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L’olio tunisino somiglia alla nafta. Cresce in Italia l’onda razzista

Anche i rappresentanti delle Istituzioni hanno iniziato a prendere di mira gli oli extra vergini di oliva esteri. Stupisce questa nuova tendenza denigratoria, anche perché il made in Italy non acquisisce maggiore valore screditando le altrui produzioni. A sostenere l’infelice giudizio, tanto assurdo quanto deprecabile, non è stato l’incauto uomo della strada, ma il governatore della Regione Campania De Luca

Luigi Caricato

L’olio tunisino somiglia alla nafta. Cresce in Italia l’onda razzista

La notizia, rilanciata dall’Ansa e ripresa da numerose testate giornalistiche, segna il punto più basso in cui è precipitato il Paese. Travolti da uno scadimento culturale e sociale senza precedenti, anziché realizzare progettualità di marketing e comunicazione, per valorizzare l’olio italiano, si sceglie la via più rapida e facile: denigrare gli altri, se questi poi sono africani, diventa tutto più semplice.

Investiti da una vis polemica sterile quanto illogica, in bilico tra populismo e sovranismo, sembra che questa ventata di razzismo -pur indiretto e forse inconsapevole - abbia preso ormai il pieno sopravvento sul buon senso.

Il teatro in cui si è consumato lo show di De Luca, con corollario di bandiere giallo verdi sullo sfondo, è il mercato agricolo di Coldiretti a Napoli, a tutti noto come "Campagna Amica" - purché sia la propria di campagna, non quella altrui.  

Il giudizio è tranciante - "L’olio tunisino somiglia alla nafta"- ed è stato pronunciato nel corso della inaugurazione del nuovo spazio mercatale. Il quotidiano Il Mattino ha colto nel segno, ricorrendo alla divertente titolazione:  "De Luca show". Sì, perché, in fondo, proprio di uno show si tratta.

In questi mercati concessi a cuore aperto, e con troppa generosità, in tutte le città italiane - a scapito di molti altri agricoltori figli di un dio minore, in quanto aderenti a Cia e Confagricoltura, cui si negano di fatto i medesimi spazi per le proprie attività commerciali - si riuniscono ovunque con grande spavalderia per promuovere l'ideologia del Km 0, quale nuova versione postmoderna (forse anche inconscia, e non del tutto razionalizzata) dell’autarchia fascista, cifra distintiva di un tempo che ricordiamo tutti buio e doloroso, secondo la cui logica solo ciò che è prodotto all’interno della propria particella di terreno è buono, mentre tutto il resto è spazzatura.

Ebbene, è proprio qui, in questo contesto, che si è consumato lo show di De Luca, il quale, evidentemente, o per fare incetta di voti, come ormai accade di consueto presso la corte di Coldiretti, o, altra ipotesi, per non rinunciare ad assecondare una visione distorta e irrazionale di cui è profondamente convinto, ha preferito essere lui pure in linea con la nuova tendenza in atto in Italia, animato da un fuoco populista e sovranista, e, nel caso specifico dell’olio, sostenendo che gli extra vergini della Tunisia facciano  schifo. D'altra parte, le parole sono parole: se si dichiara che l'olio tunisino somiglia alla nafta, tutto possiamo pensare tranne che si tratti di un giudizio lusinghiero.  

Quando ho saputo dell’incauta dichiarazione del governatore De Luca, sono rimasto dapprima sbalordito, poi affranto: “Se volete l’olio tunisino - ha dichiarato il politico - lo pagherete un terzo ma non è olio, somiglia alla nafta. Non è olio”, ha ribadito.

Quel che si fa fatica a comprendere, in tutto ciò, è l'assoluta ingenuità di simili giudizi. Anche perché non risulta ancora chiaro un passaggio chiave, in realtà molto semplice ed elementare. E cioè, questo: in ogni angolo del pianeta in cui si coltivano olivi e si estrae di conseguenza l'olio dalle olive, è possibile ottenere quello che merceologicamente viene definito "olio extra vergine di oliva", i cui parametri di riferimento valgono per tutti i Paesi, nessuno escluso. Eiste una legislazione internazionale al riguardo.

