Mondo

Antonio Genovesi: Produrre olio e relazioni di reciprocità

Il primo frantoio venne acquistato nel lontano 1907. Oggi, dopo oltre un secolo, l’azienda di famiglia è guidata da Antonio, impegnato nella produzione di extra vergini in provincia di Frosinone. Il suo è stato un percorso di formazione e apprendimento senza tralasciare nessun aspetto del settore olivicolo che, per essere risollevato, ha bisogno di una forte collaborazione da parte di tutte le figure coinvolte

Alfonso Pascale

Antonio Genovesi: Produrre olio e relazioni di reciprocità

Antonio Genovesi, 46 anni, produce due oli extra vergini di oliva a Boville Ernica in provincia di Frosinone. È venuto a Roma per farmeli assaggiare. Seduti al “Covo”, un locale di Tor Pignattara, ci siamo goduti l’arietta rinfrescante che spira, nei tardi pomeriggi estivi, sul marciapiede di via Gabrio Serbelloni dove fa angolo con via Ciro da Urbino.

Il primo olio è denominato “Musàico etichetta gialla”. È un olivaggio di itrana, leccino, frantoio, ciera e ascolana. Appare giallo, limpido e con tenui riflessi verdi. Al naso si presenta elegante con note fruttate di pomodoro verde arricchite da sentori di erbe balsamiche e di campo. Al gusto si conferma armonico con leggera prevalenza dell’amaro sul piccante.

L’altro si chiama “Musàico etichetta verde”. È un olivaggio di moraiolo, leccino, frantoio e maurino. Prevale il giallo oro con riflessi verdolini. All’olfatto è ricco di note vegetali che richiamano le erbe aromatiche e il carciofo. In bocca presenta note spiccate di amaro e piccante in chiusura.

Li abbiamo assaporati con una bruschetta e un prosecco che ci ha servito Giulio. Mi sono sembrati ottimi.

Antonio Genovesi

 

Porti il nome di un grande filosofo ed economista napoletano che alla fine del Settecento fondò la scuola dell’economia civile. Un filone del pensiero economico moderno che legge le relazioni di mercato non come scambi fondati sulla sola legge degli interessi o degli egoismi individuali, ma come incontri umani fondati sulla legge della “mutua assistenza” o reciprocità. L’idea è che la reciprocità, fin dalle prime esperienze delle comunità rurali, è alla base dell’intera vita sociale. E può costituire la base anche delle relazioni economiche. L’abate Genovesi diceva: “È legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri”. Al di là della casuale e felice omonimia, mi sembra che anche tu ti faccia guidare da analoghi principi e cerchi di sperimentare il rapporto con il mercato come un aspetto della vita sociale. La comunità è importante nell’attività economica. Vediamo in questa intervista di fornire qualche elemento concreto a sostegno di questa tesi. Produci olio evo solo da un anno. Cosa facevi prima di avviare l’azienda?

Nel 1994 conseguii il diploma di geometra. E per un paio di decenni ho lavorato come topografo in diversi cantieri per l’Alta Velocità e il Mo.S.E. di Venezia. Rimasi senza impiego nel 2017. E così mi misi a cercare un nuovo ingaggio. In quegli anni la crisi nel settore delle infrastrutture era forte e negli sportelli pubblici preposti all’incontro tra imprese e lavoratori non si trovavano molte risposte. Incominciai, invece, a interrogare me stesso in profondità. E avvertii la presenza di una vocazione sopita, un filo rosso che mi conduceva a un’antica tradizione di famiglia. Ma spezzandosi, l’ordito che esso reggeva si era rotto.

Presi, dunque, a interrogare mio padre. Egli avrebbe fatto volentieri a meno di affrontare tale argomento. Riaffioravano in lui i ricordi dei primi anni dopo il matrimonio con mia madre. Per mandare avanti la famiglia si era dovuto accollare il frantoio acquistato da suo nonno agli inizi del Novecento e mandato avanti con vari ammodernamenti prima da suo padre Antonio (mio nonno) e poi, alla sua scomparsa, da sua zia Paola.

Dunque, c’era già un frantoio in famiglia. Lo aveva comprato il tuo bisnonno. Ma a tuo padre quel mestiere non piaceva molto. Perché?

Lo aveva acquistato il mio bisnonno Giuseppe nel 1907 da una delle più importanti famiglie del mio paese, i Crescenzi. Successivamente mio nonno Antonio, all’incirca nel 1932, lo ammodernò ed elettrificò stipulando un apposito contratto con la centrale elettrica del Fibreno tra Isola del Liri e Sora. Nel 1953, dopo la fine della seconda guerra mondiale, decise, infine, insieme ai suoi quattro fratelli di ampliarlo e di acquistare dalla ditta Rapanelli di Jesi un frantoio più moderno che oltre alla forza motrice elettrica utilizzasse anche la forza idraulica, insomma le tecnologie più moderne disponibili.

