Economia

“Km 0” e “Circuiti corti”, le folli utopie ecologiste

Queste due formule che ci vengono “vendute” come virtuose, e oggi tanto in voga perché sostenute e rilanciate dalla politica, possono realmente vantare le tanto conclamate valenze ambientali e di convenienza per i consumatori? Possibile che non insegni nulla l’economista David Ricardo con la sua teoria dei costi comparativi?

Alberto Guidorzi

“Km 0” e “Circuiti corti”, le folli utopie ecologiste

Il “Km 0” può essere definito “dal produttore al consumatore” mentre per “circuito corto” si tratterebbe di avvicinare il più possibile il produttore al consumatore. Comunque, il risultato di ambedue è sempre un restringimento della scelta del consumatore e un aumento dei prezzi al consumo. Eppure, consumatori, produttori agricoli e comunità locali assegnano a questo modo di far giungere il cibo al consumatore finale valenze ambientali, quali un minor dispendio energetico e una minore emissione di CO2, che fanno molta presa sui media. Ma queste due prerogative prontamente accettate per intuito, sono dimostrate tramite analisi più approfondite?

Purtroppo non lo sono, in quanto non sempre prendono in considerazione tutti i fattori: uno di questi, è il mezzo di trasporto e il significato di “locale”. Certo, se si tratta di andare a piedi da un produttore di frutta e verdura e ritornare riforniti non ci piove che il risparmio sia evidente, ma se appena appena si tratta di fare 30 km in auto per comprare una decina di kg di verdura il discorso cambia, anche perché dal produttore sicuramente non trova tutta la varietà di verdura e frutta che desidera. Infatti, quest’ultimo produce solo ciò che il suo terreno è capace di produrre bene. Ad esempio, se il terreno del produttore è argilloso e compatto sicuramente non produrrà carote e quindi se si vogliono comprare carote occorrerà andare da un altro produttore distante ad esempio altri 20 km. Inoltre, poi dovrà andare al supermercato, a fare il resto della spesa.

Certo, si può ipotizzare che il consumatore opti per adattare il suo consumo alle disponibilità che trova, solo che questo non è un fatto generalizzabile in un regime di libertà e, pertanto, è un sistema che comunque non soddisfa la libera scelta del consumatore e noi ben sappiamo cosa capitava nei mercati dell’URSS dove vigeva il vecchio proverbio contadino che diceva “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”, che era poi anche l’anticamera delle penurie periodiche di cibo.

Circa il mezzo di trasporto è facile immaginare che una produzione ad esempio di agnelli nel Nord Europa, comportando trasporto sia delle pecore su pascoli lontani che dei mangimi quando gli ovini sono stabulati in inverno, sia molto più costoso in termini energetici e ambientali degli agnelli provenienti dalla Nuova Zelanda dove gli ovini vivono tutto il tempo negli stessi ampi pascoli, gli agnelli non sono ingrassati e poi una volta macellati sono trasportati in Europa tramite grosse navi frigorifere a pieno carico. Ora i 20.000 km via nave è stato dimostrato avere un impatto ambientale minore dell’allevamento ovino del Nord dell’Europa.  Se non ci si crede basta LEGGERE QUI  e QUI. Comunque, basterebbe osservare i mercati contadini che sono sorti per vedere che innanzitutto il produttore pretende di appropriarsi quasi totalmente dei costi dell’intermediazione, adducendo migliore qualità, sanità e fragranza, e che quasi mai obiettivamente ci sono. Insomma, il consumatore se riflettesse obiettivamente sul rapporto qualità/prezzo molti acquisti a Km0 non li farebbe.

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La politica ci “vende” il “circuito corto”come una panacea e lo definisce come una forma di produzione locale di cibo al fine di ridurre il più possibile le spese di trasporto tra produttore e consumatore, migliorare i contatti tra i due attori economici per favorire una discussione creatrice e procurare localmente del lavoro ad un massimo di persone; non solo ma si arriva alla demenza di volerlo imporre per legge.

