Visioni

La Xylella uccide la memoria di un luogo, e non si può stare a guardare

Chiara Di Modugno

Dei danni dovuti alla Xylella, fino a pochi giorni fa, avevo solo visto alcune foto.

Certo, ho letto molti articoli e ascoltato interventi in merito, ma se parliamo delle conseguenze visibili non ero mai andata oltre a delle immagini immortalate da altri occhi.

Ma quest’anno ho trascorso le mie vacanze estive in Puglia, nel Salento, e lo scenario che, scendendo dalla provincia di Bari fino a quella di Lecce, stava pian piano riempiendo i paesaggi, è stato per me motivo di angoscia.

Il termine “angoscia” credo sia quello che più di tutti riassuma l’insieme di sensazioni che hanno iniziato a palesarsi dall’incontro con questa crudele realtà, e non solo per via degli ulivi spogli, svuotati, mangiati della loro anima.

Quello che ho imparato, sia dai racconti del direttore di Olio Officina, Luigi Caricato, o in altri contesti, è che la Xylella è un problema, sì, ma molti ambientalisti e complottisti ne hanno dapprima negato l’esistenza, salvo poi opporsi alle eradicazioni e in seguito vilipendere e deridere gli scienziati, facendo intendere che il batterio sia stato introdotto di proposito.

Le dure opposizioni da parte di queste associazioni hanno impedito l’eradicazione di alberi infetti: l’essere contrari all’abbattimento di pochi ulivi ha fatto sì che milioni si ammalassero e morissero.

Non sono un’agronoma, e la mia formazione non proviene da un settore affine.

Le mie considerazioni non affrontano questa realtà da un punto di vista scientifico, ma si limitano a riportare dei fatti accaduti e le riflessioni che ne conseguono.

Andare in Puglia mi ha dato modo di comprendere da vicino la sofferenza di chi, tra gli ulivi, ha costruito la propria vita.

Mentre alloggiavo in un campeggio poco distante da Otranto, la proprietaria di quel paradiso verde a ridosso del mare, mi ha raccontato la storia di quel luogo, di come il padre abbia visto crescere le piante di ulivo, di come le abbia curate, del loro olio che hanno sempre servito al ristorante.

Oggi, questi ulivi combattono con la Xylella che sta portando via la memoria e tutto l’amore, la passione, messi da quell’uomo e dalle generazioni che lo hanno susseguito.

Ecco cosa è capace di fare questo batterio: cancella. Cancella luoghi e persone, e lo fa con una tale violenza che mi domando come sia possibile non riconoscerne la gravità, come sia possibile non voler intervenire.

Eradicare degli alberi infetti non significa agire secondo ciò che muove la deforestazione, il fine ultimo non è lo stesso. Si tratta di salvaguardare le piante che ancora non sono state intaccate dal batterio ma, come detto in precedenza, purtroppo i rallentamenti hanno portato alla morte di un numero spaventoso di ulivi.

E a cosa sarebbe servito? Come si può sostenere che questi impedimenti siano stati in qualche modo funzionali alla risoluzione di un problema di questa portata?

Mentre scrivo mi accorgo di essere mossa da un gran dolore e da una forte rabbia dovuti alle incongruenze tra ciò che ha spinto le associazioni ad agire secondo questa ottica e quanto, in realtà, siano riuscite ad ottenere.

Perché quei paesaggi che ho ammirato incredula sono il frutto di una grandissima mancanza di conoscenza sull’argomento, dove le opposizioni non poggiavano su nessuna base capace di sorreggerle.

Oltre all’aumentare delle zone contagiate, un’altra conseguenza delle eradicazioni non effettuate è la presenza di incendi.

Alcuni volontari, altri, invece, si sono palesati per via delle terre abbandonate e non più curate, lasciando che il caldo e altri fattori ambientali facessero il proprio corso senza nessun impedimento da parte della mano dell’uomo.

La Puglia sta assistendo alla perdita di un patrimonio paesaggistico e storico dal valore inestimabile.

Le produzioni di olio e di olive da mensa stanno risentendo da anni dei mancati interventi o di interventi non sufficienti.

Bisogna rimuovere gli alberi malati e piantare nuove vite, lasciare che crescano e siano il più produttive possibili, ma quello che occorre è anche saper rispondere allo scenario attuale servendosi della ricerca e di ciò che è capace di offrire.

L’agronomo Giovanni Melcarne ci parla di nuove cultivar frutto di incroci, di sperimentazioni possibili grazie alle varietà che si sono dimostrate resistenti al batterio.

In quei laboratori, in quegli studi, vi è tutta la voglia e la forza di far rinascere e ripartire un intero settore, ma deve esserci la volontà da parte di tutti i soggetti coinvolti, ci deve essere un impegno condiviso che abbia come scopo una nuova visione del comparto e delle possibilità che solo la ricerca è capace di offrire.

Ogni distesa che presentava delle nuove e giovanissime piante, ammetto, lasciava in me tanta speranza.

Così piccole, così fragili, però lì, con un compito ben preciso e per nulla facile: restituire a questa regione e ai suoi abitanti ciò che è stato portato via.

Investire in nuove soluzioni, in tecnologie che guardino all’ambiente e al benessere dell’ecosistema deve essere il punto da cui partire.

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