Visioni

L’agricoltura fraintesa

Alfonso Pascale

Molti confondono la ruralità contemporanea con l’agricoltura, intesa come mero settore economico e produttivo. O coi rigurgiti nostalgici di Petrini. O ancora coi mercatini di Campagna Amica. Pochissimi sono consapevoli che la ruralità oggi riguarda tutti i cittadini, la propria cultura, il proprio modo di vivere, il proprio modo di rapportarsi con gli altri. E questo indipendentemente se si risiede in una metropoli o in un piccolo paese.

I politici non hanno alcuna voglia di affrontare l’argomento perché temono le lobby che stanno dietro alle attuali politiche agricole.

Gli economisti, i sociologi e gli urbanisti storcono il naso perché dovrebbero ripetere l’intero corso di laurea per adeguare le loro analisi alla nuova realtà e poter contribuire in modo efficace alla definizione delle politiche di programmazione economica e di pianificazione territoriale.

Eppure è una realtà viva che coinvolge tutti. Ma si ha paura di affrontarla perché mette in discussione antiche certezze, saperi consolidati, convinzioni profonde. Chi ha voglia di rimettersi a studiare?

Ma vediamo di cosa si tratta.

Nel corso degli anni Settanta s’interrompe l’esodo dalle campagne che si era avviato negli anni Cinquanta e si registra una lenta inversione di tendenza. All’esodo rurale incomincia a subentrare l’esodo urbano. La fuga dalle città e il ripopolamento delle campagne interessano tutte le regioni dell’Italia centro-settentrionale, ossia le più ricche, mentre al Sud solo la Puglia e la Sardegna si inseriscono nella corrente.

Si tratta di una nuova ruralità come aspetto del benessere contemporaneo che vede emergere nuove forme spontanee di sviluppo locale nelle campagne e un passaggio graduale da una condizione di inerzia ad una di iniziativa.

I figli e i nipoti di chi era fuggito dalle campagne alla ricerca di condizioni socio-economiche più appaganti scoprono che, a ricreare alcuni aspetti della società tradizionale fuori del suo contesto di miseria, le cose potrebbero andare meglio. Si affermano così stili di vita che integrano gli aspetti irrinunciabili della condizione urbana, dalla fruizione più facile delle diverse forme della conoscenza e della cultura all’adozione di modelli di abitabilità rispettosi della privacy, con le opportunità che solo i territori rurali sono in grado di offrire, dalla partecipazione alle fitte reti di legami sociali al piacere di coltivare un orto e di preparare una pietanza tipica.

Nello stesso tempo, l’alto costo degli affitti urbani spinge le giovani coppie a evadere dalla città dove però si continua a lavorare e una relativa abbondanza di impieghi urbani consente una sempre più frequente occupazione non agricola all’interno delle aree verdi.

Nel Mezzogiorno il fenomeno si presenta con caratteristiche proprie e coerenti con una tradizione rurale che pone al centro le città e gli insediamenti abitativi, come parti integranti e non separate della campagna. La nascita dei poli industriali e i fenomeni di ampliamento delle grandi e medie città meridionali creano lavoro nelle fabbriche, nell’edilizia e nel pubblico impiego con inquadramenti bassi, ma favoriscono il miglioramento della piccola azienda coltivatrice. Invece, nelle aree più emarginate delle campagne meridionali, le forme di part-time che si diffondono non trovano la complementarietà nel mercato del lavoro ma in regimi assistenzialistici che sommano varie provvidenze, dalle indennità di disoccupazione alle pensioni di invalidità. E difficilmente le rimesse degli emigrati o i risparmi investiti al rientro trovano impiego nell’azienda agricola.

Complessivamente alle aree rurali spetta non meno del 35 per cento dell’intero prodotto interno lordo italiano, ma almeno il 95 per cento di questo 35 per cento ha origini non agricole. L’agricoltura rimane una componente dell’economia rurale anche se non si identifica più con essa. E non solo perché molte iniziative industriali e nei servizi nascono per opera di imprenditori già agricoli, ma perché il mito dell’agricoltura di un tempo finisce per essere il collante dei nuovi arrivati che si dedicano sempre più all’ospitalità turistica, alla vendita dei prodotti agricoli locali, alle attività educative, terapeutiche e riabilitative mediante l’utilizzo di risorse agricole e all’artigianato rurale.

Gli agricoltori che alla fine degli anni Cinquanta si erano adattati al modello industrialista, innescano ora un processo di recupero dal punto di vista culturale, delle antiche modalità di economia contadina, attraverso però le istanze modernizzatrici. Si continua a denunciare la miseria e la sussistenza del vecchio sistema, privilegiando tuttavia la capacità di integrarsi nel nuovo contesto e rispondere ai nuovi bisogni che la società esprime. L’ondata modernizzatrice dei decenni precedenti aveva generato fenomeni di spaesamento che si intrecciavano alla necessità di ridefinire i contorni identitari. Adesso pare giunto il momento per assestarsi in nuovi e più adeguati equilibri.

La nuova realtà che emerge nelle campagne solo in pochi riescono a leggerla. Va dato merito a Corrado Barberis e all’Insor di aver colto per primi – nelle analisi dei censimenti dell’agricoltura dal 1970 in poi – i fenomeni del controesodo, dell’estendersi della pluriattività nelle campagne che si industrializzano e, in generale, della nuova ruralità.

Avremmo bisogno di leggi che guardino ai territori rurali e alle campagne urbane nella loro complessità, abbandonando gli schemi settoriali.

La vecchia visione duale e dicotomica dell’urbano/rurale andrebbe sostituita con una visione del territorio basata sul riconoscimento di una realtà costituita da un “continuum” urbano-rurale, al cui interno collocare a vario titolo il periurbano e il rurale urbanizzato.

Dovrebbe tornare in auge l’impostazione olivettiana del territorio, che già negli anni Trenta si poggiava sulla dissoluzione della distinzione tra città e campagna. Visione innovativa violentemente combattuta, nel secondo Dopoguerra, dalla successiva cultura urbanistica urbanocentrica di destra e di sinistra.

Mi sapete dire in quali scuole si formano amministratori e tecnici capaci di affrontare i termini attuali dello sviluppo locale e del governo del territorio?

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