Economia

Mille ettari per far ripartire l’olivicoltura italiana

L’impegno delle aziende di marca si sta traducendo in qualcosa di molto concreto e utile, in quanto attraverso l’esempio sarà possibile trainare le piccole imprese portandole verso una nuova visione olivicola. È il caso dei Monini, che per festeggiare i cento anni dalla fondazione, hanno deciso di scommettere su un piano decennale destinato a rivoluzionare il settore

Luigi Caricato

Mille ettari per far ripartire l’olivicoltura italiana

Qualcosa sta cambiano in Italia, sul fronte dell’olivicoltura. Lo scorso 26 maggio ero presente alla conferenza stampa organizzata via web dai Monini e con mia grande soddisfazione mi sono appuntato alcune riflessioni che ho deciso di condividere con voi.  Soddisfazione perché è da molti anni che insisto sulla urgenza di imprimere una svolta al settore, cosa che di fatto da qualche anno a questa parte sta per fortuna avvenendo. Solo che ora si va nel concreto, con investimenti seri. 

Ecco allora alcuni aspetti che vorrei mettere in luce. Intanto, quale utile premessa per quanti vogliano avere un riscontro dettagliato, invito a leggere quanto sviluppato a partire dalla cartella stampa riassuntiva, cliccando sul testo evidenziato in arancione: Per Monini si apre il decennio della sostenibilità.

Ebbene, a nome dell’azienda spoletina sono intervenuti Zefferino Monini, presidente e ad della Monini Spa, la sorella Maria Flora, che ricopre in azienda il ruolo di direzione immagine, comunicazione e relazioni esterne, e il direttore marketing Andrea Marchelli.

 

Maria Flora e Zefferino Monini

Maria Flora Monini evidenzia sin da subito l’identità dell’azienda, collocandola senza alcuna incertezza e in modo esaustivo in una definizione eraclitea: “siamo un’azienda grande, ma, come a me piace definirla, siamo anche un’azienda artigianale”. 

In un Paese diviso e conflittuale, qual è il nostro, questa definizione può apparire impropria per una realtà che vanta un fatturato di 144 milioni di euro (nel 2019), ma non è così.  A scanso di equivoci va precisato come non sia affatto una contraddizione, anche perché la materia prima di cui si dispone è l’oliva, che, essendo un frutto, non conosce un processo di “industrializzazione”, visto che si tratta di una mera estrazione di olio dal frutto, non c’è nulla che alteri la natura di quanto contenuto nell’oliva. 

“A guidarci è la passione”, ha detto; e non poteva essere diversamente, visto che il mondo dell’olio si regge proprio su questa passione, perché altrimenti, ragionando in termini strettamente economici, si chiuderebbe subito bottega per passare ad altro. Non è settore molto ricco, quello dell’olio, visto che il valore degli extra vergini non è riconosciuto né (senza alcuna responsabilità) dal consumatore, né (colpevolmente) dai buyer che immettono sugli scaffali il prodotto rendendolo un puro veicolatore di traffico.

Non entro nel dettaglio del progetto decennale dei Monini perché, come già riferito, trovate tutto nei contenuti della cartella stampa che abbiamo riportato. Mi soffermo invece su alcuni aspetti che ritengo centrali e significativi. 

L’Italia ha bisogno di figure di riferimento e in questo caso i Monini si assumono questo onere. Il presidente Zefferino non esita a dire che si tratta di “un progetto importante per un Paese che ha bisogno di produrre Pil”. 

Insomma, a essere chiari: nello stato attuale in cui versa l’olivicoltura italiana, o si investe o si chiude per cessata attività. Piantare nuovi olivi è l’unica strada possibile per cambiare prospettiva a un futuro che fino a ieri era piuttosto incerto. 

Dichiarare di voler impiantare nell’arco di dieci anni un milione di olivi non è soltanto una promessa che va mantenuta, ma un atto di coraggio che va riconosciuto.

