Economia

Italia del cibo, e non solo, in (s)vendita

Ormai siamo abituati a parole forti, e così Eurispes cerca di dare fiducia al Paese ricorrendo a espressioni come “Outlet Italia”. Per carità, non è che si dica il falso: stiamo perdendo i marchi più prestigiosi. Ma è la legge del mercato: c’è chi vende e chi acquista. Si tratta di uno studio sulle criticità del momento storico che stiamo attraversando

Olio Officina

Italia del cibo, e non solo, in (s)vendita

Piaccia o meno, la realtà è quella che stiamo vivendo. Ci sono alti e bassi nella storia di un Paese, l’Italia non sta vivendo i suoi anni migliori. Qualcosa si sta sgretolando, e sarebbe bene interrogarsi sui motivi.

Intanto Eurispes insieme con Uil Pubblica Amministrazione offre unaffresco sulla situazione delle aziende simbolo del nostro glorioso made in Italy. Ci si è accorti che stiamo perdendo pezzi, ma in realtà non è da poco che questo avviene. Per restare nell’ambito dell’agroalimentare, questa perdita di italianità non è recente, semmai si sta intensificando nel corso degli ultimi anni.

La situazione è allarmante? Forse, ma nessuno si interroga sui perché di questa progressiva perdita di identità italiana, e sulle eventuali responsabilità per quanto si sta verificando. Accade di tutto ormai, accade per esempio che si vada contro le aziende nostrane, costringendole a volte a mettersi sulla difensiva, e così succede pure che dopo averle bastonate per bene, si pianga il trasferimento della proprietà delle medesime aziende. Forse è il sistema Paese che è malato, più che gli imprenditori. Quest’ultimi interpretano i segni del mercato e si adeguano di conseguenza.

Vi lasciamo alla lettura della nota stampa, invitandovi a leggerla con estrema attenzione, poiché, nonostante sia redatta da persone professionalmente sicuramente capaci, non sempre vengono riportate notizie esatte e aggiornate. Tanto per fare un solo esempio, nel caso specifico dell’olio, la proprietà di olio Dante è tornata a essere italiana già da tempo.

OUTLET ITALIA. CRONACA DI UN PAESE IN (S)VENDITA

Vendute, ricomprate, spesso passate da una proprietà all’altra, da un paese all’altro. È la storia di molti marchi d’eccellenza nati in Italia, ma che di italiano oggi hanno ben poco. Lo studio sulla vendita di aziende simbolo del Made in Italy, che Uil Pubblica Amministrazione ed Eurispes hanno deciso di realizzare consapevoli della criticità del momento storico nel quale viviamo, vuole stimolare l’attenzione e la riflessione del sistema politico e istituzionale su un tema forse per troppo tempo trascurato ma che sarà decisivo per il futuro stesso del nostro Paese.

Sono state identificate quelle aziende fondate in Italia, simbolo della nostra migliore produzione artigianale e che hanno vissuto momenti di successo e di crisi, fino a cambiare proprietà e bandiera. Un database che raccoglie una selezione di 130 importanti marchi che soprattutto negli ultimi 20 anni per motivazioni differenti hanno registrato cambiamenti nella proprietà.

La lettura dei dati raccolti nel database è affrontata prendendo in considerazione le quattro macro aree del Made in Italy: alimentare-bevande (43), automazione-meccanica (16), abbigliamento-moda (26) e arredo-casa (9); sono state registrate altre 36 aziende nella categoria “altro”, riguardanti i comparti della chimica, edilizia, telecomunicazioni, design, energia e gas, ecc.

«Molte delle nostre migliori realtà imprenditoriali – spiega Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes – sono state schiacciate dalla congiuntura economica negativa, unita all’iperburocratizzazione della macchina amministrativa, a una tassazione iniqua, alla mancanza di aiuti e di tutele e all’impossibilità di accesso al credito bancario. L’intreccio di tali fattori ha inciso sulla mortalità delle imprese creando una sorta di mercato “malato” all’interno del quale la chiusura di realtà imprenditoriali importanti per tipologia di produzione e per know-how si è accompagnata spesso a una svendita (pre o post chiusura) necessaria di fronte all’impossibilità di proseguire l’attività.