Per fare un’analisi più stringente, possiamo ipotizzare di far coesistere solo tre figure: il produttore, l’intermediario e il consumatore. Evidentemente, se il circuito deve essere corto non ci possono essere più intermediari, ma uno solo, mentre ci possono essere più produttori e più consumatori. Ora queste tre figure hanno dei diritti e dei doveri:

 - il primo ha il diritto di scegliere la coltivazione del prodotto da vendere e di pretenderne un certo prezzo, ma per contro l’intermediario vorrà acquistare solo i prodotti che sa di vendere e limitatamente al prezzo che il consumatore accetterà di pagare. Dunque, come si vede, i diritti del produttore sono subito vanificati in quanto il suo acquirente è il solo e unico intermediario;

- il secondo ha diritti e doveri del consumatore, con in più il fatto che può ridurre il suo margine pur di vendere, ma solo se è riuscito a comprare bene;

- il terzo dovrebbe avere tutti i diritti, ma in realtà ha solo quello di rifiutarsi di acquistare i prodotti proposti dall’intermediario, ma non avendo altri da cui rifornirsi, o tira la cinghia o china la testa. Infatti, se vi fossero tanti intermediari significa che il circuito non è più corto, ma si allunga in funzione di un mercato più aperto.

Altra conseguenza è che il circuito corto (o locavorismosecondo la dizione anglosassone) esclude dalla disponibilità del consumatore tutto ciò che il produttore non ritiene di dover produrre o non può produrre, sempre perché non ha altri intermediari a cui rivolgersi. In altri termini gli sono preclusi i prodotti fuori stagione, quelli che si producono a latitudini diverse e soprattutto quelli ottenuti a costi più bassi.  

Possibile che non insegni nulla l’economista Ricardo, che aveva formulato la teoria dei costi comparativi? Essa diceva che se anche in una regione si fosse capace di produrre tutto di più e bene rispetto ad un’altra regione, gli agricoltori della prima regione avrebbero scelto di specializzarsi su ciò in cui spuntavano la migliore efficacia e avrebbero optato per il resto a fare scambi con altri. Ricardo dovrebbe essere studiato proprio da coloro che dicono che occorre “mangiare italiano”. Se non compriamo dagli altri credete voi che questi poi comprino da noi? Infatti, essendo noi deficitari di derrate, appunto, perché altri, godendo di condizioni migliori, si sono specializzati, se tutti pretendessero di mangiare italiano arriveremmo alla situazione che molti italiani avrebbero, di nazionale, solo il piatto vuoto (ma non è detto neppure per questo…).

Certo potremmo mettere a coltura i 4 milioni di ettari che sono stati abbandonati, ma prima di tutto dovremmo ripopolare tutto l’Appennino e poi, visto che la produttività sarà inferiore, faremmo pagare al consumatore italiano il sovrapprezzo che si dovrà pagare a chi coltiverà le balze delle nostre montagne.  

In altri termini, si può dire che si tratta di “rilocalizzare l’economia” (in questo caso l’agricoltura) e tendere all’autosufficienza alimentare in ambito locale, che, però, non assicura per nulla miglioramenti sul piano ecologico e anche, al limite, implica produrre meno, se gli scambi avvengono in un ambito locale ristretto, ma dato che fino a prova contraria si produce ancora all’aperto, si possono anche verificare penurie. I nostri vecchi accettavano le penurie di cibo, ma solo perché avevano dei limiti materiali che noi non abbiamo. Paradossalmente, se potessero vedere le bestialità che stiamo mettendo in atto, sicuramente direbbero: “ma abbiamo dei discendenti imbecilli!”.

Ora, secondo questa vignetta, il km 0 sarebbe stato inventato dai due primi umani, ma fin dal principio sappiamo che Adamo non è stato subito entusiasta...

La foto di apertura è di Olio Officina ©

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