Alcuni di questi extra vergini possono essere dei comuni extra vergini, altri invece buoni, altri ancora perfino eccellenti. È elementare, vero?

Un esempio, per capire, a scanso di ogni equivoco: in diversi concorsi a carattere internazionale in cui si valuta la qualità vi compiano anche oli prodotti in Tunisia, così come in altri Paesi, europei e non, che appunto si impongono all’attenzione degli esperti proprio per le loro peculiarità e qualità.

Alla luce di queste banali considerazioni, non si comprende pertanto la ragione per cui si debbano giudicare "somiglianti alla nafta" gli oli tunisini. Che senso abbia, sul piano razionale ricorrere a simili paragoni non ci è dato comprendere.

Forse sarà l’asservimento della politica a Coldiretti, chissà. Certo, per una manciata di voti promessa tutto è possibile. O forse sarà una forma di razzismo inconsapevole? Chissà, non saprei dire. 

Forse, sarebbe il caso che politici con incarichi istituzionali di primo piano siano più sobri nei giudizi e meno superficiali rispetto a ragionamenti che appaiono a un immediato impatto razzisti (forse, chissà), prima ancora che stolti.

Sostenere che l’olio tunisino sia nafta, non è soltanto un’offesa irrispettosa e ingiusta nei confronti di onesti lavoratori agricoli, ma è nel contempo una affermazione grave e perseguibile anche dalla legge, in quanto calunniosa e diffamante.

Mi auguro che sia stato il frutto di un atto inconsapevole, di una sospensione momentanea del pensiero, una sorta di blackout. Come pure spero vivamente che il governatore della Campania Vincenzo De Luca chieda pubblicamente scusa alla Tunisia, come pure a tutte le persone per bene impegnate in un lavoro che richiede costanza, energie, investimenti e sacrifici.

Le scuse le attendiamo soprattutto nella speranza che si possa finalmente invertire l'onda barbarica che sta attraversando da tempo l’Italia, anche a livello istituzionale.

Le scuse d'altra parte sono un atto dovuto, tanto più che l'imprudente giudizio è stato pronunciato non da un anonimo uomo della strada, ma da un rappresentante delle Istituzioni.

Meno show e più serietà e rispetto, grazie.

La foto di apertura è di Olio Officina © 

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benedetta stellino

benedetta stellino

11 luglio 2020 ore 12:04

anni fa feci un corso di assaggio di olio di oliva presso la Camera di Palermo, i relatori erano marchigiani , ci fecero vedere delle immagini di raccolta delle olive manuale in Marocco, i raccoglitori erano o militari o carcerati , immaginate qual'era la loro paga , le olive cadevano a terra e venivano spostate con la pala meccanica, ora De Luca o non De Luca , alcuni siciliani hanno aperto frantoi a Tunisi , non so come vengano coltivate le olive , come vengano raccolte, frante ....vorrei saperne di più...... Benedetta Stellino Alcamo TP

Redazione Olio Officina

Redazione Olio Officina

12 luglio 2020 ore 20:44

Esiste un pregiudizio difficile da superare nei confronti dei Paesi produttori che si affacciano sul Mediterraneo.

Evidentemente, per accertarsi con i propri occhi della realtà è necessario recarsi di persona nei Paesi del Nord Africa, in modo da rendersi conto di come questi lavorino.

Se lei si ferma solo al sentito dire, allora la inviteremo a dubitare sempre di giudizi così negativi ed estremi.

Se lei invece ha avuto modo di vedere qualche programma scandalistico in TV, la inviteremo anche in questo caso a dubitare fortemente.

Noi possiamo parlare in prima persona perché ci siamo stati. Sono Paesi, la Tunisia, come pure il Marocco che lei ha citato, all’avanguardia, anche grazie alle preziose collaborazioni di Paesi come Italia e Spagna, con collaborazioni importanti e decennali.

