Visioni

Il mercato nazionale non esiste più

Alfonso Pascale

Come scrive acutamente Sergio Fabbrini nell’editoriale del “Sole 24 Ore” di domenica 14 marzo, i processi di globalizzazione, in particolare il processo di integrazione europea, hanno destrutturato e ristrutturato sia lo stato che il mercato. In Europa, non c'è più lo stato nazionale novecentesco, ma quest'ultimo si è trasformato nello stato membro dell'Ue. 

Sabino Cassese ha scritto che lo stato consiste in un insieme di organizzazioni e amministrazioni che articolano la governance di policies transnazionali oltre che nazionali. 

Giuliano Amato ha spiegato come le corti costituzionali siano divenute articolazioni nazionali di un diritto europeo.  

Lo stato inteso come organismo funzionale unitario ha lasciato il posto allo stato delle politiche (il “policy state”). Lo stato gestisce alcune politiche insieme ad altri stati e alle autorità europee e altre politiche da solo.

La “riconfigurazione” dello stato si è sostanziata in una sua costante disarticolazione/riarticolazione in relazione ai compiti che è chiamato ad assolvere. Ad esempio, prima della pandemia la politica sanitaria era una competenza interamente nazionale. La pandemia ha disarticolato quella competenza, spingendo gli stati europei a coordinarsi per giungere a decisioni e risorse comuni, da implementare poi secondo le specificità di ogni singolo stato. Così, per poter garantire la salute dei propri cittadini, l'azione statale ha dovuto svolgersi a più livelli, sovranazionale, nazionale e regionale. Tuttavia, non sono mancate insufficienze, anche gravi. Piuttosto che parlare astrattamente dello stato, occorrerebbe invece pensare a strategie per dotare quei diversi livelli di policy di capacità e legittimità distinte. 

Per fare un altro esempio, fino a qualche tempo fa la politica agricola era sostanzialmente la Politica agricola comune (Pac). Oggi è rimasta tale solo di nome per essere legittimata a beneficiare del finanziamento europeo. In realtà, la Pac si è trasformata in 27 politiche nazionali diverse con strumenti d’intervento, come i pagamenti diretti, che non permettono di misurare i risultati e, dunque, la coerenza tra questi e gli obiettivi. Piuttosto che discutere astrattamente come allineare la Pac alla strategia del Green Deal Europeo con strumenti d’intervento del tutto inadeguati (riduzione drastica dell’uso degli agrofarmaci, ampliamento sproporzionato dell’agricoltura biologica, ecc.), andrebbe affrontato il tema cruciale dello “sdoppiamento” (copyrigth di Fabbrini) della competenza “agricoltura” tra livello unionale e livello nazionale.

In questo modo, la Pac potrà essere circoscritta agli ambiti strettamente coerenti con la dimensione sovranazionale (interventi che risulterebbero inefficaci e inefficienti se svolti a livello statale, come gli scambi internazionali e la politica per la ricerca e l’innovazione), mentre ciascuno stato membro potrà definire obiettivi e strumenti specifici per accompagnare la transizione ecologica delle proprie agricolture (al plurale), sistemi territoriali e imprese e ottenere risultati tangibili in termini di innovazione, sostenibilità e riduzione degli squilibri interni.

Come si può notare dagli esempi fatti, non ha senso parlare di stato senza riempire di contenuti, risorse e strumenti, in modo distinto, la sovranità dell’Ue e quella degli stati.   Ma anche il mercato nazionale non esiste più in quanto tale (e da molto tempo). Il suo funzionamento è stato ridefinito dalla integrazione economica e monetaria. Quest'ultima ha istituzionalizzato l'interdipendenza tra le economie nazionali all'interno di un ordine legale basato su un sistema assai preciso di regole. Queste si sono dimostrate efficaci a proteggere la concorrenza interna, molto di meno a garantire l'indipendenza farmaceutica e scientifica esterna dell'Ue in tempi di pandemia.

Piuttosto che parlare astrattamente del mercato, occorrerebbe pensare a strategie per armonizzare interessi nazionali ed europei all'interno del mercato sovranazionale.

Alle suddette considerazioni sul nuovo contesto in cui riconsiderare le funzioni dello stato e del mercato, occorre anche tener conto dell’esperienza fatta nei decenni scorsi. L'esperienza ha mostrato che lo stato è anche un sistema di corporazioni e di rendite, non solamente l'espressione dell'interesse pubblico. L'esperienza ha mostrato che il mercato è anche un sistema di particolarismi incapaci di auto-regolarsi, e non solamente il produttore di ricchezza sociale.

Fino a quando non avremo leadership politiche capaci di elaborare visioni generali che tengano conto delle trasformazioni avvenute nello stato e nel mercato e dell’interdipendenza europea e globale in cui stato e mercato oggi agiscono, i partiti andranno a rimorchio delle policies (cose da fare) che le istituzioni (Ue e stati membri) si danno e non esprimeranno politics (collocazione politica) capaci di rifondare il rapporto tra politica e cittadini.

Nel Parlamento europeo si è formata una maggioranza politica che comprende i popolari, i socialisti, i liberaldemocratici e i verdi. E questa maggioranza sostiene la strategia che l’Ue si è data per fronteggiare la pandemia e avviare la ripresa. E questa stessa maggioranza dovrà proporre, nel corso della Conferenza sul futuro dell’Ue, le riforme istituzionali necessarie per rilanciare l’integrazione europea.

Sapranno le forze politiche europee (di maggioranza e di opposizione) riorganizzarsi per esprimere una capacità propositiva all’altezza delle sfide?

Sapranno dare contenuto alla “democrazia oltre lo stato” elaborando un concreto progetto di revisione dei Trattati?

Il compito del governo Draghi è ricostruire, nel contesto del programma di Next Generation-EU, l'infrastruttura (economica, sociale ed istituzionale) che dovrà collegare il nostro Paese all'Ue. Sapranno i soggetti politici italiani riorganizzarsi e rielaborare distinte e leggibili visioni generali (singolarmente e in forme aggregate) entro cui il governo potrà meglio e più efficacemente realizzare i propri obiettivi?

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