Economia

Spagna olearia vs Italia olearia

Intervista a Elia Fiorillo, presidente Ceq: dispiace dirlo, ma in fatto di lavoro efficace la Spagna ci batte. Solo da poco le guerre interne nel nostro Paese si sono attenuate, ma si è perso tempo invano. Loro, da dietro le quinte, sono comparsi sulla scena mondiale con successo. Dobbiamo abbandonare slogan vecchio stile del tipo “siamo i migliori del mondo” o “solo noi abbiamo la qualità”. Bisogna voltare pagina come avvenne nel vino anni addietro. E fare squadra, con un progetto concreto

Luigi Caricato

Spagna olearia vs Italia olearia

Per il trimestrale Mercacei, è appena uscita una inchiesta su cosa gli italiani del settore oleario pensino veramente, senza ipocrisie, dei colleghi spagnoli. L'inchiesta ci consente di aprire lo sguardo sullo stato della realtà. Ed è un percorso a più voci che vi proponiamo su Olio Officina Magazine in maniera più ampia e approfondita. Si inizia con Elia Fiorillo, che molti conoscono e apprezzano.

Elia Fiorillo, giornalista e rappresentante di categoria nell’ambito del mondo olivicolo, oltre a essere il coordinatore per il settore olivo e olio dell'Alleanza della Cooperative Italiane, è anche presidente del Ceq, il prestigioso Consorzio per l’extra vergine di qualità, organismo che raccoglie tutte le più rappresentative imprese del comparto oleario, senza alcuna distinzione né per grandezza né per collocazione di mercato, accogliendo a sé, senza pregiudizi, sia le piccole, sia le medie, sia le grandi aziende, purché unite dal comune denominatore dell’olio di alta qualità, che tendono valorizzare e promuovere.

Ho sentito Elia Fiorillo per un servizio che è stato pubblicato, fresco di stampa, sul trimestrale spagnolo Mercacei, nell’ambito di una mia inchiesta sul mondo oleario italiano e spagnolo.
L’articolo che ho realizzato per Mercacei offre ovviamente un quadro più sintetico e riassuntivo, qui, invece, riporto il testo integrale dell’intervista, che reputo molto interessante per ciò che emerge complessivamente, vista anche la capacità, da parte di Fiorillo, di guardare con lucidità le differenze e peculiarità esistenti tra i due Paesi produttori.

Nella prossima puntata, presento invece il punto di vista del presidente di Assitol Giovanni Zucchi.

INTERVISTA A ELIA FIORILLO



Presidente Fiorillo, andiamo subito al dunque. Nessuno ne parla volentieri, ma è il caso di affrontare l’argomento senza finzioni, ma esprimendo tutta la verità. Italia e Spagna olearia a confronto. Chi sta dimostrando di lavorare molto bene tra i due Paesi? Chi si sta dimostrando di essere il Paese più vincente?

Dispiace dirlo, ma in fatto di lavoro efficace, d’efficienza nella comunicazione, e via dicendo la Spagna batte l’Italia. Solo da poco le guerre interne nel nostro Paese tra produttori e industriali si sono attenuate, abbiamo cominciato a fare squadra. Il cammino è ancora lungo, ma ci sono possibilità di vittoria se affrontiamo con umiltà e lungimiranza le tante questioni da risolvere intorno all’extravergine di qualità.

In cosa sono da ritenere molto bravi gli spagnoli, rispetto a noi italiani? E in cosa, invece, sarebbero da criticare? Ammesso che ci siano valide ragioni per criticarli…

Gi spagnoli sono riusciti in pochi anni a superarci. Ricordo un mio libro, scritto un po’ di anni fa, in cui ipotizzavo che la Spagna in quanto a produzione ci avrebbe surclassati. Forse, allora, quando curai quella pubblicazione che aveva per titolo “L’olivicoltura mediterranea” non pensavo ad un superamento così repentino e per certi versi clamoroso. Hanno fatto squadra, hanno puntato sulla cooperazione. Una volta ipotizzato un obiettivo lo hanno seguito “tutti insieme appassionatamente”. Noi siamo stati a guardare e…inutilmente ad imprecare.
Forse hanno sbagliato ad acquistare i famosi marchi italiani: Bertolli, Carapelli. Meglio, hanno sbagliato a utilizzarli per vendere il loro olio.

