Visioni

Cara Cia, buon compleanno!

Alfonso Pascale

La CIA – Confederazione italiana agricoltori festeggia i suoi primi quarant’anni. Nonostante essa sia anche capace di infliggere le pene più dolorose proprio ai suoi amanti più appassionati, rimane pur sempre una bella e splendida signora, la sola nel panorama agricolo italiano ad attrarre le realtà più innovative e proiettate al futuro.

Nacque sulla base di un progetto di ampio respiro culturale a cui lavorarono personalità politiche di spessore, come Giuseppe Avolio, Emanuele Macaluso e Pio La Torre. Ma fu soprattutto Avolio a imprimere una svolta nel modo come la sinistra italiana guardava all’agricoltura, alle sue trasformazioni e alle contraddizioni che si erano aperte a seguito della sua tumultuosa modernizzazione. Intorno alla sua leadership autorevole e coinvolgente anche sul piano umano, noi più giovani ci formammo e crescemmo come dirigenti, operatori e studiosi dell’agricoltura. I mercati che incominciavano a diventare globali, le innovazioni tecnologiche sempre più dirompenti, le prime timide avvisaglie dei limiti dello sviluppo e della necessità di un ripensamento dei meccanismi della crescita economica e dell’uso delle risorse ambientali, costituivano le sfide che avevamo dinanzi.

Quel progetto, tuttavia, nonostante la sua forza innovativa per quindici anni rimase monco. Solo dopo la caduta del Muro di Berlino e lo scandaloso disfacimento della Federconsorzi che anticipava l’imminente fenomeno di “Tangentopoli”, potemmo correggere un errore d’impostazione che era rimasto impresso anche nel nome di battesimo: CIC – Confederazione italiana coltivatori. Infatti, al V congresso, che si tenne il 25 giugno 1992, fu adottata l’attuale denominazione.

Tornare sulle ragioni di quel ritardo ci aiuta a comprendere la temperie culturale, sociale e politica in cui l’atto fondativo avvenne. Perché l’Alleanza dei contadini (da cui negli anni del primo centro-sinistra si era scissa una costola per dar vita ad un’organizzazione collaterale ai socialisti: Uci – Unione coltivatori italiani) e la Federmezzadri (affrancatasi finalmente dal cordone ombelicale che la teneva legata alla Cgil, nonostante i propri aderenti fossero lavoratori autonomi) decisero di dar vita ad una nuova organizzazione che si identificava con il termine “coltivatori” e non già “agricoltori” come sarebbe stato più giusto?

Fin dagli albori della Repubblica, la sinistra aveva coltivato il sogno – realizzato solo tardivamente nel 1955 – di un’organizzazione contadina, perfettamente speculare e in competizione con la Coldiretti. La quale era frutto della scissione della FIDA – Federazione italiana degli agricoltori, sorta, durante la lotta di Liberazione, dalle ceneri della vecchia confederazione fascista dell’agricoltura. Ma quella scissione – condotta cinicamente a freddo dalla Dc e dalla Chiesa di papa Pacelli – era all’origine della debolezza della rappresentanza del settore primario, il quale, nei principali paesi europei, si fregiava di grandi e pressoché uniche organizzazioni professionali nazionali. Anziché valorizzare il pluralismo collaborativo e non conflittuale tra i diversi modelli agricoli, come elemento di forza dell’agricoltura nazionale, in sintonia con l’articolazione delle “cento Italie agricole” che già la grande Inchiesta Jacini aveva segnalato come tratto distintivo delle nostre campagne, le due principali culture politiche (cattolico-democratica e social-comunista) sceglievano esclusivamente l’azienda contadina come proprio riferimento sociale nella costruzione del moderno partito di massa nelle aree rurali. Ma si era trattato di una scelta che sicuramente aveva garantito il radicamento politico delle due culture politiche, ma non aveva affatto giovato allo sviluppo economico e sociale del paese.

