Visioni

È necessario piantare nuovi ulivi

Antonio Pascale

Una volta, in macchina, ho incrociato un camion con rimorchio. Il mezzo non trasportava animali, no, il rimorchio portava una grande pianta di ulivo, lunga una decina di metri, con le radici e la chioma protette da un cappuccio di juta. Gli ulivi trasportati dal Sud al Nord. Si usa, da un po’ di tempo. Si usa perché in alcune zone del Sud, la Puglia, la Calabria, gli uliveti sono abbandonati. Costa troppo tenere in vita un impianto. Per anni il paesaggio mediterraneo è stato modellato dall’ulivo. Quante colline in cui nessuno credeva, tanto erano brulle e impervie, sono state coltivate a ulivi. Quanti terrazzamenti sono stati creati (con quei muretti a secco a fare da sponda) per poter ospitare queste piante. Per quanti secoli le radici dell’ulivo hanno trattenuto la terra, offerto protezione dai dilavamenti del terreno, dalle erosioni superficiali e profonde, quelle crepe del terreno che piano piano, ora dopo ora, causano frane improvvise da lasciare tutti con la bocca aperta. Perfino a Pantelleria dove il vento è forte, fastidioso, insopportabile, ci sono ulivi ma sono striscianti, bassi, quasi delle siepi che non risentono dell’impatto meccanico con il vento. Per anni, paesaggio mediterraneo e ulivo hanno stretto un patto di mutuo soccorso. E adesso, alberi di cento, centocinquanta anni, spesso anomali, perché non piantati in sesto regolare, selvaggi, cresciuti in altezza, come quelli della piana di Reggio, splendidi esemplari di ulivo, alti come un pino, con queste chiome da bambino scapigliato – al di sotto delle quali si prova una sensazione di assoluto benessere – ebbene, questi alberi ora rischiano la distruzione. Costano troppo. È necessario piantare nuovi ulivi, disporre di impianti più produttivi e più moderni, ridurre i costi e tornare sul mercato. La storia non è solo il passato, ma anche quello che qui e ora si mette a coltura, affinché possa fruttificare domani, l’olivo non fa eccezione. E tuttavia, sarebbe bello se lo Stato acquistasse e trasformasse alcuni impianti secolari di ulivi in riserve naturali. Noi così desiderosi di posti incontaminati, che sfogliamo con lussuria le riviste di viaggi per capire come fuggire dalla pazza folla, noi stanchi, potremmo benissimo visitare di tanto in tanto questi appezzamenti collinari.

Sì, bisognerebbe portare in gita le scolaresche, fare vedere ai ragazzi cos’è un pollone, come quest’organo riproduttivo riesca a ricacciare prima un ramo, poi da questo una pianta intera. Gli ulivi si devono toccare, seguire con lo sguardo o con il tatto le nodosità del tronco, derivato, appunto, dai successivi ricacci, è un’ottima base di partenza per capire l’architettura organica di Wright o le teoria astronomiche di ultima generazione. E la storia, la geografia, l’antropologia? Diciamoci la verità, materie noiose da studiare in un’aula. Ma se le studiassimo sotto gli ulivi secolari? Se un bravo insegnante, uno scrittore, un contadino, spiegasse come l’ulivo sia stato utilizzato nei secoli, come è stata trattata la drupa, gli usi e i consumi, se tutto questo venisse spiegato sotto gli ulivi secolari, di sicuro capiremmo finalmente dove diavolo sta questa mezzaluna fertile, amena località tra l’Anatolia e il mare, la cui posizione geografica mi sfugge da tempo immemorabile. Capiremmo, poi, la differenza culturale tra i greci e i romani senza dovere per forza confrontare i filosofi neoplatonici con gli storici romani, ci basterebbe sapere che i greci raccoglievano le olive quando erano già molli e i romani invece molto prima. Sostanziale differenza, che definisce fondamentali abiti antropologici: sarebbe bello. No?

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