Sono Paesi che si stanno qualificando sempre più, e lo si nota dalle proprie produzioni olearie di tutto rispetto.

Fanno bene le aziende italiane a investire in questi Paesi. E non sono gli unici, gli spagnoli sono ancora più presenti e incisivi.

Il costo del lavoro è sicuramente diverso, rispetto all’Italia, ma d’altra parte siamo nel G8 e non possiamo pretendere di non essere all’altezza della nostra posizione.

Le olive da terra? Si raccolgono anche in alcune zone d’Italia.

Resta un aspetto da non trascurare. Un olio che merceologicamente rientra nella categoria “extra vergine” lo è sia se prodotto in Tunisia, sia se prodotto in Italia o altrove. I parametri di riferimento valgono per tutti.

Luigi Caricato
Direttore di Olio Officina

benedetta stellino

benedetta stellino

13 luglio 2020 ore 12:04

Non parlo per " sentito dire " i docenti relatori del corso marchigiani ci hanno fatto vedere foto, produrre in Paesi extra UE dove il costo del lavoro è inferiore dovrebbe determinare un prezzo di vendita inferiore , cosa che non è , invece il prodotto finale compete con i prezzi del prodotto in area UE, quindi è atto di concorrenza sleale. Che ben vengano gli investimenti di imprenditori UE verso Paesi extra UE , disposti ad assoggettarsi ai controlli all'interno dei frantoi pre durante e post la lavorazione delle olive , del magazzino , dello stoccaggio , dell'imbottigliamento. Per es. anche lei avrà qualche perplessità sulle dimensioni oltre i 300 lt. dei silos in acciaio per la conservazione infra annuale del prodotto . Sono rimasta sorpresa dalla relazione che il chimico alimentare ci fece , riportando che in laboratorio non è possibile distinguere un olio di oliva extravergine da un olio di sansa + clorofilla , distinzione che può essere fatta esclusivamente dal palato umano addestrato .Benedetta Stellino

Redazione Olio Officina

Redazione Olio Officina

13 luglio 2020 ore 16:19

Dalla sua replica si evince molto chiaramente che non intende smuoversi dalle sue posizioni. D’accordo, ne prendiamo atto. Scrive: “non parlo per sentito dire”, ma fa riferimento al docente di un corso (i cui non si riferisce il nome) che ha fatto vedere le foto. Lei sa bene che le foto rispecchiano solo una parte della realtà, quella che può farci comodo mettere in evidenza.

Faccio un esempio: vi sono ancora, nel nostro Paese, casi concreti in cui si verifica lo sfruttamento dei lavoratori, il cosiddetto capolarato. Una foto di questi soggetti potrebbe indurre a credere che l’Italia sia la patria dello sfruttamento, ma non è così, perché per fortuna il mondo del lavoro, complici tanti sforzi e battaglie di civiltà, è migliorato. Si potrebbe scattare una foto mentre si raccolgono le olive da terra con la spazzolatrice, e tale foto sarebbe non solo realistica, ma reale, perché la raccolta da terra ancora avviene. E potrei continuare. Ma a che serve tutto ciò? Solo per giustificare una ingiustificabile offesa da parte del governatore della Campania De Luca? A che pro?

Bisogna invece sforzarsi di ragionare su questi temi così delicati, con estrema oggettività, al netto delle considerazioni che con una eccessiva facilità, solleticano il nostro senso di ingiustizia. A noi non sta bene che da fuori dei nostri confini ci siano altre persone che svolgono il nostro stesso lavoro e producano olio. Li vediamo come una minaccia, ed è comprensibile.

