Economia

Radiografia dell’Italia olearia

I dati italiani sono sempre stati frutto di invenzione, con cifre verosimili, quasi mai veritiere. Quanto emerge ora dai registri Sian, è uno spaccato più realistico. Tali dati, tuttavia, non sono fruibili da tutti i cittadini, così come accade in Spagna. E' necessario disporre di una iscrizione con relativa password. Non tutto però è chiaro. Non sorprende infine, ancora una volta, il fatto che le regioni più produttive restino agli ultimi posti per quantità di olio confezionato

Massimo Occhinegro

Radiografia dell’Italia olearia

I dati produttivi di olio di oliva dell’Italia sono stati sempre criticati giacché da più parti sono stati sollevati dubbi in merito alla veridicità di quelli dichiarati.

La Spagna, principale Paese produttore di olio da olive, già da tempo mette a disposizione di tutti un sito attraverso il quale è possibile conoscere tutte le informazioni in merito alla produzione olearia in tempo quasi reale. Tra pochi giorni, infatti, sarà possibile, attraverso il sito ministeriale spagnolo (QUI), conoscere i dati della produzione olearia e di olive da mensa del mese appena concluso, di ottobre 2014, mentre sono disponibili i dati di produzione e giacenze delle campagne precedenti, con il chiaro obiettivo della trasparenza e della serietà di un Paese, non solo agli occhi dell’operatore oleicolo-oleario, ma di qualsiasi cittadino italiano ed estero.

Non è mia intenzione indagare circa le ragioni che ci hanno portato ad un lunghissimo periodo di pieno “oscurantismo” produttivo ed oggi ad un primo periodo di luce, in quella che era ed in parte lo è ancora , nebbia fitta. In Italia, infatti, solo da qualche anno è stato istituito il registro telematico sperimentale del SIAN sul quale, a partire dalla campagna 2012/2013 , 5.682 frantoiani, 4.139 confezionatori, 1.992 commercianti di olio, 116 commercianti di olive, 31 sansifici, 8 raffinerie, 37 commercianti di sansa, 5.471 olivicoltori e 265 trasformatori di olive da tavola, trasmettono i propri dati produttivi e di commercializzazione.

L’obiettivo è quello della trasparenza, in modo da comprendere quanto, in un mercato estremamente frammentato, in realtà si produce, quanto olio si importa (essendo il nostro Paese importatore netto di materia prima) e quanto prodotto sfuso, in definitiva, viene confezionato in Italia.
Tutti questi dati però non sono fruibili da tutti i cittadini come accade in Spagna senza la necessità né di una iscrizione né di una password per accedervi, ma sono divulgati nel corso di saltuari incontri a cui sono invitate soprattutto le associazioni di categoria. In più sono resi disponibili in date diverse e pochi ne parlano e soprattutto li analizzano.
I dati che oggi sottopongo alla vostra attenta lettura, sono quelli aggiornati al 31 agosto 2014 e pertanto sono riferiti alla campagna 2013/2014 , rapportata a quella della precedente 2012/2013.

Non è mia intenzione addentrarmi in un’analisi troppo estesa giacché sarebbe probabilmente noiosa ai più. Mi preme in questa sede evidenziare, piuttosto, alcuni aspetti che susciteranno nel lettore, la giusta sorpresa, o, meglio, i giusti interrogativi.

Notiamo innanzitutto che la regione ad avere il primato per numero di stabilimenti produttivi nel nostro Paese è la Calabria, con 3.151 operatori, seguita dalla Toscana e dalla Puglia con 2.652 e 2099 stabilimenti produttivi, rispettivamente.

La regione Toscana, che nella campagna 2013/2014 ha realizzato il 5,4% (17.593 tonnellate) della produzione nazionale che complessivamente è stata pari a 324.739 tonnellate, è la regione che confeziona di più in Italia (35,7% del totale) seguita da Umbria e Puglia rispettivamente con il 18% e l’11,27%. Le tre regioni, insieme, coprono circa il 65% di tutto il prodotto confezionato in Italia.

In merito all’origine degli oli extra vergini confezionati, per via di dati produttivi evidentemente favorevoli alla Puglia, la stessa riesce ad occupare il secondo posto come prodotto di origine italiano commercializzato, alle spalle della Toscana e seguita dalla regione Umbria.

La classifica per olio confezionato e venduto dalle singole regioni in litri vede primeggiare la Toscana, seguita dall’Umbria, e ancora dalla Puglia.

