Economia

Olivicoltura salentina, la sfida

Da qualche anno gli imprenditori olivicoli del Salento sono in forte tensione, sociale ed economica, per il flagello che sta interessando il maggiore settore economico e che determina una consistente componente della produzione lorda vendibile agricola e delle molteplici attività produttive e dei servizi a essa collegata. La vera sfida? È generazionale

Scuola Agraria Egidio Lanoce

Olivicoltura salentina, la sfida

Noi studenti di una scuola professionale agraria scegliamo un percorso di studi fortemente specializzato, a differenza di altri percorsi tecnici o liceali, proprio perché crediamo in un futuro personale e professionale, strettamente legato al territorio in cui viviamo e vogliamo restare al termine degli studi. Abbiamo la consapevolezza che l’impresa agricola a cui aspiriamo non è caratterizzata soltanto da business, progresso e innovazione, ma è determinante nella tutela del PAESAGGIO, della STORIA e delle TRADIZIONI e di tutte le tematiche connesse alla SICUREZZA ALIMENTARE e all’ ENOGASTRONOMIA. Elementi importantissimi anche per chi sceglie il nostro territorio per vivere o semplicemente per trascorrere una semplice vacanza.

Durante questo percorso formativo ci siamo resi conto che la nostra generazione dovrà affrontare molte difficoltà per colmare un ritardo culturale e organizzativo accumulato dalle generazioni precedenti, ma quanto sta accadendo oggi in OLIVICOLTURA dovrà necessariamente dare una svolta molto rapida per scongiurare scenari incerti non solo dal punto di vista economico ma anche paesaggistico e culturale . Avvertiamo un forte carico di responsabilità. Bisogna agire immediatamente se vogliamo assicurarci un futuro non più da studenti ma da cittadini a pieno titolo e potenziali imprenditori.

È per questo che ci poniamo diverse domande.

Siamo di fronte ad una catastrofe per un’emergenza fitosanitaria o ad un’opportunità?

Forse è arrivato il momento di fare quel passo coraggioso che troppe volte, in passato, non è stato fatto. E non limitarci ad affrontare la sola emergenza fitosanitaria .

Dobbiamo rincorrere la tradizione o l’innovazione?

Non possiamo crearci immediatamente una nuova identità; sarebbe impossibile. Ma non per questo possiamo ancora ignorare le nuove tecnologie, i fabbisogni di nuovi consumatori che viaggiano, studiano, creano nuovi bisogni, cambiano repentinamente usi e costumi. Consumatori che alla terra non chiedono solo il Food ma anche i SuperFood, i prodotti salutistici, i prodotti edonistici, un nuovo ambiente sostenibile ed altri servizi legati anche alla sfera emotiva e ricreativa.

Continueremo ad assistere alla POLVERIZZAZIONE o punteremo alle GRANDI IMPRESE?

Abbiamo bisogno di un riordino fondiario. L’attuale assetto fondiario ha determinato la frammentazione dei terreni e dei lotti produttivi che hanno conseguentemente determinato una despecializzazione produttiva e professionale, ostacolato le economie di scala e indebolito l’efficienza produttiva, requisiti, quest’ultimi, necessari alle imprese che vogliono crescere e competere sul mercato.

Dobbiamo pensare a cambiamenti produttivi EPOCALI che sostituiscono l’olivicoltura?

Forse dobbiamo riappropriarci dei mercati e delle produzioni che nel tempo abbiamo abbandonato e che invece altri paesi hanno sviluppato, diventando leader nei mercati mondiali. E ci riferiamo ai melograni, alle mandorle, ai fichi, alle pere, alle noci, ai fichidindia, ai pinoli, ma anche alla quarta e quinta e gamma, alla ortofloricoltura, all’uva da tavola, alle spezie ed erbe aromatiche, e cosi via..

Dobbiamo pensare a nuove tecnologie produttive?

Non possiamo tralasciare la meccanizzazione spinta, l’agricoltura di precisione e la preparazione di professionalità tecniche degli addetti all’agricoltura e la crescita manageriale degli imprenditori agricoli

Dobbiamo pensare ad nuovo concetto di filiera e modello organizzativo delle imprese?

Sicuramente è necessario puntare alla messa a punto di sinergie e flussi produttivi, dettati e coordinati da un’integrazione associativa e contrattuale tra le imprese per competere in un mercato oramai globale. Necessitiamo di logiche produttive programmate e coordinate dove ogni impresa si assume degli obblighi precisi e funzionali all’intero sistema organizzativo. Non possiamo ignorare le diverse forme di connessione e integrazioni sia verticali che orizzontali tra le imprese. Si deve puntare ad un sistema di collaborazione cooperativistico o di Organizzazione dei Produttori che crea uno o pochi brand che richiamano l’attenzione al territorio e lo valorizzano, esprimendone le tipicità. Bisogna creare attrazione e fidelizzazione nei prodotti e nei servizi offerti, arricchendo di valore esclusivo e distintivo tutte le nostre produzioni. Valori e attributi che le microimprese, slegate l’una dall’altra, non riescono a creare, dissipando energie e perdendo la necessaria competitività sui mercati di riferimento.