Uno dei dati oggettivi su cui ragionare è che in alcuni Paesi del nord Africa, le condizioni di raccolta, di estrazione e di conservazione degli oli non sono effettivamente al passo con i tempi e si presentano purtroppo coerenti con la scarsità delle risorse economiche, delle basi culturali e delle politiche di supporto all’agricoltura, tipiche di questi Paesi. Queste circostanze suggeriscono l’immagine di un prodotto qualitativamente non eccellente, è vero. Tutto ciò ha riguardato anche noi, fino a non molto tempo fa. Ecco allora l’efficacia di colmare tali lacune di ordine economico, culturale, sociale e politico.
Eppure anche in questi Paesi del nord Africa, tuttavia, vi sono realtà imprenditoriali che si distinguono per istruzione, modernità e aspirazione alla Qualità – con la Q maiuscola – intesa nella sua accezione più tecnica.
Anche in questi Paesi si affacciano nuove generazioni che stanno per dare il cambio a quelle precedenti, con un bagaglio culturale decisamente più ricco e risorse economiche diverse rispetto al passato.

Si assiste inoltre alla commistione delle esperienze di chi dall’Europa si sposta in questi Pesi per dare vita a nuovi business e chi lì ci è nato e adesso ci ritorna dopo studi ed esperienze all’estero, per portare avanti terre e produzioni di famiglia.

Quello che ne viene fuori è sorprendente e ci obbliga a smorzare pregiudizi e a maturare aspettative per un futuro imminente in cui la qualità si affermerà in modo significativo.

Non si devono temere fenomeni di concorrenza sleale in Paesi come il nostro in cui i Governi si sono già posti il problema, formalizzando i limiti quantitativi alle importazioni (in particolar modo dalla Tunisia).

Si devono invece temere le informazioni parziali e imprecise, diffuse da chi ha il compito e la responsabilità della formazione e della istruzione, in particolar modo in materie tecniche specifiche (cultura e chimica olearia): se c’è un posto nel quale diventa possibile monitorare le frodi con oggettività, è proprio il Laboratorio.
Le analisi chimiche degli oli ci offrono un quadro puntuale circa l’identità merceologica dei prodotti analizzati (in applicazione dei metodi di cui al Reg. CEE 2568/91 e s.m.); ci permettono di verificare con un elevato livello di certezza se negli oli vergini ci sono tracce anche minime di oli raffinati (è sufficiente l’analisi degli stigmastadieni); ci permettono di monitorare il livello di freschezza degli oli (si pensi all’analisi degli 1,2 digliceridi e delle pirofefitine), le condizioni di salute delle olive (si pensi all’analisi degli esteri etilici degli acidi grassi).

Non ci sono invece verifiche per le quali sia sufficiente un palato umano benché ottimamente addestrato.
Analisi chimiche e organolettiche si completano le une con le altre per offrire un quadro completo del tipo di olio con il quale ci rapportiamo. E ciò deve avvenire senza pregiudizi suggeriti dalle provenienze geografiche, di marchio o di distribuzione. Usando la stessa apertura mentale con la quale affrontiamo o dovremmo affrontare ogni esperienza culturale e gastronomica della vita.

Ci auguriamo che così formulata la nostra risposta la tranquillizzi.
Il percorso verso la Qualità ci impegna a lavorare a una Qualità totale e inclusiva, che non escluda nessun popolo, perché ciascuno di noi ha un proprio spazio. Tutti possono imboccare la strada della Qualità e percorrerla fino in fondo. Ad aiutarci è la cultura e la comprensione. Non è d’altra parte con questo spirito che nascono i rapporti di collaborazione tra Paesi più fortunati e meno fortunati, più ricchi e meno ricchi?

Se ci educassimo al rispetto reciproco, alla condivisione dei valori e delle conoscenze, non ci sarebbero problemi di concorrenza, perché per l’olio di qualità c’è spazio per tutti. Si tratta invece di creare una cultura di consumo, che ancora non è del tutto definita e strutturata. L’impegno nostro sta ora nel creare le basi per un miglioramento generale dei consumi.

Non possiamo pensare che sia solo un punto di arrivo, ma un percorso virtuoso che ci porta sempre a migliorarci, perché a Qualità è in divenire.

Luigi Caricato e la Redazione di Olio Officina con tutte le sue collaboratrici e collaboratori

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