Con tutta onestà, come si può giudicare l’olio spagnolo, dal punto di vista qualitativo?

Lo stereotipo che circola tra gli addetti ai lavori, e non solo, nel nostro Paese è che l’olio spagnolo in fatto di qualità è inconsistente. Non c’è qualità. Siamo ancora al “piscio di gatto” della Picual. Non è così. In generale, negli ultimi anni, anche la qualità è migliorata di molto. Anzi, ci sono delle eccellenze sorprendenti che ci devono far riflettere.

Corre voce che gli oli spagnoli siano un prodotto di massa, dal basso prezzo, tuttavia ai concorsi internazionali sono i protagonisti della scena: vincono tantissimo. Il nostro è solo un pregiudizio?

Lo dicevo prima, noi siamo fermi a vecchi stereotipi che ci salvano l’anima e soprattutto giustificano, anzi provano a giustificare, la nostra incapacità ad adeguarci al mondo che cambia, alla globalizzazione che non deve essere vista sempre come una parola negativa. Certo, gli spagnoli da dietro le quinte sono comparsi sulla scena. Stanno ricevendo applausi. Sta a noi non ripetere che “la scena è nostra”, che “noi siamo i migliori”, che “gli altri imbrogliano” e via dicendo. Noi, a differenza degli spagnoli abbiamo eccezionali cultivar, grandi professionalità, ma nessuna politica per aumentare le superfici di coltivazione, per promuovere la cooperazione associata dei terreni, ecc. ecc.

Ecco, la Picual che ha sentori di pipì di gatto, questa l’accusa più ricorrente. Quanta verità e quanto pregiudizio?

Tanti anni fa fu il professor Mario Solinas, l’inventore del panel test, a farmi assaggiare per la prima volta la Picual dicendomi: “se a casa hai un gatto, sarai un buon conoscitore di olio spagnolo”. Di anni da allora ne sono passati quasi trenta e l’odore della pipì di gatto non c’è più. Come non c’è più solo la vecchia Picual da assaggiare.

Volendo fare un confronto più specifico con gli operatori spagnoli, in base ai vari ambiti operativi, chi vince tale confronto? Chi vince per esempio sul fronte strettamente olivicolo, tra Italia e Spagna. Chi vince sul fronte della organizzazione del lavoro negli oleifici. Chi vince invece sul fronte delle raffinerie. Chi vince sul fronte dei sansifici. Chi vince suil piano commerciale, relativamente agli oli sfusi. Chi vince invece nel commercio del prodotto confezionato. Chi vince sul fronte della qualità dei consumi, ovvero dove si consuma l’olio con maggiore consapevolezza sul piano della qualità? Chi vince infine nell’ambito della ristorazione, nel senso del rispetto della materia prima nelle cucine professionali?

Sul fronte prettamente olivicolo tra Italia e Spagna, visti i risultati vince, per il momento, la Spagna, ma se l’Italia, come dicevo prima, mette da parte gli slogan vecchio stile del tipo “noi siamo i migliori del mondo”, “solo noi abbiamo la qualità”, e via di questo passo, il futuro non può che essere italiano. Sul piano industriale vince ancora l’Italia. La nostra industria di trasformazione è la migliore del mondo e non va, come spesso avviene, denigrata dalla produzione. Bisogna trovare delle sinergie che convengano sia alla produzione che all’industria. Da questo punto di vista in Italia qualche passo avanti si sta facendo. Sul piano commerciale degli oli sfusi vince la Spagna, sia per la maggiore produzione, sia per i prezzi più bassi. Ma a noi italiani questo non deve interessare. Dobbiamo trovare le formule per promuovere al meglio le nostre produzioni di eccellenza, puntando sull’unità della produzione e trovando intese con l’industria di trasformazione per valorizzare il prodotto di qualità made in Italy.
Mi si chiede chi vince “sul fronte della qualità dei consumi”, ovvero dove si consuma l’olio con maggiore consapevolezza sul piano della qualità. Mi verrebbe da dire l’Italia. Ma poi penso a quando, spesso, vado nei supermercati a sbirciare come il consumatore “sceglie” le varie bottiglie d’olio. In primis il prezzo. Il più basso possibile. Tutti orientati sulle offerte. Pochi quelli che con determinazione hanno già in testa quale bottiglia scegliere. Di etichetta manco a parlarne, nel senso che io non ho mai trovato un consumatore che si mette a leggere l’etichetta per capire quale olio scegliere. Ecco, bisognerebbe partire da queste considerazioni per promuovere campagne di informazione-formazione dei consumatori. Questa cosa vale sia per l’Italia che per la Spagna.
Chi vince nella ristorazione? Direi né la Spagna, né l’Italia. Certo, i punti d’eccellenza li trovi dovunque. Ci sono ristoranti italiani che hanno compreso l’importanza, non solo salutistica, ma soprattutto gustativa, di un buon olio extra vergine. Ma sono pochi. Come ritengo anche in Spagna. Da questo punto di vista c’è bisogno di un impegno comune dei due Paese per far comprendere ai ristoratori che un buon olio d’oliva “cambia sapore” alle pietanze.