La regione Calabria, seconda regione produttiva italiana alle spalle della Puglia, con il maggior numero di stabilimenti (3.151) , si colloca nelle ultime posizioni in termini di olio confezionato (6.878.951 litri) e di olio venduto (6.462.031) , con l’1% del totale confezionato pari a complessivi 662.195.964 litri, contro ad esempio al 18% dell’Umbria e all’11% della Puglia, sopra citate.

Un’altra considerazione attiene al dato relativo agli oli vergini confezionati su un totale di 663.547.191 litri (tra oli extra vergini ed oli vergini) che è pari soltanto a 1.351.227 litri.

I prospetti in realtà denotano delle imprecisioni. Ad esempio, se a pagina 3 si parla del contributo di 5.682 frantoiani iscritti al SIAN, diventano 4.680 frantoi a pagina 9 con una differenza di 1.002 trasformatori.
Poco chiara è inoltre l’esposizione della produzione complessiva se confrontata con quella regionale. Nel prospetto di pagina 9, è riportata una produzione nazionale di olio di pressione (oli vergini, extra vergini, comprese le DOP/IGP, e olio lampante) pari a 324.739 tonnellate, mentre nel prospetto di pag. 15 è indicata una produzione complessiva di 260.340 tonnellate con una differenza, non spiegata, pari a 64.399 tonnellate. Trattandosi di fase sperimentale è possibile che ci possano essere refusi o inesattezze. In ultimo, sempre a pagina 15 figurano 102.274 tonnellate in attesa di classificazione ancora ad agosto 2014 e quindi a diversi mesi dal termine della campagna olearia.

Se analizziamo la tabella riportata a pagina 23 , relativa alla distribuzione regionale delle importazioni di olio sfuso dall’estero, osserviamo come in questa speciale classifica le regioni maggiormente importatrici sono nell’ordine, Toscana, Umbria, Liguria e Puglia, ma la cosa veramente sorprendente è che la regione Calabria non importi neanche un chilo di olio dall’estero secondo SIAN. Il dato strano, di per sé, lo diventa ancora di più se confrontiamo questo dato con quello riportato nella tabella esposta a pagina 18, dove la regione Calabria confeziona complessivamente 6.878.951 litri di prodotto di cui di origine italiana solo 3.071.559 litri . La domanda sorge spontanea. Declassamento ad olio europeo per l’effetto applicazione legge Mongiello o altro.

Volendo ora estrapolare i dati per comprendere la capacità delle singole regioni di appropriarsi del valore aggiunto sul prodotto italiano, abbiamo costruito un indice che è pari al rapporto tra olio italiano confezionato e olio prodotto nella regione di appartenenza. La classifica che ne deriva è la seguente:


Lombardia 3,55
Liguria 2,92
Umbria 2,87
Toscana 2,66
Lazio 0,94
Campania 0,57
Abruzzo 0,33
Sicilia 0,20
Puglia 0,19
Calabria 0,07

N.B : i dati su altre regioni - come Veneto, Emilia Romagna, Molise, Sardegna, ad esempio - non sono completamente disponibili sulle tabelle del SIAN, e per questa ragione non è stato possibile il calcolo dell’indice.

E’ del tutto evidente come le regioni maggiormente produttive del Paese si collochino ancora agli ultimi posti per capacità di confezionare il prodotto italiano prodotto nella propria regione o in altre e al contrario come quelle meno produttive occupino le prime posizioni della classifica. Ciò si spiega sicuramente con la maggiore e storica capacità imprenditoriale da un lato e la maggiore conoscenza della regione, soprattutto al di fuori dei confini nazionali, dall’altro.

Conclusioni
Sicuramente i dati elaborati dal SIAN rappresentano un primo passo importante verso la trasparenza sui dati produttivi italiani, permangono ancora alcune incertezze e dubbi interpretativi di una realtà “oscurata” per lunghissimi anni. Ritengo tuttavia che nei prossimi anni si sarà in grado di avere dati più chiari da poter presentare non solo nelle sedi opportune (Roma e Bruxelles) senza discordanze come spesso avviene, ma anche ai consumatori italiani che potranno finalmente comprendere come l’Italia sia un Paese che ha necessità di valorizzare il proprio prodotto italiano ma ha altresì la necessità, per la sopravvivenza di un settore, di importare prodotto dai Paesi esteri.

L'immagine di apertura è un illustrazione di Valerio Marini

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