Economia

Ogni cosa scritta sull’olio

Restare informati su cosa accade all’estero è molto importante. Nella rassegna stampa internazionale di questa settimana si parla di Turchia, che vuole vendere il proprio olio senza dazi, ma anche del costante interesse del Perù e del Paraguay. Come pure sono utili i risultati di uno studio pubblicato dal Servizio ricerca del Parlamento Europeo, e la necessità di mantenere elevata l’immagine dell’olio di oliva quale prodotto di qualità

Mariangela Molinari

Ogni cosa scritta sull’olio

Spulciando tra la stampa internazionale dell’ultima settimana, sia su Olimerca sia su Daily News leggiamo che la Turchia rivendica la possibilità di vendere il proprio olio di oliva ai Paesi dell’Unione Europea senza dazi, come già accade per le proprie olive.
Secondo quanto dichiarato da Davut Er, presidente dell’Associazione degli esportatori di olio di oliva dell’Egeo, negli ultimi dieci mesi il 37% delle esportazioni di olio di oliva turco ha raggiunto la Spagna, seguita da Stati Uniti e Italia. Sempre Er ha dichiarato che Spagna e Italia utilizzerebbero l’olio turco non per la vendita e il consumo interno (sussistendo un dazio di 1,3 euro al litro), ma per imbottigliarlo e quindi commercializzarlo a propria volta negli Usa o in Estremo Oriente. D’altra parte, come ha sottolineato Er, la Turchia ha bisogno di incrementare la propria produttività: se la Spagna conta 330 milioni di ulivi, infatti, la Turchia ne annovera 170 milioni, ma mentre il Paese iberico produce in media 5 litri di olio di oliva da ciascun albero, la Turchia ne ottiene solo 1,5 litri.
Negli ultimi dieci mesi l’export turco di olio di oliva è cresciuto fino a raggiungere le 39.449 tonnellate, per un valore di 152,6 milioni di dollari, pari a un incremento del 266% anno su anno.

Continua l’espansione dell’olio di oliva che, come riporta Mercacei, pare aver conquistato anche i consumatori peruviani. Nonostante le importazioni siano ancora esigue, infatti, nel Paese sudamericano l’interesse e la domanda sono in costante crescita, secondo i risultati di uno studio condotto da ICEX España Exportación e Inversiones.

Sempre su Mercacei leggiamo di un trend simile anche in Paraguay, dove le importazioni di olio di oliva tra il 2012 e il 2016 hanno messo a segno un incremento a valore del 41%, passando da 1,5 milioni di dollari a 2,2 milioni. A volume, invece, stando agli ultimi dati di ICEX España Exportación e Inversiones, la crescita è stata del 21%: da 359mila litri a 436mila. Il report mette pure in evidenza che, non essendoci una produzione locale, il mercato dell’olio di oliva in Paraguay è calcolato soltanto sulle importazioni. L’Università di Bari e l’Instituto Forestal Nacional (Infona), però, stanno sviluppando un progetto che renderebbe possibile la produzione di olio di oliva nel Paese nel lungo termine, a cominciare dal 2024.
Sebbene la Spagna mantenga la leadership nelle importazioni locali complessive di olio di oliva, ha perso il 10% di quota totale, arrivando a una market share del 40% a valore. L’Argentina, invece, che al momento detiene il 30%, negli ultimi tempi si è avvicinata alle performance spagnole, grazie ai suoi prezzi più competitivi. In termini di importazioni complessive di olio di oliva, dunque, a Spagna e Argentina va il 70% del mercato, seguite da Italia (8%), Cile (6%) e Brasile (3%).
Il report mette inoltre in evidenza che, stando ai distributori locali, il driver di vendita resta in primo luogo la qualità e solo in seconda battuta il prezzo. Il che spiega come mai la Spagna continui a mantenere la leadership, per quanto si sia registrata una crescita significativa anche nelle importazioni di prodotti argentini con un prezzo inferiore, da ricondurre anche ai più bassi costi di logistica.
Secondo Icex il cambio di tendenza verso un consumo di oli più economici sarebbe da ascrivere non da ultimo ai cambiamenti sociali vissuti negli ultimi tempi dal Paraguay, che ha visto l’ascesa della classe media. Il che, insieme a nuove e più sane abitudini alimentari e allo sviluppo del canale Horeca, porteranno inevitabilmente a un aumento nella domanda complessiva di olio di oliva.