Il primo a farlo notare fu, nel 1981, il decano dell’economia agraria dell’epoca, Manlio Rossi-Doria, a conclusione di un ciclo di lezioni nella sede dell’Istituto “Alcide Cervi” a Piazza del Gesù a Roma. Successivamente, anche Il preside della Facoltà di Agraria di Bologna ed editore di una buona parte della stampa agricola italiana, Luigi Perdisa, in un editoriale della rivista “Terra e vita” del febbraio 1983, aveva fatto notare “il colmarsi nel mondo agricolo del fossato che divideva l’impresa contadina dall’impresa capitalistica”, per poi auspicare “il superamento delle burocrazie sindacali che ancora si frappongono alla costituzione di un’unica organizzazione degli imprenditori agricoli italiani”. Avolio non rimase indifferente a quelle voci preoccupate che si levavano nell’ambito della cultura tecnico-economica del settore e, in una memorabile Lettura tenuta il 31 ottobre 1986 all’Accademia economico-agraria dei Georgofili dal titolo: Le organizzazioni professionali nell’agricoltura italiana, oggi”, tematizzò il problema. La relazione di Massimo Bellotti alla Conferenza economica, promossa dalla Confederazione nel 1987 su “Agricoltura, industria, servizi: un patto tra pari per il progresso”, ne fornì l’articolazione strategica e le conseguenze politico-organizzative, in forte polemica con Marcello Stefanini e Guido Fabiani che intervennero, a nome della sezione agraria del Pci, per sostenere posizioni conservatrici di impianto prettamente statalista.
E così, nel 1992, Avolio poté concludere il V congresso con queste parole: “È finita l’epoca degli ideologismi, nessuno può pensare di farcela da solo. Il processo unitario non può aspettare i tempi delle organizzazioni… C’è chi ha ricevuto un’eredità cospicua e ha paura di gestirne i resti, mentre noi, che abbiamo dovuto faticosamente conquistarci il diritto di essere alla pari con gli altri, ci sentiamo pronti e andremo avanti”. L’agricoltura italiana è ancora in attesa che quell’appello venga raccolto per sanare finalmente i guasti provocati dalla scissione che si consumò settantatré anni fa e passare da una condizione di debolezza ad una condizione di forza.

In questi venticinque anni, i residui delle due culture politiche che nel dopoguerra, in modo fortemente concorrenziale, avevano edificato il proprio insediamento nelle campagne sulla contrapposizione ideologica tra la piccola e la grande dimensione delle aziende agricole, hanno continuato ad agire per tentare di influenzare, ancora negativamente, l’evoluzione dell’agricoltura italiana. La riesumazione della Federconsorzi è solo un episodio di una lunga serie di segnali di un’azione frenante e di scadimento in posizioni antieuropeiste, autarchiche e provinciali. La CIA e i presidenti che si sono succeduti in questi cinque lustri hanno difeso bene i tratti culturali dell’organizzazione e non si sono lasciati ammaliare dalle sirene di chi ha forse cullato l’ipotesi perfino di un suo assorbimento nella Coldiretti.

Oggi è la costruzione dell’Europa politica il nuovo terreno d’impegno, come dimostrano la svolta europeista di Macron e il dibattitto infuocato che si sta svolgendo in Germania sul futuro del continente. L’Italia, purtroppo, non è presente in questo confronto con una propria visione strategica. La quale non riguarda solo l’assetto istituzionale ma anche quello della rappresentanza sociale.

Sono certo che la CIA saprà fare le scelte necessarie per mettere nelle condizioni le diversificate agricolture di avere un progetto e una speranza credibili. Inutile sottolineare che la strada è tutta in salita e che il cammino è alquanto impervio. Perché le difficoltà da affrontare sono serie ed impegnative. Ma al tempo stesso si deve essere consapevoli che c’è una sola difficoltà davvero insuperabile: è la rassegnazione. Con l’entusiasmo e il coraggio che non manca ai miei ex colleghi, soprattutto ai giovani, essi sapranno superare anche tale scoglio. È questo l’augurio che formulo loro, di cuore.

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