve prendere atto che non è sufficiente avere il consenso della maggioranza degli elettori per poter soddisfare l’interesse generale. Decide così di lasciare la carica di sindaco e l’impegno politico diretto.

Con estremo realismo, Scotellaro comprende che la battaglia per affermare i valori e i diritti dei contadini nella società non si può vincere con lo scontro frontale. La stessa riforma agraria, conquistata con le lotte contadine, viene snobbata dalla sinistra. La quale non comprende che essa ha una portata tale da arrecare di lì a poco modifiche profonde all’intera struttura produttiva nazionale. Non organizzerà subito gli assegnatari. Lo farà poi con notevole ritardo. È convinta che non ci sarebbe stato un miglioramento delle condizioni dei contadini. E mostra nei confronti della riforma un atteggiamento di attesa, di smobilitazione, di opposizione negativa e passiva. Pesano le rigidità ideologiche e la scarsa attitudine a leggere i dati della realtà. Per questo Rocco si convince che la battaglia politica ha bisogno di strumenti scientifici e culturali nuovi. Solo così si potranno calibrare meglio gli obiettivi politici rispetto alla realtà socio-economica ed ai rapporti di forza nella società.

Sceglie, dunque, di impegnarsi nella tutela degli interessi del mondo che aveva rappresentato fino a quel momento in modo diverso: va a studiare economia agraria con Manlio Rossi-Doria a Portici e prepara per l’editore Vito Laterza un libro sulla cultura dei contadini del Sud. Nel formarsi come scienziato sociale, partecipa al lavoro di un gruppo di giovani studiosi italiani e stranieri che compivano ricerche importanti e di impianto nuovo sulla realtà del Mezzogiorno.

Quelli di Portici sono gli ultimi tre anni della sua breve vita, durante i quali egli cerca di rispondere ad alcune domande annotate in un appunto steso qualche anno prima: “Qual è il clima del nostro tempo? Non soltanto per fare una scelta ideale di vita, ma per diventare socialmente maturi? E più generalmente quale mestiere faremo? Quali porte si sono aperte? Quale è la struttura della società in questa Italia scombinata, divisa, in cui alle differenze regionali di antica eredità si sono aggiunte le inimicizie e le lotte a coltello?”.

Il triennio porticese fornisce a Rocco le risposte desiderate ad alcuni di questi interrogativi. Sul terreno della produzione poetica, la piena maturità era stata conseguita ben prima della sua partenza da Tricarico: era allora già pressoché ultimata l’opera poi raccolta sotto il titolo “È fatto giorno”. Nel contesto porticese egli porta avanti, invece, la sua attività scientifica. E compie una scelta analoga a quella di Rossi-Doria: dedicarsi alla “politica del mestiere”, come usava dire il professore, dedicarsi cioè interamente al mestiere di studioso, dando ad esso chiare finalità sociali e civili.

Egli elabora un metodo di indagine, fondato sull’intervista e sul racconto autobiografico, per ricostruire – come è precisato in una lettera a Ruggero Grieco – “la storia delle lotte, delle speranze e delle aspirazioni dei contadini”. Si dedica così, contestualmente, alla stesura del romanzo autobiografico “L’uva puttanella” e di “Contadini del Sud”, una inchiesta sulla ricchezza della civiltà contadina ritratta mediante episodi, personaggi, tradizioni dei differenti comprensori del Mezzogiorno.

Entrambe le opere rimangono incompiute. Ma colpiscono per l’originalità del metodo adottato, che sta nel non facile tentativo di integrare tanti e diversi approcci possibili: quelli dell’economista, del geografo economico e sociale, del sociologo e dell’antropologo culturale. Si collocano, perciò, nel solco di una lunga e prestigiosa tradizione del pensiero economico-agrario, definito sistemico, che affronta i problemi dell’agricoltura tenendo conto delle diverse realtà locali, a cui si devono applicare politiche specifiche, al fine di valorizzare le risorse umane e ambientali endogene. Entrano, altresì, a far parte di quella letteratura sul Mezzogiorno, sensibile al fattore umano dello sviluppo, che si è occupata della civiltà contadina per fare in modo che i processi di modernizzazione si potessero affrontare senza laceranti trapassi culturali.