Zefferino Monini l’ho molto apprezzato quando non ha esitato a esprimere valutazioni delicate, come per esempio quelle espresse nei confronti di Esselunga. La nota insegna, che pur si è distinta negli ultimi anni per aver dato grande spazio e rilievo agli oli di qualità e del territorio, ha estromesso dai propri scaffali il Bios di Monini, un biologico super premiato e dalla riconosciuta qualità. “Questa deriva verso l’olio da primo prezzo e in promozione – ha dichiarato Monini – non è un bene; e il nostro interesse ed entusiasmo verso il mercato nazionale si sta affievolendo. Ci fosse stata una sostituzione del nostro Bios con un altro extra vergine di pari grado, non sarebbe stato un problema, ma optare per oli di qualità inferiore non è comprensibile”.

Un altro aspetto che è emerso riguarda l’eventuale introduzione di una nuova categoria merceologica, di qualità superiore agli extra vergini comuni, con un valore nutraceutico riconosciuto da parametri ben definiti e rigorosi. A tal riguardo, si è fatto cenno all’importante scelta di aderire all’iniziativa del Ceq, il Consorzio di garanzia degli extra vergini di qualità. Un traguardo importante per le imprese che investono in qualità e giustamente vogliono che questa venga riconosciuta e anche certificata in maniera trasparente ed efficace. Presto arriveranno le prime bottiglie con il bollino Ceq, proprio a garanzia di questa qualità alta. 

Altro aspetto inoltre che è emerso, è il coraggio di ammettere che l’Italia debba cambiare passo e che una olivicoltura in futuro potrà esserci solo se si investirà puntando a una visione moderna. Le regioni centrali – Umbria, prima di tutto, ma anche Lazio, Marche e Toscana – saranno coinvolte negli investimenti dei Monini, anche se di fatto l’azienda è già presente, ormai da lungo tempo in Puglia, e nel sud si guarda in particolare alla Basilicata, regione che dispone di molta acqua e che in prospettiva futura tale risorsa sarà molto importante.

L’Italia ha bisogno di una svolta anche per altre ragioni, di ordine soprattutto culturale. Il coraggio nel manifestare la propria posizione, anche quando non incontra il favore generale degli addetti ai lavori, fa onore ai Monini, soprattutto quando affermano che l’olivicoltura intensiva è come tale un valore, e che anche per la coltivazione in biologico con un simile sistema di allevamento degli olivi risponde bene ed è efficace. Superare gli irrisolti pregiudizi consente di fare qual passo in avanti che l’Italia non ha avuto finora il coraggio di affrontare. Questa svolta è necessaria e le considerazioni di Zefferino Monini che non nasconde le ombre del settore meritano una seria riflessione. La difficoltà maggiore per una azienda è avere una politica commerciale più lineare, e le maggiori difficoltà consistono in un concetto di fondo che non è stato ancora acquisito. “È il concetto dell’impegno”, chiarisce Zefferino Monini. I produttori per loro natura non riescono a impegnarsi in una strategia comune che ripaghi tutti. “Non valgono i contratti, non si rispettano. Per un centesimo in più si vendono le olive al miglior offerente”. Ed è la verità che in pochi hanno il coraggio di riconoscere. I prezzi sugli scaffali risentono di queste politiche commerciali irrazionali e, soprattutto, della mancanza di una progettualità. Stringere degli accordi è fondamentale, quanto mantenere fede agli accordi. 

Infine, altro aspetto che è emerso, è la zavorra (il termine è mio) delle grandi associazioni agricole. Queste, ammette Monini, si sono impegnate per far confluire i denari dell’Unione europea su di loro, non portando con ciò alcun risultato utile, perché le OP, ovvero le Organizzazioni dei produttori, lavorano sostanzialmente per il proprio sostentamento, non per gli investimenti delle aziende in materia di olivicoltura. Vi sembrano di scarso rilievo queste prese di posizione? Ben vengano gli investimenti delle grandi imprese sul fronte dell’olivicoltura. Era proprio ciò che mancava al settore dell’olio, rispetto a quanto da decenni avviene invece sul fronte vitivinicolo. 

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