Visioni

Il colpo di genio del bue e dell’asinello a Natale

Sante Ambrosi

Solo in questi ultimi tempi ho riscoperto e apprezzato il significato di una presenza che di solito avevo relegato a un semplice folclorismo devozionale di altri tempi.

Oggi, di fronte alla supponenza di tanti che parlano con la pretesa di sapere, sempre esperti di tutto su tutto, anche del Natale, ho riscoperto il valore altamente simbolico della presenza dell’asino e del bue nella mangiatoia nella notte santa, quando si realizzava il mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio.

So benissimo che non è scritto nei Vangelie, soprattutto, nel vangelo di Luca, che è l’unico a descrivere la nascita di Gesù con parole sobrie e nello stesso tempo profetiche:

Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.  Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo”.

Luca 2, 6-7

Quindi nei vangeli non si parla di animali, forse con l’arrivo dei pastori di cui lo stesso Luca fa cenno si è accesa la fantasia dei primi cristiani.

Ma l’idea di mettere l’asino e il bue in quella notte sono convinto che sia sbocciata nella mente di quei cristiani per un colpo di genio che solo oggi comprendo quanto sia altamente simbolico.

Un fatto potentemente simbolico, ma che nel nostro tempo diventa anche un fatto controcorrente e prezioso per contrastare quella consuetudine del tutto vulgata di porci di fronte a verità profonde e sempre inesplorate, come il Natale, senza un piccolo sforzo di pensiero.

In questo senso, nella presenza di due animali che guardano, vedono, e forse pensano, ma non parlano, colgo un’immagine ricca di insegnamenti.

Innanzitutto, mi piace pensare al bue, ma non come lo cantò il poeta Carducci in una breve e simpatica, a me sempre cara, poesia:

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento

Di vigore e di pace al cor m’infondi,

O che solenne come un monumento

Tu guardi i campi liberi e fecondi,

(...)

Io penso al bue non tanto per la fatica e la sua pazienza, ma per quel suo silenzio mentre contempla muto più di tutti i muti, davanti al mistero di cui nulla capisce, e solo quel poco che a suo modo intuisce lo rumina in se stesso senza bisogno di parlarne.

Il suo mutismo e il suo ruminare in silenzio senza gridare è il tratto più sorprendente di una presenza che parla senza annunci e luccichii, come dire che il silenzio di fronte a verità riscoperte sia il linguaggio giusto e congruo al mistero contemplato.

Ma anche l’asino, presente nella notte di Natale, è un simbolo   controcorrente. Socrate, il padre della filosofia greca, diceva che per conoscere la verità si deve partire dal non conoscere, dall’ignoranza vera e sincera.

Anche il grande Giordano Bruno si vantava di essere asino e in forza di questo principio ha realizzato le sue grandi scoperte che ha arricchito e consegnato all’umanità intera.

Essere asini è una condizione di partenza necessaria per accostarsi al mistero del Dio che si fa Uomo, ma anche per accostarsi al senso della storia (della storia in genere, ma anche della storia di ogni singolo uomo) e del suo cammino verso un traguardo di cui poco sappiamo.

 A tutti istintivamente torna più facile e comodo negare la propria ignoranza e non sentirsi asini come Socrate o Giordano Bruno e tanti, che cercano sinceramente.

E poi mi affascina anche il suo ragliare. Il principe Myskin, nell’Idiotadi Dostoevskij,gravemente malato, mentre arriva in Svizzera per farsi curare, viene svegliato dal suo mutismo epilettico dal raglio di un asino. Anche l’asino ha il suo linguaggio per esprimere dei sentimenti che a suo modo prova. Sono convinto che ci sono dei sentimenti che non si possono dire con parole normali. I sentimenti più profondi e veri non possono avere sempre le parole pronte e facili.

Così per ogni scoperta che realizziamo della vita dell’amore e di tante altre realtà nascoste nel profondo dell’anima, ma anche - perché no? - dell’incontro con Dio, o del Dio che si fa uomo, non si può dire, se non con un semplice raglio. Poco di più!

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