Con la collaborazione di Scotellaro e di Gilberto Antonio Marselli, Rossi-Doria apre l’Osservatorio di economia agraria di Portici alla sociologia. È agevolato dall’arrivo frequentissimo di studiosi americani (grazie al Programma Fullbright e all’intervento di varie Fondazioni) che vi sono attratti soprattutto dal “Cristo si è fermato ad Eboli” di Levi e dal desiderio di studiare le radici culturali degli italiani immigrati in Usa. Ciò fa sì che, ben presto, Portici diventi meta preferita per chiunque (giornalisti, saggisti, cultori di altre discipline, scrittori, ecc.) voglia occuparsi del Mezzogiorno.

Tra gli studiosi nordamericani, un posto del tutto particolare e prioritario va indubbiamente riconosciuto a George Terhune Peck. Egli è il primo in assoluto ad arrivare a Portici, già nel 1949. E proprio a lui, non sociologo, si deve la possibilità per il Gruppo porticese di entrare in contatto con le metodologie americane in tale disciplina.

Peck parte da un generico disegno di ricerca che ha per oggetto la questione meridionale soprattutto nella sua componente agraria. Risente, evidentemente, dei suoi contatti avuti a Yale con il famoso Center of Italian Studies istituitovi da Salvemini. Strada facendo il suo progetto si precisa meglio e si concentra maggiormente su alcuni aspetti da analizzarsi a livello comunitario. È così che il Gruppo di Portici si dedica prevalentemente allo studio delle comunità e delle realtà locali con il fine di dar luogo, poi, ad interventi concreti, nell’ambito di quella che Rossi-Doria aveva definito “azione meridionalista” (“Riforma agraria e azione meridionalista”, Edizioni agricole 1948).

Nell’autunno del 1951, il professore di Portici soggiorna per tre mesi negli Stati Uniti, in occasione della Conferenza mondiale sui problemi fondiari. Il visto di ingresso, in un primo tempo negato per il suo passato comunista, gli fu concesso grazie all’intervento di Max Ascoli. Visita le istituzioni del New Deal e incontra Albert Hirschman e George Friedmann e rivede Anne Lengyel, figlia del celebre regista teatrale ungherese e attivo sostenitore, a fianco degli intellettuali democratici di Hollywood, della campagna mediatica di Truman contro i totalitarismi. Anne si era trasferita in America con il padre per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche, si era laureata a Berkeley in scienze naturali e aveva conosciuto Manlio a Roma quando, nel dopoguerra, era impiegata all’ambasciata americana. I due si sposeranno nell’aprile 1953. Anna Lengyel è determinante nel favorire l’avvicinamento di Rossi-Doria agli ambienti democratici d’oltreoceano.

Il Gruppo porticese stabilisce, inoltre, un legame profondo con Giorgio Ceriani Sebregondi che dirige la sezione sociologica della Svimez, un’associazione composta di imprenditori pubblici e privati e di rappresentanti delle principali istituzioni finanziarie e di governo dell’economia, dalla Banca d’Italia alla rete delle banche di interesse nazionale, all’Iri. Da tale sodalizio nascono gli studi preliminari per il “Piano Lucano”. Segretario del gruppo di studio è Scotellaro, a cui viene affidata un’indagine sulla scuola in Basilicata. Egli così ha modo di misurarsi con la fredda logica dei numeri e dei ragionamenti che da essa discendono. Metà della ricerca è occupata dai temi dell’analfabetismo degli adulti e della cultura del mondo rurale e un quinto da quelli sulle condizioni della prima infanzia. Nel capitolo dedicato alla scuola popolare e ai centri di cultura popolare, egli scrive: “Come fatto psicologico e sociale, nelle sue manifestazioni più tipiche, l’analfabetismo è legato oltre che alle condizioni economiche, a una data forma di civiltà. La mancanza della vita associata e la partecipazione passiva ai fatti dello Stato sono cause dell’analfabetismo. Chi ha imparato a leggere e a scrivere può tornare analfabeta per carenza di esercizio continuato”. E qui Scotellaro inserisce una citazione di Carlo Levi tratta da “Scuola democratica” (Roma, 1949): “L’analfabetismo nasce da una mancanza di democrazia e tende a perpetuare ed aggravare la mancanza di democrazia”. La ricerca “Scuole di Basilicata” verrà pubblicata, anche come sentito omaggio alla memoria di Rocco, sui numeri 1 e 2 della rivista “Nord e Sud”, fondata e diretta da Francesco Compagna. Alla fine degli anni Novanta, la Pro Loco di Tricarico curerà la pubblicazione dello studio (RCE Edizioni 1999) con una bella postfazione di Pancrazio Toscano.