L’afflusso di capitali esteri nel nostro Paese non è quindi avvenuto secondo le normali regole di mercato e le aziende si sono dovute piegare a una vendita “sottocosto” rispetto al loro reale valore. E per quanto ci si sforzi di imputare al mercato globalizzato tutte le colpe di una simile situazione, è ormai chiaro che qualcosa non quadra e che i conti di certo non tornano. Come non torna l’assenza dello Stato e della politica e, insieme, di quella classe dirigente generale che non ha preso una posizione forte rispetto al progressivo sfaldamento della nostra economia preferendo un atteggiamento silenzioso, e per questo in qualche modo complice. Nonostante si parli ormai da anni della vendita a prezzi stracciati del “prodotto Italia”, infatti, nessuno ha mai voluto davvero dire la verità e cioè che nulla è stato fatto per contrastare lo stato delle cose.

In più, occorre sottolineare come si assista di frequente a un’altra deriva particolarmente preoccupante. Spesso le nostre aziende vengono acquistate da altre aziende di paesi stranieri, vengono svuotate dei macchinari e del know-how, e mai riaperte. Anzi – aggiunge il Presidente dell’Eurispes – un’azienda può vivere la strana condizione di soggetto “perennemente sul mercato” poiché la proprietà passa da un’azienda all’altra, da una società all’altra, da un paese all’altro, in un giro vorticoso che lascia quanto meno perplessi dal punto di vista della trasparenza. D’altra parte, in un mercato globalizzato all’interno del quale la lotta diventa ogni giorno più dura e senza esclusione di colpi, la concorrenza non si fa più solo attraverso l’innovazione di processo e di prodotto, ma anche o forse soprattutto, attraverso l’eliminazione dell’avversario diretto acquistandone l’azienda e dismettendone la produzione».

«All’interno di un sistema finanziario sempre più immateriale e senza patria – sottolinea Benedetto Attili, Segretario Generale UIL-PA – diventa ancora più arduo ricostruire l’origine e i percorsi dei capitali impiegati così come dei vari interessi a essi riconducibili. È certo però che questi interessi, il più delle volte, non corrispondano a vere vocazioni imprenditoriali, ma siano organizzati secondo la logica del massimo profitto.
La svendita della nostra rete produttiva quindi ci impoverisce sia dal lato economico – poiché siamo costretti giocoforza a vendere a un prezzo inferiore rispetto a quello reale – sia per la perdita di asset immateriali, a volte di difficile quantificazione economica, perché vengono meno la tradizione, l’esperienza e la storia insita in ciascuna delle aziende di cui ci priviamo. In questo senso, va ricordato che la nostra imprenditoria è fatta di imprese, costruite nel corso degli anni esaltando il concetto di qualità. Non solo. Accanto a questi problemi non si può tacere sulla condizione nella quale versano migliaia di lavoratori che si ritrovano in cassaintegrazione e, probabilmente invano, attendono la possibilità di un reintegro a ogni nuovo cambio di proprietà. E neanche è più possibile sottacere il dramma di quanti si sono trovati improvvisamente senza lavoro e senza alcuna tutela. Sempre sul versante dell’occupazione – conclude il Segretario Generale UIL-PA –, quello che può accadere è purtroppo che, rilevata un’azienda che prima produceva in Italia, si trovi più conveniente delocalizzare la produzione in paesi con minor costo del lavoro, meno barriere burocratiche, ma anche normative assai diverse dalla nostra sia sul piano della sicurezza sul lavoro sia su quello della tutela della salute dei consumatori. Le conseguenze di ciò sono ben note: perdita di posti di lavoro, di personale specializzato e, inevitabilmente, abbandono degli standard di qualità del prodotto».
Di seguito alcuni esempi della storia delle più importanti aziende italiane vendute all’estero.

