Saperi

Un tempo di vita

Vivere è un po’ come dipingere un grande quadro. Niente bilanci e giudizi, ciascuno vive il proprio percorso personale come crede e come può, nell’illusione che accada sempre il meglio, ma questo meglio può arrivare come non arrivare, e non per questo il passare degli anni deve essere rimpianto, se le cose non sono andate proprio bene, né deve essere esaltato, al contrario, se tutto è andato benissimo

Massimo Cocchi

Un tempo di vita

Ci sono modi differenti per dire la stessa cosa, ad esempio quando fai riferimento al tempo e alla lunghezza del trascorso, puoi dire “tanto tempo fa”, il più fiabesco “c’era una volta”, “quanti anni sono passati”, oppure fai riferimento ai lustri, alle decadi, oppure ancora agli anni contati su un secolo: ecco, in questo caso sono trascorsi, oggi, 8 ottobre 2020, tre quarti di secolo.

Fa un certo effetto.

Normalmente a questo punto molti, nel comune dire, parlano di bilanci, ma i bilanci sono qualcosa di matematico, possono essere attivi, negativi o in pareggio, come si può parlare di bilancio della vita?

Semmai si faranno delle riflessioni sul suo trascorso e le riflessioni non hanno alcunché di matematico, ma, piuttosto, sanno di filosofia spicciola o assumono l’enfasi dell’avventura, niente bilanci e giudizi, ciascuno vive il percorso personale come crede e come può, nell’illusione che accada sempre il meglio, ma questo meglio può arrivare come no e non per questo il passare degli anni deve essere rimpianto se le cose non sono andate proprio bene, né deve essere esaltato, al contrario, se tutto è andato benissimo.

È un po’ come dipingere un grande quadro, come scrivere un grande romanzo, la cui bellezza la vedi solamente alla fine, cosa importa se nel tempo che trascorre verso la fine del lavoro hai sbagliato qualche cosa, non sempre hai usato il pennello giusto, non sempre hai trovato le parole giuste, non importa, quello che conta è che tu “abbia fatto”.

Così quest’avventura comincia in una storica clinica sita nella vecchia Bologna, alla fine di uno stretto e corto vicolo con due attori principali, mia madre e mia nonna, ostetrica condotta in quel pugno di terra bastarda cui più volte ho fatto riferimento in altri scritti, con amore.

Mi si narrerà poi che mia nonna disse al medico che mi aveva fatto nascere e con il quale aveva un grande rapporto di fiducia, ha visto dottore che bel bambino? Al che lui, sembra avesse risposto: Amelia, ma cosa dice, era così brutto quando è uscito che pensavo di buttarlo via…

Su questo scherzoso scambio di battute cominciò la mia avventura che trascorrerà fra occhi d’amore e occhi alla ricerca di quanto si vorrebbe per una persona amata ma non è possibile, ancora, vedere il dipinto nella mirabile fusione dei suoi colori, oppure, a volte, nella, se pur abile, ma inquietante dimensione del bianco e nero.

Passano gli anni spensierati della fanciullezza e, in questi, anch’io, qualche volta ho teso la mano a cogliere un frutto dal melograno, chi non l’avrebbe fatto, avendo un melograno?

Certo non pensavi a quel tempo che il frutto, con quella sua scorza dura e legnosa, con quella miriade di chicchi dalle sfumature bianco, rosa, rosso, potesse un po’ rappresentare la vita che ti aspettava e, come nella vita, era importante assaporare il succo di quelle piccole palline, qualsiasi fosse il risultato così della maturezza del frutto come della vita.

Non sempre il chicco che mi è arrivato a contatto del palato aveva sapore dolce, qualche volta sapeva di acidulo e ti sentivi percorrere da un brivido, a volte leggero, a volte più intenso.

Passavano gli anni della scuola, devo dire che non hanno visto un grande impegno da parte mia. Allora eravamo ragazzi di strada, una piccola e stretta via nel centro di Bologna e i grandi spazi della campagna dai nonni, dai giochi di strada alla vita nel fascino delle stalle dove respiravi gli umori animali, ti imbrattavi di sterco e non capivi che essi, umori e sterco, ti avrebbero aiutato a formare e rinforzare quella che oggi, pomposamente, chiamiamo immunità, cioè la difesa primaria contro le avversità della vita, non quelle che nascono dentro o che ti arrivano dalle circostanze, ma quelle dell’ambiente, resistere alla meschinità.

Qualcuno potrebbe dire… ha faticato nel corso degli studi… in realtà non ha fatto nessuna fatica, proprio perché studiava lo stretto necessario per andare avanti, finché arriverà il tempo, dopo la laurea in medicina, in cui si scatenerà la passione per lo studio e un costante, impellente, quasi ossessivo desiderio di conoscere i misteri di quelle piccole unità dell’organismo, sia esso animale uomo, sia esso animale non umano, che si chiamano cellule.

Se ripercorro il mio tempo con quella parte del cervello che è in grado di esprimere i ricordi, devo riconoscere che non ho mangiato solo chicchi dal succo dolce ma ho camminato un tempo che, più volte, mi ha fatto pensare che, alla fine, ci fosse un disegno della vita che, comunque si configurasse, conduceva sempre verso quell’ambito succo dolce e che l’acidulo, spesso insistente, fosse come mettersi alla prova.

Nella vita, probabilmente, non è mai come pensi, infatti come avrei mai potuto pensare che avrei raggiunto la mia meta in un paese che a stento, con un’ignoranza geografica mostruosa, a malapena sapevo dove si trovava?

Quel piccolo meraviglioso paese è la Scozia, terra di leggende straordinarie e lì anch’io ho scritto un pezzo della mia avventura, diventando Professore e appagando quell’ambizione smisurata che non mollava fino a che avesse trovato il chicco dolce.

Quasi in modo scaramantico non sono più ritornato in quella meravigliosa terra, in realtà non so perché, forse essa aveva esaudito i miei desideri e esaurito la ragione di un ricorrere a quei luoghi di straordinaria passione, quello che conta è che ti rimangano impressi i momenti e le vicissitudini, senza foto per riuscire a ricordare. Non importa fotografare per riguardare e ricordare, devi avere dentro di te la fotografia dei momenti importanti della vita, quella non la perderai mai e non sbiadirà mai.

Oggi, in quell’angolo di mondo, rimane un albero che mi fecero piantare quando divenni Professore, di quell’albero non ho mai assaporato i frutti, ma lo immagino forte e rigoglioso nel suo invecchiare ma rimanere saldamente piantato nella terra.

Ecco, quell’albero è un po’ come la vita, non saprà mai perché è stato piantato ma il caso ha voluto che potesse crescere e vivere, cambiare le foglie e godersi il sole e subire la tempesta, senza cedere.

Come sempre mi accade, mentre riflettevo su questi tre quarti di secolo, ho sentito l’impulso di scrivere queste poche righe, non ne occorrono molte per lasciare un’emozione, per provare un’emozione, né voglio con queste insegnare alcunché a nessuno, sarebbe un peccato di superbia inopportuno, voglio semplicemente ricordare quell’albero che ho voluto con tutte le mie forze.

Lo faccio ora perché sono trascorsi tre quarti di secolo da quando dalle stalle non sono passato alle stelle, ma quando, ora, capisco che anche le stalle ti possono insegnare la vita.

In apertura, foto di Luigi Caricato / Olio Officina ©

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