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La seconda delle due grandi divisioni che dilaniano l’Unione europea

I piccoli e i grandi. Al Consiglio Europeo i piccoli Paesi del nord (Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia) hanno animatamente discusso con i Paesi del sud (con la Germania come cerniera). Cosa accade? Accade che al contrario degli Usa, nell’Ue la logica confederale si è istituzionalizzata in un organismo esecutivo (il Consiglio europeo), con il risultato di offuscare e ostacolare il processo decisionale

Alfonso Pascale

La seconda delle due grandi divisioni che dilaniano l’Unione europea

 I Paesi del nord hanno chiesto che i fondi per la ricostruzione post-pandemica siano ridotti e costituiti di prestiti e non di sovvenzioni. Hanno proposto che il bilancio pluriennale finanziario sia più basso rispetto a quello del ciclo precedente, difendendo gli “sconti” di cui beneficiano nel loro contributo finanziario a Bruxelles (pagando di meno rispetto a quanto dovrebbero in base al loro Pil). Soprattutto, hanno insistito che i fondi per la ricostruzione venissero gestiti (all’unanimità) dai governi nazionali e non già dalla Commissione. Una pretesa, quest’ultima, non giustificabile (visto che quei fondi non provengono dai bilanci nazionali), ma che ben riflette la loro visione confederale del processo integrativo. 

In processi di aggregazione tra Stati, i Paesi più piccoli sono generalmente i difensori della logica confederale, in quanto l’unanimità che caratterizza quest’ultima può proteggerli dalla dominazione dei Paesi più grandi. 

In un organismo legislativo la logica confederale può anche avere un senso, come avviene nel Senato degli Stati Uniti, per bilanciare la forma federale di quel Paese. Nell’Ue la logica confederale si è istituzionalizzata invece in un organismo esecutivo (il Consiglio europeo), con il risultato di offuscare e ostacolare il processo decisionale. Ecco perché, quest’ultimo, deve essere riformato.

L’Ue non uscirà dalle contraddizioni in cui si dimena se non affronta la riforma degli assetti istituzionali. È del tutto fuori di ogni razionalità che tre grandi famiglie politiche formino nel Parlamento europeo una salda maggioranza europeista e antisovranista, ma tale coalizione politica poi non esercita alcun peso nel decidere il più importante e consistente programma comune di interventi dall’atto costitutivo del 1957 ad oggi. 

A scontrarsi, in una logica confederale e intergovernativa, sono i singoli interessi nazionali che si aggregano senza alcuna motivazione politica di tipo programmatico e di medio-lungo periodo.

Per questo il Parlamento Europeo è l’unica istituzione europea che ha il dovere di predisporre un progetto di revisione del Trattato, ai sensi dell’art. 48 del Trattato stesso, e dare una risposta politica alla necessità di un nuovo disegno istituzionale per poter regolare le divisioni che dilaniano l’Unione. 

La risposta alla crisi pandemica reclama nuove politiche, ma anche nuovi assetti istituzionali per rendere efficaci e trasparenti quelle politiche. Il Consiglio europeo ha trovato un accordo che, pur traballando in più parti, fa fare un passo avanti.  Ma occorre dare corpo alla democrazia oltre lo Stato perché si chiuda definitivamente con queste liturgie prive di senso.

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La prima delle due grandi divisioni che dilaniano l'Unione europea

La foto di apertura è di Luigi Caricato per Olio Officina ©  

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