Restiamo ancora sulle pagine di Mercacei, dove si riportano i risultati di uno studio pubblicato dal Servizio ricerca del Parlamento Europeo (EPRS), in cui si mette in evidenza come innovazione in campo agrario, instabilità dei prezzi e marketing siano solo alcune delle sfide più importanti che il settore dell’olio di oliva sta affrontando.
Appartenenti da tempi immemori al panorama agrario di molti Paesi mediterranei, gli uliveti possiedono non solo un valore produttivo, ma possono anche costituire un’importante attrazione per un turismo rurale sensibile al fascino di esemplari centenari. Dell’olio, inoltre, di cui sono aumentati i consumi in tutti i Paesi non produttori, la Ue resta il principale esportatore, confermandosi al contempo la prima area per consumi. Ciononostante, le sfide per l’immediato non sono poche. A cominciare dalla necessità di sviluppare un sistema produttivo più efficiente e moderno, che per molti significa introduzione della meccanizzazione e creazione di aziende di dimensioni maggiori: un’evoluzione che in parte ha già avuto luogo in Spagna e Portogallo, mentre in generale l’approccio produttivo resta più tradizionale, con la compresenza di realtà piccole e grandi. In una ricerca spagnola sulla sostenibilità nella coltivazione degli ulivi, però, si fa notare come il passaggio da uliveti tradizionali a piantagioni intensive non sia la soluzione più adatta in ogni situazione. Di volta in volta, infatti, andrebbero prese in considerazione le caratteristiche dell’area, i metodi di coltivazione e gli stessi ulivi, che spesso si adattano con difficoltà a nuovi schemi produttivi. Ecco perché i ricercatori suggeriscono che la sostenibilità in questo settore punti non tanto a realizzare realtà più grandi, quanto a trovare soluzioni innovative, nuove cultivar o trattamenti più idonei, in modo da coltivare uliveti più redditizi e meno esposti all’instabilità del mercato, anche in unità produttive più piccole.
Certo le fluttuazioni che si possono verificare per l’olio di oliva possono avere le cause più diverse: una fisiologica alternanza di raccolti magri e abbondanti, l’attesa necessaria tra l’impianto di un uliveto e la sua entrata in produzione, le condizioni meteo e fitopatie. Tutto questo può portare a un mercato in cui l’instabilità dei prezzi e dei redditi riduce la possibilità di investimenti.
Un altro tema è, poi, quello del marketing e della necessità di mantenere elevata l’immagine dell’olio di oliva quale prodotto di qualità. Per questo è importante tenere alta l’allerta contro le frodi alimentari, soprattutto nel segmento dell’extra vergine.
Passando a stime di medio termine, la Commissione europea ritiene che da qui al 2026 la produzione possa crescere di un 10% in Spagna (dove ci si attende un aumento degli uliveti irrigati), e abbia invece un trend meno dinamico in Grecia (+2%) e in Italia (-1%). In questi tre Paesi ci si attende una stabilizzazione dei consumi, ampiamente compensata dalla crescita di quelli dei Paesi non produttori sia all’interno sia al di fuori dell’Ue. In quanto al commercio internazionale, per il 2026 si prevede un rafforzamento considerevole del ruolo leader dell’Ue nelle esportazioni (+45%) e un possibile aumento delle importazioni da Paesi non Ue.

La foto di apertura è di Lorenzo Cerretani

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