GUSTO ALL’ITALIANA: IL SETTORE AGROALIMENTARE

Unilever. È nel 1974 che la Unilever, multinazionale anglo-olandese, attualmente quarta azienda del largo consumo in Italia con un giro d’affari di 1,4 miliardi acquisisce la Algida, fondata a Roma nel 1945 da Italo Barbiani, attualmente una delle eccellenze del portafoglio di marchi della multinazionale. Sempre nel settore dei gelati acquisisce la Sorbetteria Ranieri, ormai chiusa da 10 anni. Ma la Unilever acquista nel corso degli anni marchi storici italiani anche in altri settori del mercato alimentare: nel settore del riso acquisisce la Riso Flora, azienda specialista del Riso Parboiled nata sul finire degli anni Sessanta; nel settore dell’olio invece acquista nel 1993 la Bertolli, azienda alimentare fondata nel 1865 a Lucca specializzata nel settore dell’olio d’oliva, in seguito ceduta al Gruppo spagnolo Deoleo SOS; infine, nel settore confetture e conserve acquisisce la Santa Rosa, azienda nata a Bologna nel 1968 produttrice di confetture e conserve di pomodoro, la quale tuttavia ritorna ad essere italiana insieme a Pomodorissimo nel 2011, grazie alla loro acquisizione da parte di Valsoia, società bolognese fondata nel 1990 specializzata nella produzione di alimenti vegetali e salutistici.

Kraft Foods. La più grande azienda alimentare dell’America settentrionale e la seconda multinazionale alimentare al mondo, acquista inizialmente diverse realtà italiane del settore lattiero-caseario: nel 1984 l’azienda Fattorie Osella, nata nel 1925 presso Caramagna in Piemonte e nel 1985 il marchio Invernizzi, rivenduto nel 2003 alla francese Lactalis. Successivamente, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, acquisisce diverse aziende fondamentali nei settori dei salumi e della pasta: la Negroni, azienda cremonese produttrice di salumi fondata a Cremona nel 1907, il marchio Simmenthal, fondato nel 1923 a Monza, e il Gruppo Fini, fondato a Modena nel 1912 specializzato nella produzione di pasta ripiena e salumi. In seguito, ognuna di queste tre società tornerà ad essere italiana. La Kraft nel 1992 infatti acquista la Splendid, marchio di caffè espresso fondato a Torino nel 1969 presso la torrefazione Società Generale del Caffè, già rilevata nel 1972 dall’americana Procter&Gamble; nel 2007 acquisisce la Saiwa, marchio alimentare fondato a Genova nel 1900 specializzato in cracker, patatine e biscotti, dopo che era passata sotto il controllo della multinazionale americana Nabisco nel 1965 e successivamente, nel 1989, del francese Gruppo Danone.

Nestlé. L’azienda svizzera, la più grande al mondo nel settore alimentare, amplia la sua presenza in Italia già nell’immediato dopoguerra acquistando nel 1948 la Maggi, nota per i dadi e l’omonimo brodo, mentre nel 1961 acquisisce la Locatelli, azienda di prodotti caseari nata nel 1860 e rivenduta alla Lactalis nel 1998, e La Gragnanese, azienda specializzata nella produzione di conserve vegetali. Nel 1988 acquista il Gruppo Buitoni, quattro anni dopo essere passato sotto il controllo della CIR di De Benedetti. Per quanto riguarda il settore dolciario, fondamentale è l’acquisto nel 1988 della Perugina, nata a Perugia nel 1907, marchio storico di prodotti dolciari italiani conosciuto in tutto il mondo grazie soprattutto al famoso Bacio Perugina. Nel settore della salumeria acquisisce Vismara, nata a Casatenovo nel 1898 e specialista del prosciutto cotto e del prosciutto crudo stagionato. Le acquisizioni continuano nel settore dell’olio d’oliva con l’inglobamento della Sasso, azienda nata a Oneglia nel 1860, la quale, dopo essere passata alla Nestlé, torna ad essere italiana nel 2003 con la sua acquisizione da parte dell’azienda ligure Minerva Oli S.p.A., la quale però diventerà spagnola nel 2005 perché acquistata a sua volta dalla Deoleo, mentre nel settore della pasta la Nestlé acquista Pezzullo, il pastificio nato a Eboli nel 1940, ma anch’esso come la Buitoni viene acquisito dal Gruppo TMT nel 2005. Nel settore dei sughi e delle conserve la più importante acquisizione da parte della Nestlé è quella riguardante la Berni, azienda specializzata nella produzione e nella grande distribuzione di mostarde, di vegetali sottaceto e di aceti speciali a marchio Louit Frères, sottoli, salse, sughi, passate, e della nota linea di prodotti Condiriso, Carciofotto e Condipasta. Nel 1993 la Nestlé acquisisce tramite privatizzazione la Italgel, azienda italiana nata nel 1960 e specializza nel settore della pasticceria e alimenti surgelati, proprietaria dei marchi Gelati Motta, Valle degli Orti, Surgela, la Cremeria, Maxicono, Marefresco, Voglia di Pizza, Oggi in Tavola, Antica Gelateria del Corso, il Gruppo Dolciario Italiano e il marchio Alemagna, i quali torneranno nel 2009 ad essere italiani con il loro acquisto da parte della Bauli. Infine, nel 1998 è il turno del settore bevande, e quindi della Sanpellegrino, azienda nata nel 1899 a San Pellegrino Terme e specializzata nella produzione di acqua minerale e bibite analcoliche, acquisita insieme ai suoi marchi Levissima, Panna, Recoaro, Pejo, San Bernardo, la Claudia.

