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La prima delle due grandi divisioni che dilaniano l'Unione europea

I Paesi di Visegrad - Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia - vogliono i soldi ma si rifiutano di rispettare i principi dello stato di diritto. Pur essendo stati colpiti limitatamente dalla pandemia, hanno rivendicato una quota significativa dei fondi della “Recovery and Resiliance Facility”

Alfonso Pascale

La prima delle due grandi divisioni che dilaniano l'Unione europea

Anche questa volta il Consiglio Europeo (dei capi di governo dei 27 Paesi membri dell’Ue), riunito a partire da venerdì scorso, non riesce a prendere una decisione chiara sulle politiche da adottare per rispondere agli effetti della pandemia, oltre che sulla governance per gestirle. È fisiologico che una Unione di 27 Stati sia attraversata da divisioni. È patologico che essa non disponga invece di un assetto per regolarle.

La principale divisione riguarda i Paesi dell’Europa dell’est, e in particolare il blocco sovranista costituito dal gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), e il resto dell’Unione.

Quei Paesi, anche se sono stati colpiti limitatamente dalla pandemia, hanno rivendicato una quota significativa dei fondi della “Recovery and Resiliance Facility”, hanno chiesto che non si tocchi la quota dei fondi strutturali del bilancio pluriennale finanziario (2021-2027) di cui sono i beneficiari e soprattutto hanno preteso che l’assegnazione delle risorse (sia ordinarie che straordinarie) sia svincolata dal rispetto (da parte dei beneficiari) dei principi dello stato di diritto (Art. 2 del Trattato dell’Ue).

In quei Paesi si è affermata una culturale illiberale (diffusa anche nei cinque laender della Germania orientale), oltre a un sentimento strumentale nei confronti dell’Ue. Con il risultato che i fondi provenienti da Bruxelles vengono utilizzati per rafforzare i governi che si dichiarano contrari a Bruxelles.

Come membri dell’Ue, quei governi hanno acquisito un potere di veto su ogni decisione che il Consiglio europeo cerca di prendere, potere di veto da essi utilizzato per ottenere ulteriori risorse e immunità.

Il voto all’unanimità era giustificabile in una Unione costituita di pochi Paesi omogenei. Non lo è più, in una Unione costituita di molti Paesi disomogenei.

L’esperienza di questi anni suggerisce di differenziare costituzionalmente il mercato (allargato, a certe condizioni) e la politica (aperta solamente a chi ne condivide i presupposti giuridici). Solamente così si potrà regolare la divisione tra i Paesi dell’est e il resto dell’Unione.

La risposta alla crisi pandemica reclama nuove politiche, ma anche nuovi assetti istituzionali per rendere efficaci e trasparenti quelle politiche.

Purtroppo, il Parlamento Europeo non sta svolgendo la funzione che le è propria: predisporre un progetto di revisione del Trattato ai sensi dell’art. 48 del Trattato stesso.

Tra gli emendamenti che andrebbero elaborati e discussi, ci dovrebbe essere anche questo: “L’Unione assume il principio dell’integrazione differenziata, rapportato ai seguenti co-principi di: sussidiarietà, solidarietà tra i Paesi membri, responsabilità nelle rispettive sovranità. L’Unione ridefinisce le competenze unionali e nazionali, secondo il principio di autonomia e sussidiarietà. Il Parlamento dell’Unione e i Parlamenti nazionali vigilano sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità. Il Parlamento dell’Unione è preposto alla cura, salvaguardia e difesa dei principi di democrazia e dello Stato di diritto negli Stati membri e in tutte le articolazioni unionali. A tal fine definisce progetti intesi alla loro promozione; e, di propria iniziativa, procede a constatare se esiste un evidente rischio di violazione grave. Definisce ed eroga le relative sanzioni e di queste controlla la esecuzione”.

Se ci fosse una contestuale iniziativa propositiva del Parlamento Europeo, i cittadini europei ("...rappresentati direttamente, a livello dell'Unione, nel Parlamento Europeo" - art. 10) comprenderebbero meglio la natura dei conflitti tra gli Stati (fisiologici in democrazia), ma anche le vere soluzioni per regolarli (la cui assenza è patologica in democrazia).

La foto di apertura è di Luigi Caricato per Olio Officina ©  

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