Visioni

Il vertice sul clima e il nodo irrisolto

Alfonso Pascale

Sembra un mondo in bilico fra buoni, cattivi e meno buoni quello che è apparso al G20 di Napoli. Ma mettere d’accordo economie che basano la loro fortuna sul petrolio con quelle che il petrolio lo acquistano e puntano a rinunciarvi gradualmente nel corso dei prossimi trent’anni non è una cosa semplice.

E così assistiamo alla riproposizione di affermazioni antiche. Come quella di Ahmed Zaki Yamani, ministro saudita del Petrolio al tempo dello shock del 1973: “Curioso: fin dall’epoca della Occidental Petroleum di Armand Hammer che vendeva greggio e gas a Lenin in cambio di pesce e caviale, voi occidentali avete inquinato il mondo a vostro piacimento, senza che nessuno osasse protestare. Ora che vogliamo e possiamo farlo anche noi ci dite che è scandaloso ed egoistico. Come dire che voi potevate e noi invece no”.

Considerazioni che rimbalzano ancora oggi nei consessi internazionali quando si parla di clima, di riscaldamento globale, di decarbonizzazione, di crescita economica, di sviluppo sostenibile. Le ripropongono le economie emergenti e in poderosa crescita come quella cinese e indiana, oppure strategicamente dipendenti dagli idrocarburi come la Russia, l’Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo.

In gioco ci sono 100 miliardi di dollari da destinare ai Paesi in via di sviluppo per realizzare quella transizione ecologica che è diventata la parola d’ordine mondiale sul clima. “Ma questa transizione – ha detto parafrasando Mao Zedong il nostro ministro Cingolani – non è e non sarà un pranzo di gala”. Ed è vero.

L’Ue tenta di coinvolgere la Cina – con la quale c’è un intenso interscambio commerciale, soprattutto nell’approvvigionamento di materie prime – nelle strategie di abbattimento delle emissioni, ben sapendo che l’economia cinese funziona proprio in quanto è la nazione che maggiormente inquina al mondo.

Italia e Stati Uniti sono in prima linea in questo braccio di ferro con Pechino, Delhi, Riad. Il tentativo è quello di evitare che il G20 si riduca a un club di nazioni in pieno accordo su tutti gli ambiziosi principi cardine della convivenza mondiale e dispostissime a firmare qualunque bozza ma in totale disaccordo sugli effetti finanziari vincolanti del documento finale.

Certo, ci sono le adesioni “formali” di Cina, Russia e India. Ma come non vedere che stanno puntando i piedi. E dietro questi paesi si raccolgono Brasile, Argentina e Indonesia, economie diversissime fra loro ma tutte accomunate dal timore che il nuovo ordine mondiale che si profila finisca per danneggiarle.

Bisogna essere consapevoli che i traguardi concordati sono costosi, sia in termini di spesa che di crescita. John Kerry dice che sono imprescindibili. Pechino e i suoi “alleati” ritengono che siano tutti da ridiscutere, anche sotto il profilo scientifico.

La partita è complicata. Ma l’opinione pubblica fatica a comprenderla. Sugli spalti di questo stadio, non ha proprio senso la tifoseria. Bisogna ripristinare la cultura del compromesso.

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