Visioni

Il Ministero della Razza

Alfonso Pascale

Riordinando i miei libri mi è capitato tra le mani il bel libro autobiografico di Gino Martinoli, pubblicato da Mondadori nel 1996 con il titolo "Un secolo da non dimenticare. Riflessioni e fantasie di un testimone novantacinquenne". L'autore morì il giorno di Natale dello stesso anno in cui il volume fu dato alle stampe. Martinoli è stato un testimone privilegiato del Novecento. Ha vissuto in fatti a contatto con importanti protagonisti della cultura italiana: dalla sorella Natalia Ginsburg al cognato e amico Adriano Olivetti, a Eugenio Montale, Giorgio Bassani, Luigi Einaudi e Norberto Bobbio. Fu manager di grandi aziende come la Olivetti e l'Agip Nucleare. Fondò insieme a Giuseppe De Rita e a Pietro Longo il Censis.

Il suo cognome originario era Levi che egli mutò in Martinoli all'epoca delle leggi razziali del 1938. Ma lasciamo raccontare a lui stesso la storia alquanto curiosa del cognome: 

«Nel 1900, mio padre, Levi, vincendo la viva opposizione della madre rigorosa osservante della religione ebraica, si unì ad una "gentile" da cui ebbe i miei quattro fratelli e me, figli di sangue misto. Il fatto di essere ebreo solo al 50% non mi creò all'inizio particolare imbarazzo, ed anzi, data l'assurdità delle leggi razziali italiane, mi assicurò notevoli privilegi. Nel timore che questi potessero essere all'improvviso annullati, decisi però di cambiare un cognome tanto emblematico, come la legge mi dava diritto. Dopo lunghe pratiche al ministero della Razza, la mia richiesta fu accolta, a condizione che non adottassi il cognome di mia madre, Tanzi, perché iscritto all'albo araldico (la cosa mi meravigliò alquanto sapendo che mio nonno materno era stato il portinaio di una casa un po' equivoca di Milano). Indagando sulla mia ascendenza materna, trovai comunque un cognome che mi sembrava di certa origine ariana: Martinelli. Per un errore materiale dello scriba, però, Martinelli divenne Martinoli e così fu riportato sulla "Gazzetta Ufficiale" che decretò il cambiamento. Poco dopo aver ricevuto copia di tale decreto, mi capitò di andare al cinema con mia moglie Piera e Adriano Olivetti. Il film fu interrotto da uno spot propagandistico del regime in cui veniva mostrata la "bella famiglia Martinòli", composta da un donnone, un robusto contadino con il cappello da alpino e i loro diciassette figli, in scala per età e altezza. "Che orrore! D'ora innanzi verremo scambiati per quelli!" esclamò Piera. Ma Adriano trovò la soluzione: "Non ti scomporre! Anticipa l'accento sulla terzultima e, da Martinòli, diventerete Martìnoli". Perciò da quel giorno io, mio figlio e i miei nipoti, ad ogni appello, non ci stanchiamo di precisare che il nostro cognome è sdrucciolo, e non piano come la maggior parte delle parole italiane».

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