Bsn-Gervais-Danone. Durante gli anni Ottanta e Novanta la Kraft e la Nestlé anche il Gruppo francese Bsn-Gervais-Danone acquisisce marchi importanti dell’industria alimentare italiana come la Saiwa, la Galbani, acquisita nel 1989 e rivenduta nel 2002 al fondo di private equity BC Partners che a sua volta la cede al Gruppo francese Lactalis nel 2006; il marchio Agnesi, il più antico pastificio d’Italia nato nel 1824 nella provincia di Imperia, progressivamente inglobato dalla Bsn-Gervais Danone tra gli anni Ottanta e Novanta per poi essere riacquistato nel 1999 dal Gruppo italiano Colussi. Il settore maggiormente interessato dalla politica di acquisizioni aziendali della Bsn-Gervais Danone è quello delle bevande analcoliche: nel 1987 il Gruppo francese acquisisce il Gruppo Sangemini-Ferrarelle, comprendente i marchi Sangemini, Ferrarelle, Fabia, Boario, Fonte di Nepi.

Sperlari. Nel 1982 la Pernigotti cede la Sperlari alla multinazionale statunitense Heinz, che nel 1993 la cede a sua volta alla Hershey Foods Corporation. Nel 1997 la Sperlari viene nuovamente venduta alla finlandese Huhtamaki OYJ e nel 1999 passa all’olandese CSM NV. Attualmente la Sperlari, insieme alle italiane Saila, Dietorelle, Dietor e Galatine, fa parte della Leaf Italia S.r.l., società controllata dall’olandese Leaf International BV, azienda leader del mercato delle caramelle in Svezia, Olanda, Finlandia e Belgio e al secondo posto in Norvegia, Danimarca e Italia.

Martini & Rossi. Nel 1993 il Gruppo Bacardi, produttore e distributore statunitense di alcolici, soprattutto rum, acquisisce la Martini & Rossi, azienda fondata nel 1863 a Torino, leader nel settore italiano di aperitivi e spumanti e famosa in tutto il mondo per i suoi prodotti che vanno dal vermut ai vini liquorosi, dallo spumante al gin, dal calvados al cognac e alla vodka, dando vita al Gruppo Bacardi-Martini.

Cinzano. Nel 1992 la Cinzano, azienda produttrice di alcolici specializzata in vermouth e spumanti con origini antichissime, risalenti al 1568, viene acquistata dalla “International Distillers Vintners” del Gruppo americano Grand Metropolitan, tornando italiana nel 1999 con il Gruppo Campari.

Vecchia Romagna. Anche il marchio Vecchia Romagna passa nelle mani della Grand Metropolitan durante i primi anni Novanta, ma anch’esso tornerà ad essere italiano, entrando a far parte dal 1999 del Gruppo Montenegro.