Nonno Antonio si era sposato tardi e non aveva fatto in tempo a trasferire ai figli la dedizione di famiglia per l’olivicoltura. A far innamorare lui di olivi e oli aveva provveduto, invece, suo padre Giuseppe, il fondatore dell’azienda. Il quale, nella seconda metà del Ottocento, aveva acquistato diversi poderi intorno al paese tra cui il podere Tre Noci – Ara del Seminario e il podere Montorli: i poderi che ancora oggi io ho la possibilità di coltivare. 

A Boville Ernica operavano sette frantoi. Questo dato già attesta l’importanza dell’olivicoltura su quel colle della catena dei Monti Ernici. Un’attività che, fino agli albori degli anni Sessanta, ha avuto una sua consistenza economica.

Vi si dedicavano, infatti, alcuni medi e grandi proprietari terrieri che intorno al frantoio di famiglia facevano ruotare un insieme di economie decentrate nel territorio circostante, quasi si trattasse di un’unica grande azienda. Essi innanzitutto conducevano il proprio oliveto. Ma poi dirigevano le operazioni colturali anche in quelli appartenenti a famiglie che si erano allontanate da Boville. 

Utilizzavano la mano d’opera locale che è stata abbondante fino al grande esodo dalle campagne. Era necessaria, infatti, una notevole massa di contadini per curare quella miriade di olivi secolari arrampicati sui pendii e per sistemare i terrazzamenti e i ruscelli. Solo in questo modo si potevano prevenire smottamenti e dissesti.

Ancora oggi, dall’alto del paese, possono scorgersi le innumerevoli viuzze che da ogni dove si erpicano verso il centro antico. Esso è delimitato da due cinte murarie, nelle quali si intervallano diciotto torri e all’interno delle quali è custodito il castello Filonardi, oggi sede di un monastero di clausura. Una volta, in quel dedalo di strade, migliaia di contadini trasportavano, coi loro asini, le olive e tenevano in vita un’economia di sussistenza certo, ma una economia che teneva estremamente vivo il territorio e il tessuto sociale.

Quel mondo finì con il boom economico. L’agricoltura si sviluppò nelle pianure e in poche aree collinari. Nelle zone interne la modernizzazione dell’agricoltura avvenne senza sviluppo. Che ne fu dell’azienda di famiglia?

Nonno Antonio nel 1966 morì e il frantoio passò in gestione ad una sua sorella, nostra zia Paolina. E poi nel 1974 a mio padre Arcangelo, a cui nessuno aveva insegnato il mestiere di olivicoltore, né quello di frantoiano. L’esperienza durò quasi vent’anni in una condizione purtroppo di progressiva precarietà e marginalità. Il frantoio infatti è sito nel centro storico del borgo, in un vicolo abbastanza largo da far passare un piccolo furgoncino, ma cieco. Ero appena ragazzo e ricordo benissimo la grandissima difficoltà che ebbe mio padre nel reperire la mano d’opera necessaria per aiutarlo in frantoio negli ultimi anni della sua attività. Per cui nel 1992 decise di chiuderlo. Per mio padre, fu a quel punto una liberazione.

Nel frattempo, i contadini erano emigrati a Roma o lavoravano nelle fabbriche della Valle del Sacco e negli uffici. E per gran parte gli oliveti di Boville rimanevano incolti e abbandonati. Nonostante tutto, quelli della mia famiglia rimasero in coltivazione, proprio grazie alla grande tenacia di mio padre, che pur prendendo la grave decisione di abbandonare l’attività di trasformazione, decise di continuare a coltivarli servendosi per la molitura del frantoio di un suo carissimo amico.

Il nostro frantoio fu l’ultimo dei sette che si trovavano nel centro storico del nostro paese a interrompere l’attività di molitura. Attività che si erano praticate tra le nostre case e nei nostri vicoli per chissà quante centinaia di anni. Dell’agricoltura di una volta, in molti, rimase la percezione di una condizione di miseria e di stenti. Solamente nelle poche famiglie possidenti era vivo il ricordo di un relativo benessere. Ma, ben presto, la memoria dell’antico mondo rurale era stata rimossa e si imponeva la dura realtà del tempo presente: i benestanti di una volta erano diventati come tutti gli altri. E dell’agricoltura, ben pochi di essi volevano sentir parlare.

