Visioni

Domani è un altro mondo

Alfonso Pascale

Tempo di apocalissi quello degli ultimi anni. Una volta si celebravano solo a fine millennio.

Ora le “tempeste perfette” si succedono una dietro l’altra: cambiamenti climatici, crisi finanziaria, pandemia, guerra di Putin.

E scatta l’angoscia da fine del mondo.

Bisogna tornare a leggere Ernesto De Martino che andò a studiare scientificamente la crisi di presenza dell’uomo nel mondo, i riti con cui le comunità umane si sono protette dal rischio di non esserci. 

Einaudi ha pubblicato nel 2019 una nuova edizione de “La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali”, a cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio.

Un classico del pensiero europeo contemporaneo - scritto dal grande antropologo ed etnologo tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso -, che si rivela molto utile per affrontare le incertezze del tempo presente. 

Per De Martino il magismo che cercava nelle realtà meridionali, all’alba della modernizzazione, è cosa ben diversa dai relitti di pensiero magico che si ripresentano continuamente, anche nella storia contemporanea, come rigurgiti di un passato che non passa.

Non ha niente a che fare con fenomeni regressivi come il terrapiattismo, la xenofobia, il rifiuto del pensiero scientifico e la paura degli Ogm o dei vaccini.

Il pensatore meridionalista non simpatizzava con gli “sciamani” della Seconda guerra mondiale.

Aveva partecipato alla Resistenza in Romagna dove si era rifugiato con moglie e figlie, che erano ebree.

Il suo era un etnocentrismo critico. Riteneva che il concetto di realtà non è lo stesso in ogni cultura.

E, senza uscire dal proprio, non si possono comprendere altri mondi.

Uscire per lui era un modo per allargare gli orizzonti dell’umanesimo, restando fedeli alla propria civiltà. 

C’erano state le catastrofi autodistruttive del XX secolo (Auschwitz, e ancor di più Hiroshima) che avevano alimentato svariate tendenze culturali dominate dalla distruzione della ragione, dallo svilimento della storia, dalla nostalgia dell’arcaico.

Dinanzi alla possibilità concreta del rischio radicale del non esserci, allo studioso il pensiero contemporaneo pareva affacciato sulla perdita di senso e sul nulla. 

Per questo, egli si tuffò a studiare le narrazioni sviluppate nel tempo dalle diverse civiltà: le apocalissi culturali, antiche e moderne, quelle religiose (il Capodanno delle civiltà agricole, i movimenti apocalittici dei popoli coloniali, il piano della storia della salvezza nella tradizione giudaico-cristiana, i molteplici millenarismi di cui è disseminata la storia religiosa dell’occidente) e quelle laiche, compresa l’apocalissi marxista analizzata attraverso la critica crociana e le opere di Mühlmann, Corrodi e Löwith.

Citando quest’ultimo autore, l’antropologo napoletano sosteneva che “il materialismo storico è storia della salvezza in termini di economia nazionale” e “nel materialismo dialettico ha luogo una riplasmazione moderna di un dualismo gnostico”. “Può finire il mondo?”, si chiedeva De Martino.

E la risposta conteneva una chiara indicazione: “Chi così chiede, e vaga col suo terrore di congettura in congettura, proprio con ciò pone il finire del mondo, si immette nel corso del finire che non si trattiene più in nessun nuovo inizio, corre al termine sottraendosi all’unico compito che spetta all’uomo, cioè di essere l’Atlante, che col suo sforzo, sostiene il mondo e sa di sostenerlo”.

Il pensatore concludeva così la sua riflessione: “Certo il mondo ‘può’ finire: ma che finisca è affar suo, perché all’uomo spetta soltanto rimetterlo sempre di nuovo in causa e iniziarlo sempre di nuovo”.

Le apocalissi contemporanee, che denotano un senso di disagio della civiltà occidentale senza prospettiva di rigenerazione, un finire senza palingenesi, ossessionavano De Martino.

La civiltà occidentale ha dei limiti e delle ambiguità, può essere criticata, non demonizzata.

Nella nostra cultura ci sono i buchi neri e le risorse per ricominciare e andare avanti.

E questa ambivalenza va risolta ogni giorno, a ogni risveglio, dal campo psicoanalitico a quello culturale.

In un processo senza fine, c’è storia finché c’è questo processo.

Per l’antropologo, il mondo che “non deve” finire può uscire vittorioso dalla ricorrente tentazione del mondo che “può” finire.

A condizione che si fondi un nuovo ethos culturale adeguato all’intero pianeta.

Solo così la fine di “un mondo” non significherà la fine “del mondo” ma, semplicemente, “il mondo di domani”.

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