Visioni

L’atteso ritorno della luce e del calore

Alfonso Pascale

Ad aver incentivato nei giorni prenatalizi i carrelli pieni di regali non è stata la smania di consumi indotta artificialmente da chi ha interesse a rastrellare tredicesime e quattordicesime, né il cashback introdotto in piena emergenza sanitaria. Ma sono alcuni archetipi radicati nella nostra psiche. Essi agiscono nei nostri comportamenti in occasione delle feste che chiudono un ciclo e ne aprono un altro, segnando la fine di un anno e l’avvento di uno nuovo.

La frenesia di darsi alla baldoria e la voglia di fare doni a parenti e amici, nonostante la paura del virus, esprimono il desiderio conscio o inconscio di un totale rinnovamento, la speranza di un tempo migliore.

Nei periodi di passaggio da un anno ad un altro si sono sempre svolti riti e cerimonie di purificazione e di espulsione di demoni. Lo scopo è di sopprimere il passato coi suoi drammi, mali e peccati. E per mimare il caos della fine, la fusione di tutte le forme nella vasta unità indifferenziata, si manifestano comportamenti orgiastici e intermezzi carnascialeschi fino al rovesciamento dell’ordine considerato normale.

La fase terminale dell’anno solare coincide, a livello astronomico, col solstizio d’inverno. È il momento in cui la terra raggiunge il punto di massima distanza dal sole. Per questo, fin dalla notte dei tempi, di fronte al terrificante spettacolo di una natura che, non generando più i suoi frutti, sembrava destinata a spegnersi per sempre, un profondo senso di angoscia prendeva le donne e gli uomini. A questa angoscia subentrava, lentamente, la speranza che sulla terra sarebbe tornato a splendere il sole e la natura si sarebbe aperta a nuova vita.

Nella Roma antica questo periodo cominciava con la festa dei Saturnali sulla cui allegra “con-fusione” regnava Saturno, il mitico dio dell’età dell’oro. I Saturnali venivano celebrati lietamente per una settimana, fra il 17 e il 20 dicembre, e, in epoca imperiale, continuavano fino al 24 conglobando altre feste. Durante quei giorni, come in ogni periodo di caos rituale, le persone si scambiavano i ruoli: ad esempio i padroni servivano gli schiavi. Inoltre, si permetteva il gioco d’azzardo. Questo era proibito durante il resto dell’anno. Ma diventava un atto rituale quando Saturno svolgeva la sua funzione rinnovatrice: egli distribuiva le sorti agli uomini per il nuovo anno. Sicché la fortuna del giocatore non era legata al caso ma al volere della divinità.

Per questo motivo, durante i Saturnali, si giocava con la tavoletta, una specie di dama su cui si muovevano minuscole quadriglie d’avorio a imitazione degli spettacoli del circo. Si giocava anche ai “calculi”, trentadue pedine d’avorio o vetro o metallo, distinte per il colore in due gruppi. Si doveva evitare che la pedina restasse circondata e, quindi, catturata. Il ricordo sbiadito di quei giochi è l’attuale tombola che si usa nel giorno del Natale.

Oggi, i riti carnascialeschi dei Saturnali sono scomparsi. A meno che non si voglia individuare qualche tenue legame con l’attuale veglione di Capodanno. Viva è, invece, rimasta l’usanza delle strenne che i Romani offrivano al sopraggiungere del solstizio d’inverno. Le strenne erano costituite da rametti di una pianta propizia che si staccavano da un boschetto sulla via Sacra. Un boschetto consacrato a una dea di origine sabina, Strenia, apportatrice di fortuna e felicità. Poi, un po’ alla volta, si chiamarono “strenae” anche doni di vario genere e addirittura monete.

La “strena” è dunque l’antenata dei regali di Natale, detti appunto strenne, e anche delle mance natalizie.

Un altro rituale proprio dei popoli primitivi, è costituito dai cosiddetti ceppi o fuochi di Natale: un rituale che tende a simulare il ritorno della luce e del calore. Esso è ancora presente in alcune aree della nostra tradizione popolare. E simboleggia il tentativo di incatenare, per così dire, il sole e costringerlo a un ritorno forzato sulla terra.

Più tardi, quando l’antica società matriarcale fu sostituita da quella patriarcale, a un’angoscia collegata alla morte della natura subentrò un’angoscia associata al tempo storicamente inteso, vissuto come esperienza di sciagure, di guerre, di calamità naturali e imprevedibili.

A una tale epoca si possono far risalire certi rituali, propri del periodo natalizio, tendenti ad annullare il tempo nella sua dimensione storica. Di questi rituali si può intravedere qualche traccia, ormai sbiadita, nell’usanza di tagliare a pezzi il capitone o l’anguilla e nel consumo dei tipici struffoli o del “sesamiello”, dalla caratteristica forma serpentina. Insomma, una sorta di rottura simbolica del tempo che, dopo essere stato consumato e cancellato, viene rigenerato in un tempo completamente nuovo. In esso tutti rinascono a una vita non più basata sul privilegio e la discriminazione.

A ben vedere, il Natale vuol essere proprio questo: una specie di sospensione del quotidiano, quasi un arresto momentaneo del normale ritmo di vita, per lasciarci scuotere fino in fondo dai nostri tormenti, dalle nostre angosce, dalle nostre paure, ed essere pronti per una stagione di speranza, di risveglio, di rinascita.

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