Caffarel. Nel 1997 la svizzera Lindt&Sprüngli, multinazionale specializzata nella produzione di cioccolato di lusso, acquisisce la Caffarel, azienda dolciaria fondata nel 1826.

Stock S.p.A. Nel 1995 la Stock, storica azienda triestina di liquori e distillati nata nel 1884, diventa di proprietà della tedesca Eckes AG, società leader in Germania nella produzione e distribuzione di alcolici e succhi di frutta. Successivamente, nel 2008 la società tedesca cede la Stock al fondo di investimento statunitense Oaktree Capital Management, che comunica nel 2012 la chiusura dello storico stabilimento triestino dell’azienda per trasferire la produzione nella Repubblica Ceca.

Lactalis. La multinazionale francese Lactalis, gruppo industriale operante nel settore lattiero-caseario, con le acquisizioni dell’ultimo decennio è riuscita a raggiungere una posizione di quasi monopolio nel settore lattiero-caseario italiano. Già nel 1998 la multinazionale francese inizia la scalata del settore comprando la Locatelli dalla Nestlé; sempre dalla Nestlé, acquista nel 2003 la Invernizzi; nel 2005 acquista la Cademartori, uno dei marchi più antichi tra i formaggi italiani, da un altro grande Gruppo francese, Fromageries Bel, entrato in possesso dell’azienda nel 1994, diventando così in quegli anni il secondo operatore del settore in Italia dopo la Galbani. Ma proprio l’anno successivo all’acquisizione della Cademartori, nel 2006, la Lactalis ingloba anche la Galbani, ceduta dal fondo di private equity BC Partners; infine, nel 2011 conquista l’83% dell’intero Gruppo Parmalat diventando così leader mondiale nel settore dei latticini con un fatturato di 14,7 miliardi di euro, superando la Nestlé (10 miliardi) e la Danone (9,7 miliardi).

Deoleo S.A. Anche l’azienda spagnola Deoleo S.A. è molto attiva negli anni Duemila, tanto che le acquisizioni di questo periodo le permetteranno di raggiungere una quota fondamentale del mercato dell’olio d’oliva a livello mondiale, pari al 22%, e una posizione dominante nel mercato italiano, con una quota del 50% nel settore dell’olio d’oliva e del 33% in quello extravergine: nel 2005 il Gruppo spagnolo acquisisce la Minerva oli S.p.A. e quindi il prestigioso marchio Sasso; nel 2006 la Carapelli, dal 2002 in mano ai fondi di investimento italiani B&S Private Equity Group, Arca Imprese Gestioni S.n.c. e Monte dei Paschi di Siena Venture; nel 2008 acquisisce il marchio internazionale Bertolli unitamente alle licenze per la produzione di olio e aceto balsamico e i marchi Maya, Dante e San Giorgio.

Birra Peroni. Nel 2003 la Birra Peroni S.p.A., nata a Vigevano nel 1846, comprendente i marchi Peroni e Nastro Azzurro, entra a far parte del colosso sudafricano SABMiller plc, tra i più grandi produttori di birra al mondo con oltre 200 marchi e circa 70.000 dipendenti in 75 paesi.

Scaldasole. Nel 2005 la Scaldasole, azienda simbolo della cultura biologica in Italia, in mani straniere già dal 1995 quando viene acquistata dalla statunitense Heinz attraverso la sua controllata Plasmon, azienda leader degli omogeneizzati e dei biscotti per neonati, viene comprata dal Gruppo francese Andros, il quale nel 2007 amplia ulteriormente la sua presenza in Italia acquistando anche Solo Italia, azienda nata negli anni Novanta e specializzata nel settore dei dessert freschi.

Star. Nel 2006 la Star, azienda alimentare brianzola fondata nel 1948 specializzata nella produzione di ragù e brodi e proprietaria di diversi marchi come Pummarò, Sogni d’oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo, Risochef, Mellin, viene acquistata dalla spagnola Gallina Blanca del Gruppo Agrolimen.