Infine, ultime domande per avviarci alla conclusione. Tra le Istituzioni spagnole e quelle italiane, chi ha dimostrato di tenere maggiormente a cuore il proprio comparto olivicolo e oleario? E lo stesso sarebbe curioso di capire tra il mondo della ricerca spagnola e quello italiano. Non ultimo un confronto tra i media spagnoli e italiani, da un lato quelli specialistici e di settore, dall’altro quelli generalisti? Chi vince questo confronto.

Senza dubbio, e mi dispiace ammetterlo, sul fronte delle istituzioni vince la Spagna. Ricordo importanti riunioni a Bruxelles dove si discuteva di olio e dove il ministro spagnolo era sempre presente. L’Italia non era rappresentata manco da un sottosegretario. E mi riferisco sia a Governi di Sinistra, di Centro o di Centro-sinistra. E’ una questione di mentalità. Sulla ricerca credo che quella italiana non è seconda a nessuno. Il problema è che i finanziamenti sono scarsi e arrivano, quando arrivano, con ritardo.
Da giornalista che ha ricoperto importanti incarichi nella Federazione Nazionale della Stampa e nell’Ordine Nazionale dei Giornalisti devo ammettere che vince la Spagna.
Nel nostro Paese, in fatto di agricoltura, non c’è grande confronto, né volontà di approfondimento. La stampa s’accontenta di sentire chi ha – o fa – la voce più grossa. Anche perché, come si usa dire in gergo: “l’agricoltura non fa notizia”. Immaginate voi quanta “notizia” fa l’olivicoltura.

Può esserci una collaborazione vera tra i due Paesi? O si continuerà a sentire sempre il fiato della concorrenza, continuando nell’idea che si debba battagliare per la conquista di quote di mercato? Mi domando: visto che di fatto, incrementando le quote di consumo nel mondo mancherebbe la materia prima da vendere, non sarebbe più saggio intraprendere una campagna promozionale per favorire ed estendere i consumi in Paesi diversi dall’area mediterrenea. E’ strada praticabile o è utopia?

Nessuna utopia, ma sano realismo. Bisogna guardare al futuro e uscire dalle dimensioni di un provincialismo deleterio. La globalizzazione, lo dicevo prima, non è un fatto negativo come si potrebbe pensare. Si può, anzi si deve, globalizzare anche la qualità. Ci sono tanti mercati che attendono di conoscere l’olio extravergine d’oliva. Puntiamo al sodo – occupazioni di nuovi spazi di mercato – tra Italia e Spagna. Come Consorzio Ceq, di cui sono presidente, abbiamo fatto un accordo di promozione con un Consorzio spagnolo. Noi per promuovere nel mondo l’Alta Qualità Italiana, loro la loro qualità. Nessuna concorrenza tra noi. Non serve. I mercati da conquistare sono tanti e insieme possiamo farlo. Noi italiani però dobbiamo darci una regolata: non recriminare più sulle presunte cose che non vanno per giustificare i nostri insuccessi. Bisogna voltare pagina come avvenne nel vino un po’ danni addietro. Fare squadra con un progetto concreto. Impegnarci su esso unitariamente e finirla con le giustificazioni a mezzo stampa che mettono solo in evidenza le nostre debolezze a favore dei nostri concorrenti.

Le foto di apertura e interne al testo sono di Olio Officina

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