Purtroppo il Piano Lucano Svimez non avrà alcun seguito sul terreno operativo. Tuttavia, influenzerà notevolmente l’impostazione metodologica e, per certi aspetti, anche politica della successiva pianificazione regionale. Ma tutto rimarrà a livello concettuale. Nel frattempo, prende piede l’opzione dell’industrializzazione forzata dall’alto. E ad avviare tale svolta “industrialista” della Cassa per il Mezzogiorno è Pasquale Saraceno con la sua relazione al secondo convegno nazionale della Cassa, che si svolge a Napoli nel 1953, un mese prima della morte di Scotellaro.

La svolta “industrialista” viene condivisa trasversalmente da tutti i partiti e da tutti i sindacati. Questi temono, con motivazioni solo parzialmente diverse, il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale. Scongiurare tale prospettiva significa evitare non solo forti disagi sociali, ma anche imprevedibili mutamenti politici. La Dc vede nell’insediamento dell’industria di Stato al Sud un’opportunità per garantirsi il consenso mediante le assunzioni clientelari. Mentre il Pci vede nella nascita di una classe operaia meridionale l’elemento decisivo per insediarsi più stabilmente tra le popolazioni.

Le voci che si levano contro la proposta Saraceno sono diverse: le critiche più nette sono quelle di Olivetti, Rossi-Doria, Ceriani-Sebregondi e Ardigò. Ma tali voci sono messe a tacere. E nel momento in cui la proposta diviene la grande scelta strategica per il Sud, si delegittima e progressivamente marginalizza un’intera cultura economica, sociale e politica: quella che considera lo sviluppo inevitabilmente “autoctono”, cioè fondato sulla migliore combinazione dei fattori produttivi presenti in un determinato territorio e capace di tener conto dei condizionamenti sociali, politici e istituzionali. Viene, in sostanza, scartata l’idea di articolare l’intervento nel Mezzogiorno per contesti e per aree di sperimentazione, attraverso una maturazione guidata dalla ricerca e dalla crescita dei processi educativi e formativi, mediante il costante coinvolgimento della società civile.

Il fallimento di quella politica ha segnato il Mezzogiorno per decenni. E ancora oggi, nonostante le novità introdotte dalle politiche strutturali dell’Ue, il problema dell’autonomia della società civile, della responsabilizzazione delle classi dirigenti e dell’aumento delle capacità di governo decentrate non solo non è stato risolto, ma si è aggravato.

Per questo, il lascito di Scotellaro va ripreso e riposto come lievito nei programmi culturali volti a valorizzare le risorse legate alle diverse forme del sapere, a tutelare le produzioni artistiche, a educare alla creatività e a ridisegnare il profilo dei territori, la memoria sociale e le vocazioni di sviluppo delle comunità. Come già egli aveva intuito, si fa finalmente strada il convincimento che dare dignità alle diverse culture, farle dialogare, puntare sull’istruzione, la formazione e la ricerca per fare in modo che le persone e le comunità possano edificare il proprio futuro direttamente costituiscono l’investimento più sicuro e fruttuoso di ogni politica di sviluppo, la premessa inderogabile di ogni intervento di sviluppo, perché sviluppo è libertà.

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