Italpizza. Nel 2008 la Italpizza, azienda modenese fondata nel 1991 e specializzata in pizza surgelata, viene ceduta alla multinazionale inglese del settore dei congelati Bakkavor Acquisitions Limited.

Delverde Industrie Alimentari. L’argentino Molinos Rio de la Plata, uno dei Gruppi alimentari maggiori del Sud America, leader nel settore della soia, acquista nel 2008 una quota di minoranza di Delverde Industrie Alimentari S.p.A, pastificio fondato nel 1967 presso Fara San Martino in provincia di Chieti, per poi rilevare nel 2009 il 99,5% dell’azienda italiana.

Eridania. Il 49% delle quote di Eridania Italia S.p.A., la più grande società saccarifera italiana fondata nel 1899 a Genova, viene acquistato nel 2011 dalla francese Cristalalco Sas, gruppo operante nel settore dello zucchero, dei prodotti alcolici, dell’alimentare e dei cosmetici.

Norcineria Fiorucci. Nel 2011 la Norcineria Fiorucci, azienda nata nel 1850 e specializzata in salumi, pasta, formaggi e aceto balsamico, dopo aver ceduto nel 2005 il 65% delle partecipazioni al fondo statunitense Vestar, viene venduta al Gruppo spagnolo Campofrio Food.

Ruffino e Gruppo Gancia. La Ruffino, azienda fondata nel 1877 e produttrice di vini di grande qualità esportati in tutto il mondo, vende progressivamente le proprie quote dal 2004 alla multinazionale americana Constellation Brands; il controllo del Gruppo Gancia passa invece nelle mani della multinazionale russa, leader nel mercato della vodka, Russian standard corporation.

Casa Nova. L’azienda vinicola Casa Nova presso Greve, tra Firenze e Siena, una delle 600 aziende socie (di cui, attualmente, due terzi sono di proprietà straniera occidentale e pochissime sono rimaste toscane) del Chianti Classico Gallo Nero, è acquistata da un imprenditore della farmaceutica originario di Hong Kong, che ha voluto mantenere segreta l’identità.

Secondo il Presidente dell’Eurispes: «Sembra che il nostro Paese faccia di tutto per negare il proprio valore e che a noi manchino il gusto e il piacere di sentirci italiani, sottovalutando quelle prerogative che ci distinguono. Si è esaurita la spinta che aveva consentito alle generazioni precedenti di trasformare un Paese arretrato, agricolo, in una moderna democrazia industriale, sia pure segnata da ritardi e contraddizioni. E nello stesso tempo, non siamo stati capaci di raccogliere l’eredità, consolidarne i risultati e utilizzarli come piattaforma per il raggiungimento di nuovi traguardi, per la messa a punto di un nuovo progetto. Abbiamo pensato, stoltamente, che si potesse vivere di rendita all’infinito in un mondo in continuo mutamento. E così ci siamo fatti trovare impreparati dalle nuove sfide economiche e dai cambiamenti epocali. Ma anche questo, se si guarda alla storia più o meno recente, è tipico del nostro Paese e della sua classe dirigente».
«Nonostante i problemi e le difficoltà, l’Italia continua a essere un grande incubatore di eccellenze e le nostre aziende, sia pure nuotando controcorrente, riescono a farsi valere anche in campo internazionale. Ma questa capacità, per quanto performante, deve essere accompagnata e sostenuta attraverso una serie di azioni che creino intorno alle nostre imprese le migliori condizioni di crescita, di sviluppo e di proiezione verso l’esterno.
Occorre – secondo il Segretario Generale della UIL-PA – una rete di servizi di qualità che, al di fuori di ogni spirito protettivo di carattere pubblico, ponga le nostre imprese nella condizione di potersi confrontare ad armi pari almeno con quelle degli altri paesi europei. Non si tratta quindi di immaginare una nuova “stagione assistenzialista” alla quale destinare risorse che, tra l’altro, neppure ci sono. Ma di rendere più efficiente la rete di servizi frammentata e autoreferenziale, che pure esiste a livello centrale e periferico, attraverso una profonda riforma che ne riqualifichi la prospettiva».

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