Economia

Il Km 0? Vale zero

Il localismo è un’aberrazione economica ed ecologica. Dietro vi è una grande componente ideologica ma, nonostante tale spinta, il km 0 è destinato a restare una nicchia. Le leggi dell’economia in un mercato libero non sono d’altra parte forzabili. I sindacati agricoli, pressoché parassiti del settore, lanciano il diktat del “piccolo è bello”, ma non c’è da illudersi. L’inconsistenza economica degli acquisti a “Km zero” è una realtà certa

Alberto Guidorzi

Il Km 0? Vale zero

Vi è il detto che “l’infermo è costellato di buone intenzioni”, ebbene l’iniziativa di rifornirsi di prodotti alimentari a “km 0” la possiamo assimilare ad una di queste. perché il localismo è un’aberrazione economica ed ecologica.

Per dare contenuto alle critiche immaginiamo uno scenario ipotetico.

In un paese della pianura padana vi è un agricoltore che produce della frutta e della verdura e la vende ovunque questa sia richiesta. Tuttavia, raggiungere i mercati non è facile e fa fatica a sopravvivere. Il suo sindaco, però, lo vuole aiutare e decide di favorire i produttori locali e l’agricoltore ne gode in quanto può vendere la sua produzione sia localmente che in altri mercati, per giunta il movimento ecologista locale trova l’iniziativa encomiabile, infatti la popolazione può mangiare frutta e verdura senza doverla far arrivare dal Sud dell’Italia ogni giorno via camion o addirittura dall’estero. L’iniziativa del sindaco trova consenso perché l’economia locale si sviluppa e l’agricoltore, aumentando i suoi guadagni, concorre a pagare più imposte locali e forse anche a ingrandire la sua impresa e assumere nuova manodopera. 

Evidentemente l’iniziativa è presto copiata anche da sindaci di altre zone, anzi questi, visto che hanno mense pubbliche da rifornire pensano bene di obbligarle a comprare frutta e verdura locali. Ammettiamo ora che il primo coltivatore vendesse parte della sua produzione proprio laddove altri sindaci hanno copiato l’iniziativa. È probabile quindi che il primo agricoltore perda tutte le vendite che faceva nei comuni dove l’iniziativa del suo sindaco è stata copiata. Ecco allora che questo comincia a riflettere ed è prefigurabile che l’entusiasmo iniziale per il km 0 cominci ad essere scalfito, anzi quando fa i conti si accorge che se prima i suoi 400 quintali di prodotto annuo li vendeva tutti, ora a causa della concorrenza un buon 20% gli rimane invenduto e non riesce a piazzarlo altrove perché anche qui si è sviluppato il km 0. 

Risultato individuale: invece di ingrandirsi l’azienda si ridimensiona! 

Il ragionamento fatto per il primo agricoltore è trasferibile anche ad altri agricoltori. Ecco che il risultato, se si generalizzasse molto il km 0, sarebbe che i produttori di frutta e verdura invece di ingrandirsi ridurrebbero la loro attività e qualcuno ci lascerebbe anche le penne. 

Risultato generale: tutti i produttori sarebbero perdenti!

Tuttavia, lo scenario reale ammette pure che vi siano produttori di frutta e verdura che non hanno aderito alla moda e non si siano lasciati irretire dalle “sirene ambientaliste” e quindi abbiano continuato a perseguire economie di scala ed escogitare strategie per penetrare meglio i mercati. Ebbene sarà inevitabile che le due categorie di imprenditori entrino in concorrenza e inevitabilmente i vincitori saranno i secondi in quanto hanno dalla loro la possibilità di praticare minori prezzi. La lotta è impari e, visto che calando le vendite l’unica possibilità è proprio quella di aumentare i prezzi della frutta e verdura a km 0, è logico che questi ultimi vengano messi ulteriormente fuori mercato. Certo la scelta del km 0 ha una grande componente ideologica e quindi un certo numero di consumatori preferiscono ancora comprare locale, ma altri consumatori, che come diceva mio padre sono sempre tentati dal tagliare a metà il calendario sperando che la fine del mese arrivi prima, proprio non ce la fanno a spendere di più. 

Risultato: il km 0 è destinato a restare una nicchia. Le leggi dell’economia in un mercato libero non sono forzabili!

Se poi subentrano fenomeni di guadagni di concorrenzialità di altri paesi esteri, appunto per scelte di politica agricola dissennata (e noi ne conosciamo un esempio lampante che è appunto quello per cui la politica, sotto la spinta dei sindacati agricoli ormai pressoché parassiti del settore, si è lasciata irretire dal diktat del “piccolo è bello” o “il biologico ed il biodinamico sono l’avvenire”, allora sono a repentaglio anche tutti i produttori nazionali di frutta e verdura più concorrenziali. Come risponde la politica se sopravvenisse un tale stato di cose?  Essa ricorre all’aumento delle sovvenzioni ed ai sostegni pubblici. La PAC concorre al reddito degli agricoltori per un 30%, mentre per gli agricoltori biologici e biodinamici si arriva ad un 45%. Se non fosse così il biologico/biodinamico si sarebbe già ridimensionato da un pezzo. 

Risultato collettivo: è perdente la produzione e pure la collettività sia a livello di consumatore che di contribuente!

Qual è la risposta invece che si sente diffondere a livello di media e soprattutto da parte dei politici (sempre sostenuti dai sindacati agricoli che in questo caso si comportano da lobby)? Eccola: “occorre mangiare italiano”. Solo che quanto detto prima per l’iniziativa del km 0 è perfettamente trasferibile ad un eventuale nuovo scenario “autarchico”, vale a dire che “se tu non compri del mio io non compro del tuo”.  Il mio dire è supportato da ciò che in realtà sta succedendo, vale a dire due accordi internazionali di libero scambio già siglati tra UE e Canada (accordo CETA) e tra UE e paesi dell’America del Sud (accordo MERCOSUR). Lo scenario autarchico ha poi un altro grave difetto che frena le innovazioni e la specializzazione nel produrre solo ciò che si sa fare meglio.  Vi immaginate se i trentini dovessero mangiarsi tutte le mele che producono per rincorrere il totem del km 0? Come mai stanno sparendo i fornai? Non certo perché i cittadini si fanno il pane in casa, ma perché sono sorte organizzazioni che mettono in ginocchio l’artigiano. Ricordiamoci che l’Impero Romano, tra le tante altre cause della sua decadenza, vi è anche il suo ripiegamento sull’autarchia.

 La foto di apertura è di Olio Officina

Iscriviti alle
newsletter