Dobbiamo pensare a nuovi mercati e reti commerciali?

Non si parla più di solo profitto ma di Agribusiness. L’approccio ai mercati si affronta con serietà, studio, pianificazione, ricerca e sviluppo dei prodotti e dei mercati, programmazione. E’ necessaria l’esplorazione di nuovi mercati o la diversificazione e l’innovazione dei prodotti e dei servizi nei mercati oramai saturi. E’ necessario ricercare nuove aree commerciali e adottare nuove modalità comunicative. Quando le imprese riescono a strutturarsi e ad avvalersi di professionalità tecniche e commerciali, possono dialogare con altre imprese industriali e della Grande Distribuzione, potendo così ambire a raggiungere obiettivi e profitti in tempi più brevi. Le aziende interlocutrici con il settore primario hanno bisogno di instaurare rapporti di partnership e non di acquistare generici prodotti. Le aziende moderne ed efficienti chiedono di operare in contoterzismo, concordano le produzioni per conto attraverso dei capitolati di produzione con altre aziende che hanno imposto un Brand più forte. E non subiscono imposizioni, né si fanno dettare o imporre le regole del gioco ma costruiscono, collaborano, concordano, si intendono. Solo così, oltretutto, si riesce anche a combattere l’agropirateria e l’Italian Sounding che sottrae ogni anno una parte importante del PIL nazionale del made in Italy che nel comparto agroalimentare è il più famoso e ricercato nel mondo.

Dobbiamo pensare alle agricolture multifunzionali e al marketing territoriale?

E’ sicuramente indispensabile fare squadra tra le imprese anche di settori diversi dall’agricoltura. Il consumatore moderno destina le proprie risorse economiche in diversi ambiti che nulla hanno a che fare con l’alimentazione. Anche l’agriturismo deve cambiare e creare connessione con tutte le imprese del territorio. Chi sceglie il nostro territorio ha sete anche di conoscenza, folklore, svago, ambiente, riposo, servizi di varia natura. E il mondo agricolo può offrire molto ad un consumatore moderno se riesce ad intercettare la domanda per ogni tipologia di consumatore. La nuova agricoltura deve sapersi diversificare e rispondere prontamente a nuove esigenze e stili di vita. Viceversa lascia spazio ai settori tradizionali del turismo che poco hanno a che fare con il mondo agricolo ma che guarda caso rispondono ai bisogni turistici attraverso il settore agricolo. Ecco che le professionalità tradizionali anche nel settore agrituristico devono cambiare e sapersi qualificare. Anche certificandosi e offrendo qualità dei servizi e dei prodotti come avviene nel settore alberghiero. E’ necessaria la costituzione di consorzi che operano a favore del territorio con l’ausilio di managerialità attente e preparate che sappiano intercettare la domanda e offrire adeguati servizi. Valorizzando il concetto del servizio di rete e di squadra dove nessun operatore deve sentirsi escluso, comprese le imprese o i servizi che direttamente pensano di non essere coinvolte. Si deve pensare ai modelli creati in Franciacorta o nel Chianti o in Borgogna dove il vigneto e il vino rappresentano solo una componente integrante di un’offerta territoriale complessiva.

Ma vogliamo sapere, soprattutto, se le istituzioni credono nell’istruzione agraria di base nelle scuole superiori, quelle che “sfornano” tecnici che si devono “sporcare” le mani. Se intendono prestare più attenzione alla formazione dei tecnici agricoli e quindi ad investire nella nostra generazione, finanziando opportunamente la formazione agraria di STATO. Anche perché se non lo fanno le istituzioni ci sono già molti enti e associazioni sia pubblici che privati che hanno fiutato il business della formazione in campo agricolo e che sottraggono risorse pubbliche offrendo corsi di formazione spesso inopportuni. Ma anche l’Istituzione di nuovi corsi di laurea in materie tecnico agrarie, riteniamo non siano sufficienti, perché la base operativa che lavora e mette le mani in pasta, quotidianamente, viene fornita dalle scuole superiori che devono formare professionisti che operano e lavorano in campo tutti i giorni. Le sole professionalità accademiche non bastano. E’ indispensabile rispettare un rapporto equilibrato tra tecnici operativi e tecnici laureati.

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