Visioni

La forza dell’interdipendenza europea

Alfonso Pascale

Il governo di Mario Draghi si caratterizza non solo per avere il sostegno di una maggioranza pro europea ma anche per l’estensione di tale maggioranza alla quasi totalità delle forze politiche. Un esito per niente scontato se si guardano i risultati inquietanti delle elezioni politiche del 2018.

In quelle consultazioni, sovranisti e populisti erano riusciti a intercettare una domanda composita di riconoscimento proveniente da estesi ambiti sociali e territoriali che si auto-percepiscono esclusi dai processi di globalizzazione. E l’avevano incanalata contro le élite e contro il processo di integrazione europea.

Ma vediamo con ordine cos’è avvenuto.

La maggioranza parlamentare emersa dalle elezioni del 2018 aveva dato vita al primo governo anti europeo dell’Italia repubblicana. Il contratto concordato tra i due partiti (Movimento 5 Stelle e Lega) che formarono il governo Conte I prevedeva che l’Italia si impegnasse a rivedere i Trattati europei in direzione anti sovranazionale. In particolare, quel contratto affermava che la causa dei nostri problemi economici fosse l’appartenenza all’Eurozona, al punto da prevedere l’indizione di un referendum popolare per decidere se confermarla o meno. Dopo un anno di spallate al sistema economico e monetario europeo, il governo Conte I dovette però prendere atto del fallimento delle sue iperboli anti europee.

L’interdipendenza europea e i suoi vincoli esterni ed interni sono talmente forti che è impossibile governare contro di essi. L’uscita dall’Eurozona avrebbe implicato una distruzione di ricchezza inaccettabile per l’economia nazionale. Una nuova maggioranza pro europea nacque, dunque, come risposta ad uno stato di necessità. Con il governo Conte II, l’Italia è rientrata nel sistema decisionale europeo, un rientro rivelatosi congeniale con la necessità di una risposta sovranazionale alla pandemia. Ci siamo così trovati in una collocazione opportuna nel definire con gli altri partener europei il programma di Next Generation Eu, che ci consentirà di beneficiare di 209 miliardi (a cui occorre aggiungere i fondi del programma di contrasto alla disoccupazione, della Banca europea degli investimenti e magari del cosiddetto Mes sanitario, oltre quelli del budget europeo), tutto ciò nel contesto di una politica monetaria espansiva.

Tuttavia, il governo Conte II si è trovato impreparato a programmare la gestione di quei fondi in coerenza con la logica europea con cui verranno allocati. Le sfide della post pandemia non potevano essere affrontate da un governo incapace di formulare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e attrezzare la struttura tecnica per gestirlo.

Nel frattempo, il quadro mondiale è molto cambiato. Negli Usa si è interamente compiuta la parabola del trumpismo. In Eurasia si è fortemente appannata l’immagine di Putin, del cui regime è ora più evidente il carattere aggressivamente autoritario in casa e la grave debolezza esterna. L’intreccio tra emergenza climatica, pandemia, crisi del sistema del commercio internazionale e Brexit hanno contribuito a far maturare nell’UE la consapevolezza dell’impossibilità di affrontare i problemi maggiori se non con un governo di dimensioni sovranazionali. Per merito di Merkel e Macron, l’UE ha saputo imprimere una forte accelerazione al processo di integrazione tra i propri Stati-membri. Tutto questo spiega la perdita di appeal, in casa nostra, delle parole d’ordine sovraniste.

Il governo Draghi costituisce, nello stesso tempo, la risposta all’esigenza di far fronte al vuoto politico e organizzativo creato dal governo Conte II e l’opportunità di inserire l’Italia con un ruolo di protagonista in un quadro europeo e internazionale fortemente dinamico, che vede i sovranismi e i populismi attraversati da una profonda crisi e il processo di integrazione europea suscettibile di ulteriori sviluppi.

Il governo Draghi si è dotato delle capacità tecniche necessarie per disegnare e implementare un efficace Pnrr. Si è costituito un “recovery cabinet” fatto di ministri con le competenze e la visione per trasformare i fondi europei in investimenti e riforme. Inoltre, il governo Draghi ha consentito di allargare la maggioranza pro europea del Parlamento, condizione indispensabile per dare continuità al Pnrr. Quest’ultimo dovrà essere presentato alla fine di aprile a Bruxelles, ma la sua realizzazione si estenderà per il periodo 2021-26. Così, la larga maggioranza lo metterà al riparo dall’esito delle nostre prossime elezioni politiche, previste formalmente nel 2023. Chiunque vincerà, avrà interesse a rispettare le linee di un Pnrr che aveva precedentemente approvato.

L’interdipendenza europea ci consente di beneficiare di enormi risorse, ma ci richiama ad assumere anche grandi responsabilità. Il governo Draghi è l’occasione per conciliare l’Italia con l’interdipendenza europea. La struttura materiale del Paese, nella larga maggioranza dei suoi interessi economici e sociali, è incardinata in quella interdipendenza. Vi è, dunque, tra la destra e la sinistra nazionaliste uno spazio politico enorme in cui nuovi soggetti politici e chiare visioni programmatiche e valoriali, proprio perché compatibili con la costituzione materiale dell’interdipendenza, potrebbero finalmente stabilizzare politicamente il Paese e dare sisposte efficaci alla domanda composita di riconoscimento di quelle aree sociali e territoriali che si auto-percepiscono escluse dai processi di globalizzazione.

Nel ricevere la fiducia del Parlamento, Mario Draghi diventa anche membro del Consiglio europeo (che dà all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali; non esercita funzione legislativa) e del Consiglio (che esercita, congiuntamente al Parlamento, la funzione legislativa e la funzione di bilancio).

È, dunque, giunto il tempo per superare quella “soluzione incompleta”, come Draghi definiva otto anni fa, in un discorso rivolto agli studenti e docenti dell’Università Bocconi di Milano, l’introduzione della moneta unica. E per far partire, adesso, la riforma non più rinviabile dei Trattati e completare la democrazia dell’Unione Europea.

Tra otto mesi finisce il mandato di Angela Merkel e tra un anno Emmanuel Macron assumerà per sei mesi la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea e subito dopo affronterà le elezioni politiche.

Per una serie concatenata di circostanze, frutto anche dell’interdipendenza, di fatto toccherà a Draghi prendere in mano il timone della Integrazione europea e dare finalmente gambe ad una sovranità democratica oltre lo Stato nello scacchiere globale.

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