Hai delineato bene la situazione socio-psicologica esistente a Boville Ernica quando hai deciso di mettere al corrente tuo padre della tua volontà di guardare con occhi nuovi alla campagna. Come ha reagito?

Dapprima, ha tentato di dissuadermi. Ma ha compreso ben presto che sarebbe stato uno sforzo vano indurmi a cambiare idea. Egli stesso, ormai in età di pensionamento, si interrogava su come organizzare la sua vita dopo la fase lavorativa. E forse qualcosa dentro spingeva anche lui a scrutare meglio tra le sue passioni recondite per individuare quella a cui dedicarsi nella “terza età”.

Abbiamo deciso insieme di riaprire i locali del frantoio, la sede storica dell’azienda di famiglia, per istituirvi un piccolo Museo dell’Olio e dell’Olivo. Oltre al frantoio, abbiamo esposto altri manufatti della cultura olivicola della Ciociaria. E, nello stesso tempo, abbiamo dato vita anche ad una biblioteca, liberamente consultabile, con testi che vanno dai primi del Novecento ai nostri giorni. Nel frattempo, mio padre è andato in pensione e mi è di notevole aiuto nelle attività aziendali.

Abbiamo anche provveduto alla ristrutturazione degli oliveti, con opere di potatura anche energiche ma necessarie, portandoli alla forma a vaso policonico semplificato. Una forma di allevamento già studiata agli inizi del Novecento da alcuni agronomi, semplice da realizzare, semplice da mantenere ma soprattutto rispettosa della pianta di olivo, che poi è il fattore che più conta, considerando la storicità e le condizioni pedomorfologiche del nostro territorio. 

Ma un’attività prettamente culturale e divulgativa della cultura rurale, avulsa da un moderno contesto produttivo, ha più un sapore nostalgico che una proiezione rivolta al futuro. Come pensi di affrontare questa sfida?

Innanzitutto curando bene la mia formazione. Nel 2020 ho conseguito un secondo diploma in “Tecnico Professionale per l’Agricoltura e i Servizi Rurali” e ora mi sono iscritto al corso di “Evologo” (professionista nel settore olivicolo-oleario) presso l’I.T.S.A. di Viterbo. Nel frattempo, sono diventato “potatore” certificato della Scuola di Potatura dell’Olivo del prof. Giorgio Pannelli e ho conseguito la qualifica di “Tecnico Esperto di Oli Vergini ed Extravergini di Oliva” per la quale sono regolarmente iscritto negli appositi elenchi della Camera di Commercio. Continuo a frequentare corsi e master di potatura del prof. Pannelli e partecipo sovente alle attività assaggio di oli presso alcune associazioni riconosciute di assaggiatori del Lazio.

Se ho potuto rimettere a coltura l’oliveto di famiglia e produrre e vendere gli oli che ti ho fatto assaggiare, lo devo alle attività di apprendimento, teoriche e pratiche, a cui mi sono dedicato.

Il rapporto con la comunità-territorio è decisivo per costruire una rete entro cui reinventare in forme moderne la ruralità. Come pensi di promuoverla?

Avrai compreso che la produzione di olio extra vergine di oliva non è l’unico dei miei pensieri. Il percorso che mi ha portato al mio primo imbottigliamento in questa annata olearia 2021/22 non è stato semplice. Ho deciso di tornare sui banchi di scuola, ho dovuto sconvolgere alcune routine familiari. Ma in questo percorso ho conosciuto tantissime persone che mi hanno invogliato, assistito, supportato, aiutato e a volte anche consolato. 

Questo mi ha convinto che per risollevare il settore olivicolo, in generale, ma in particolare nella nostra Ciociaria, c’è estremo bisogno di collaborazione. Non intendendola soltanto come quella semplice e corretta collaborazione tra colleghi, ma estendendola a tutte le persone che coltivano per lavoro o per passione quelle professionalità che di fatto lavorano sul territorio. L’agricoltura non procede e non evolve alla velocità di millisecondi come nei processori dei computer. L’agricoltura segue per quanto possibile, visto il loro drammatico e repentino cambiamento, le stagioni. Dobbiamo riabituarci ad un ritmo di vita più lento, ricostruire il nostro passato, averne coscienza oggi che è il presente e comprendere come farlo evolvere per costruire un futuro migliore per tutti. 

Commenta la notizia

Per commentare gli articoli è necessario essere registrati.
Se sei un utente registrato puoi accedere al tuo account cliccando qui
oppure puoi creare un nuovo account cliccando qui

Iscriviti alle
newsletter